Categorie approfondimento: Voluntary disclosure
30 Marzo 2015

Voluntary disclosure: i primi chiarimenti dell’Agenzia delle entrate. Il destino del denaro non dichiarato

Di cosa si tratta

In data 13 marzo 2015 l’Agenzia delle Entrate ha finalmente pubblicato la circolare n. 10/E interpretativa della legge n. 186 del 15 dicembre 2014 concernente le “disposizioni in materia di emersione e rientro di capitali detenuti all’estero”. Si tratta in sostanza delle “prime indicazioni” fornite dall’amministrazione finanziaria in ordine alla “procedura di collaborazione volontaria”, meglio conosciuta come voluntary disclosure.
Il documento è oggettivamente corposo, si tratta infatti di sessantuno pagine in cui l’Agenzia tenta di dare chiarezza a uno strumento che ha portato con sé dubbi, interrogativi e quesiti fin dalla sua prima versione ossia quella del D.L. n. 4 del 28 gennaio 2014 (poi non convertito in legge). Nonostante ciò e nonostante il ritardo nella pubblicazione della circolare, che ha in sostanza “bruciato” tre dei nove mesi per formulare la richiesta di accesso alla voluntary disclosure, è tuttavia lo stesso direttore dell’Agenzia a riconoscere la non esaustività dei chiarimenti forniti, preannunciando la pubblicazione di ulteriori circolari.
Ne discende che l’approccio cautelato alla voluntary disclosure, fin a oggi adottato dalla maggior parte degli addetti ai lavori, sia ancora fondato dato che il rischio di commettere irregolarità o di incorrere in inesattezze che potrebbero vanificare l’adesione alla procedura non è stato del tutto fugato dalla circolare.
Gli aspetti trattati dalla circolare sono innumerevoli e spesso riguardano profili tecnici, in questa sede ci proponiamo di passare in rassegna le indicazioni fornite dall’Agenzia che possono maggiormente interessare ai nostri lettori in quanto relative a quesiti ricorrenti con maggior frequenza.
Il primo chiarimento è quello che riguarda gli effetti degli accordi sottoscritti dall’Italia con gli Stati definiti in “black list” entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della legge (fra i più importanti: Svizzera, Lussemburgo e Principato di Monaco). Ebbene, tali Paesi sono considerati, ai fini della procedura, “non black list” che è una categoria terza rispetto ai paesi in “black list” o in “white list”. La riconduzione a questa terza categoria ha effetti limitati in quanto permette ai soggetti, che ivi detengono in maniera illegale investimenti e attività finanziarie, la non applicazione del raddoppio dei termini prescrizionali nonché la riduzione delle sanzioni.
Questo elemento, pur chiaro nella legge, potrebbe essere sfuggito.
In ordine al profilo soggettivo, ossia ai soggetti che possono aderire alla procedura, due interventi appaiono interessanti. Il primo si riferisce all’estensione dell’obbligo dichiarativo in materia di monitoraggio fiscale alla figura del “titolare effettivo” definita dall’articolo 1, comma 2, lettera u), del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231. Si tratta di quei soggetti che, pur non essendo possessori formali delle attività estere ne sono i “titolari effettivi”. In merito la circolare rinvia a quanto già affermato in altra circolare, la n. 38/E del 23 dicembre 2013, avente a oggetto gli obblighi di monitoraggio a carico dei contribuenti.
Anche in ordine all’interpretazione della nozione di “interposta persona”, viene richiamata un’altra circolare, la n. 99/E del 4 dicembre 2001, nella quale si afferma che ogni singola posizione avrà un trattamento specifico, essendo direttamente connessa alle caratteristiche e alle modalità organizzative del soggetto interposto.
Per quanto riguarda invece la posizione di erede, si legge nel provvedimento che la richiesta di accesso alla procedura deve essere presentata in maniera autonoma e distinta dai cointestatari e, qualora perfezionata, produrrà effetti solo nei confronti dei singoli richiedenti. Pertanto l’adesione di un erede non comporta la regolarizzazione anche degli altri. Inoltre la disponibilità delle attività finanziarie e patrimoniali oggetto di emersione si considera, sempre che non sia fornita prova contraria, ripartita, per ciascun periodo d’imposta, in quote eguali tra tutti coloro che al termine degli stessi ne avevano la disponibilità.
Per quanto riguarda invece l’ambito oggettivo, la circolare ribadisce che l’attivazione della procedura internazionale comporti l’estensione all’ambito nazionale per i periodi d’imposta coinvolti in quanto la procedura “comprende necessariamente i redditi non dichiarati connessi agli investimenti e alle attività di natura finanziaria illecitamente costituiti o detenuti all’estero oggetto della medesima procedura”.
Per quel che concerne la localizzazione delle attività si richiama il principio generale di ubicazione delle stesse. La circolare precisa tuttavia che qualora venga utilizzato un veicolo giuridico per garantire l’occultamento della reale disponibilità, è la sede di quest’ultimo che determina il paese di detenzione dell’attività. Ne discende che in presenza di una detenzione effettiva dell’attività presso un paese collaborativo, quello che rileva ai fini del regime applicabile è lo Stato in cui ha sede il veicolo interposto.
Passando alle cause d’inammissibilità, si specifica che l’effetto preclusivo derivante dalla formale conoscenza di accessi, ispezioni o verifiche ovvero dall’inizio di altre attività amministrative o di accertamento (nonché dalla condizione di indagato o imputato) riguarda solo le annualità interessate dall’avvio di tali attività e non travolge completamente la possibilità di aderire alla procedura di collaborazione volontaria.
Si ritiene inoltre che l’effetto preclusivo non si realizzi se l’attività istruttoria è relativa ad un tributo diverso da quello oggetto della procedura.
Un altro tema molto delicato è il coinvolgimento di soggetti terzi che presentino un collegamento in ordine alle attività estere oggetto di procedura; ebbene l’Agenzia precisa che nella relazione di accompagnamento devono essere fornite adeguate informazioni circa tali soggetti e che deve essere trasmessa tutta la documentazione a supporto di tali indicazioni.
Concludiamo questa breve analisi della circolare ritornando al tema del periodo oggetto di accertamento già trattato in apertura, è infatti necessario evidenziare che rimane sempre operativo il raddoppio dei termini di decadenza della potestà di accertamento per le infedeltà o omissioni dichiarative che comportano l’obbligo di denuncia ai sensi dell’articolo 331 del codice di procedura penale per uno dei reati tributari previsti dal decreto legislativo n. 74 del 2000, a prescindere dal fatto che il perfezionarsi della procedura comporti la non punibilità dello stesso.
Si tratta con tutta evidenza di una previsione che si pone in contraddizione con la ratio della legge ed è per questo che si ritiene sarà oggetto di una modifica che molto probabilmente verrà effettuata dall’atteso decreto legislativo sulla “certezza del diritto”.

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