Categorie approfondimento: Voluntary disclosure
26 Febbraio 2015

Voluntary disclosure: è realmente l’ultima occasione? Il destino del denaro non dichiarato

Di cosa si tratta

Nei precedenti articoli pubblicati nel sito in materia di Voluntary Disclosure abbiamo spesso rappresentato la norma adottata dal legislatore in data 16 dicembre 2014 come “l’ultima spiaggia” per tutti coloro che, detenendo in maniera illegittima attività finanziarie o patrimoniali all’estero, intendano sanare la propria posizione preservando, conseguentemente, la reale disponibilità dei propri capitali.
L’Italia si sta infatti muovendo su più fronti per ridurre la possibilità di mantenere o trasferire capitali in Paesi a fiscalità privilegiata con i quali non vi siano intese per lo scambio di informazioni.
In primo luogo, nel corso dell’ultimo anno sono stati conclusi accordi bilaterali con Montecarlo, Lussemburgo, Liechtenstein, San Marino, Svizzera e altri paesi minori che comporteranno a breve la caduta del segreto bancario e l’istaurarsi di reciproci obblighi di trasparenza nella comunicazione di informazioni. Si tratta di Paesi che, fino a poco tempo fa, in molti ritenevano non avrebbero mai rinunciato alla riservatezza che da sempre aveva connotato il loro sistema bancario.
Come già riportato in altri articoli, la rapida conclusione di tali accordi, che da anni erano in fase di negoziazione, è stata agevolata anche dal fatto che la Legge 186/14 dispone uno sconto sulle sanzioni e il dimezzamento dei tempi di accertamento qualora il paese in black list, presso il quale sono depositate le giacenze, sottoscriva con un accordo sullo scambio di informazioni con l’Italia entro 60 giorni dall’entrata in vigore della norma.
La firma degli accordi bilaterali conclusi con Paesi tradizionalmente non collaborativi si inserisce in un contesto internazionale nel quale Stati Uniti e Unione Europea stanno facendo forti pressioni nei confronti dei Paesi rientranti nelle black lists perché questi, con la minaccia dell’isolamento nell’operatività mondiale, aderiscano a un sistema di scambio automatico dei dati. Ciò è dovuto al fatto che la facilità con cui è divenuto possibile detenere e gestire investimenti in realtà “offshore” ha prodotto a livello globale una notevole erosione della base imponibile con la conseguente compromissione dell’integrità dei sistemi fiscali dei singoli Paesi.
Fra le iniziative di cooperazione internazionale al contrasto alla evasione fiscale assumono una rilevante importanza i FATCA e lo Standard for Automatic Exchange of Financial Account Information.
I primi a “imporre” criteri di trasparenza fiscale nei rapporti con Paesi terzi sono stati gli Stati Uniti con l’introduzione nel 2010 della normativa FATCA (Foreign Account Tax Compliance Act) già analizzata nel sito con gli articoli “Accordo FATCA in materia di informazioni finanziarie: l’Italia si prepara” e “FATCA: la fuga dalla cittadinanza americana” a cui rimandiamo per avere il punto sul tema.
Muovendo dal modello promosso dagli Stati Uniti, l’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, il cui acronimo inglese è OECD), lavorando con le nazioni facenti parte del G20 e in stretta collaborazione con l’Unione Europea, ha sviluppato il protocollo globale per lo scambio automatico delle informazioni (global standard for automatic exchange of financial account information) che impone agli attori coinvolti obblighi più gravosi rispetto ai FATCA.
Sulla base di questo protocollo le amministrazioni finanziarie degli Stati aderenti otterranno informazioni dalle istituzioni finanziarie ivi stabilite in ordine ai conti detenuti da persone fisiche e società (compresi i trust e fondazioni); con frequenza annuale le amministrazioni finanziarie scambieranno automaticamente con gli altri Paesi aderenti le informazioni raccolte sui soggetti titolari delle giacenze e ivi residenti.
Anche al lettore poco avvezzo alla materia non sfuggirà la portata epocale di questo accordo: le informazioni sui “financial account” circoleranno automaticamente tra gli Stati aderenti alla convenzione senza bisogno che lo Stato (rectius, l’Autorità giudiziaria o amministrativa dello Stato interessato) effettui richieste specifiche e mirate per ottenere informazioni.
Prima di procedere più nel dettaglio all’analisi del Protocollo vediamo quali Stati vi hanno aderito.
Vi è un primo gruppo di Paesi (i promotori) che si è obbligato alla rapida adozione del nuovo standard e ha fissato il primo scambio di informazioni, con riferimento alle attività finanziarie detenute nel 2016, al settembre 2017; si tratta dei Paesi che trarranno vantaggio dall’accordo in quanto interessati ad individuare capitali sfuggiti al proprio potere impositivo (fra gli altri, Italia, Germania, Olanda e Irlanda ma anche Isole Vergini e Isole Cayman). Il secondo gruppo di Paesi aderenti scambierà le informazioni a far data dal 2018, con riferimento alle attività finanziarie detenute nel 2017, ed è in pratica costituito dai quei Paesi tradizionalmente poco collaborativi che sono stati “costretti” alla partecipazione; vi appartengono fra gli altri Svizzera, Bahamas, Monaco e Arabia Saudita.
