Categorie approfondimento: Commerciale e industriale
3 Giugno 2014

Vincolo di destinazione: la invalidità in caso di auto-destinazione

Di cosa si tratta

Istituto di non diffuso impiego è il c.d. vincolo di destinazione sui beni disciplinato dall’art. 2645-ter cod. civ..
La semplice lettura della norma pone il quesito di quale sia la funzione dell’istituto esprimere la volontà di vincolare un bene, un valore ad uno scopo e nel fare questo la norma non dà in senso proprio la delimitazione dei confini, anche se subito fa pensare che il vincolo, protettivo del patrimonio, vada a contrapporsi ad un principio per il quale i beni di una persona rappresentano una garanzia patrimoniale; quindi un confine tra il vincolo e la tutela dei creditore è il tema di rilievo.
Il Tribunale di Reggio Emilia con provvedimento del 12 maggio 2014 ha affermato che deve essere usata un’interpretazione restrittiva per non violare il precetto dell’art. 2740 c.c.; non sarebbe possibile un negozio destinatorio puro e vi è la necessità di collegamento con altra fattispecie negoziale, diventa quindi necessario un puntuale esame sulla meritevolezza di tutela e sulla prevalenza rispetto agli interessi sacrificati.
Anche a ritenere l’ammissibilità di un negozio destinatorio puro, gli interessi meritevoli di tutela, che danno fondamento al vincolo, hanno la necessità di essere espressi all’atto della costituzione per potere essere valutati con molta precisione e devono essere prevalenti rispetto agli interessi sacrificati dei creditori del disponente estranei al vincolo. Se così non fosse si aprirebbe la strada a uno strumento che non è stato introdotto come espediente, ma come fine nella determinazione di una destinazione e della sua durata nel tempo.
La tesi del tribunale emiliano apre quindi le porte al riconoscimento dell’auto-destinazione senza la traslazione del bene in una sfera diversa come invece assunto da altro tribunale in precedenza e sul quale ci soffermiamo nella seconda parte.
Nel caso in concreto, promossa una esecuzione immobiliare, il bene immobile oggetto dell’esecuzione prima del pignoramento era stato vincolato dal debitore come patrimonio separato ex art. 2645 ter c.c. e veniva formulata istanza di sospensione ex art. 624 c.p.c. L’istanza di sospensione è stata rigettata dal giudice dell’esecuzione ed avverso detto provvedimento il debitore esecutato ha interposto reclamo.
Il giudice ha ritenuto che, per l’articolo 2640 ter c.c., introdotto dall’articolo 39 novies del D. L. n. 273/2005 convertito con modificazioni