Al momento circa cento Paesi hanno aderito al protocollo. Passando all’analisi del global standard for automatic exchange of financial account information, questo consta di due parti, la prima, rubricata Model Competent Authority Agreement (CAA) che disciplina nel dettaglio le modalità dello scambio di informazioni e, la seconda, rubricata Common Reporting and Due Diligence Standard (CRS) che individua le procedure di adeguata verifica da adottarsi al fine di identificare e classificare la clientela nonché le informazioni da segnalare.
Le istituzioni finanziarie su cui ricade l’obbligo di segnalazione non sono soltanto le banche ma anche gli intermediari finanziari, i brokers, le compagnie di assicurazione e gli organismi di investimento collettivo.
I destinatari delle verifiche sono invece sia le persone fisiche sia le persone giuridiche (inclusi trusts e fondazioni) con residenza fiscale in uno degli Stati aderenti al protocollo per lo scambio automatico di informazioni.
Il protocollo differenzia la tipologia di operazioni di adeguata verifica richieste agli operatori sia su base soggettiva, ossia se il conto sia intestato a persona fisica o a persona giuridica (in quest’ultimo caso è operata anche una distinzione tra giacenze superiori o inferiori a 250.000 dollari), sia su base temporale, ossia se il conto sia antecedente al 31 dicembre 2015 o successivo.
Le informazioni finanziarie da segnalare comprendono tutti i tipi di redditi da capitale, quindi gli interessi, i dividendi, i redditi derivanti da alcuni contratti assicurativi, nonché i redditi derivanti dalle attività finanziarie o dalla loro vendita.
Dalla breve prospettazione delle iniziative poste in essere a livello nazionale e internazionale appare evidente che difficilmente si riuscirà a sfuggire all’emersione delle informazioni relative a investimenti o attività finanziarie detenute in Paesi aderenti ad accordi specificamente realizzati perrenderne facile, trasparente e automatico lo scambio. Per quel che ci riguarda, l’Agenzia delle Entrate verrà automaticamente a conoscenza dell’esistenza, ad esempio, di conti correnti e dei contratti assicurativi con contenuto finanziario intrattenuti all’estero ma intestati a soggetti che abbiano la residenza (amministrativa o fiscale) in Italia.
Si potrebbe pensare che la soluzione possa essere la migrazione verso Paesi che non abbiano sottoscritto trattati FACTA o il global standard for automatic exchange of financial account information ovvero accordi bilaterali con l’Italia ma in questo caso dovrebbero subentrare ulteriori valutazioni per non rendere vana l’operazione. In primo luogo il Paese destinatario dei trasferimenti non dovrà essere fra quelli intenzionati a chiedere nel futuro l’adesione a trattati di scambio automatico delle informazioni, altrimenti il contribuente, per sfuggire alle attenzioni del Fisco, potrebbe essere costretto a una nuova migrazione in un altro Paese compiacente. Inoltre dovranno essere altresì considerati i c.d. rischi ambientali, ossia tutti gli elementi politici, economici e sociali attinenti al Paese che potrebbero in futuro incidere sulla sorte delle giacenze trasferite e, soprattutto, sulla loro disponibilità. Si pensi a esempio al prelievo forzoso che colpì le giacenze russe nei conti correnti ciprioti nel 2013.
L’eventuale migrazione inoltre potrebbe risolvere il tema della sottrazione delle proprie risorse all’imposizione fiscale italiana ma di certo non risolverebbe il problema del godimento di quelle risorse. Tutto ciò che non verrà fatto emergere prima dell’entrata in vigore dei citati accordi molto difficilmente potrà essere riportato in Italia e qui goduto.
L’alternativa alla migrazione dei capitali, o meglio della vera e propria fuga, potrebbe essere ritenuta la monetizzazione dei propri investimenti finalizzata al successivo graduale utilizzo del contante per beni non tracciabili. Questa ipotesi, che si ritiene riferibile solo a capitali di modesta entità, trova comunque un ostacolo nella in tutte quelle normative nazionali e comunitarie che limitano l’uso del contante. Anche l’acquisto di pietre preziose, materie preziose o gioielli potrebbe essere considerata una soluzione anche se il tema della futura conversione in denaro dei beni dovrà essere attentamente considerato.
L’ultima ipotesi da considerare potrebbe essere il trasferimento della residenza da parte del contribuente. Premesso che questa soluzione non renderebbe il soggetto immune dalle attenzioni dell’Amministrazione Finanziaria per il pregresso, bisogna evidenziare che, come illustrato in alcuni articoli presenti nel sito (si veda ad esempio Residenza fiscale: ovvero dove pagare le tasse se si lavora all’estero), il solo trasferimento della residenza anagrafica non sarà sufficiente in quanto dovrà coincidere con il trasferimento della residenza fiscale.

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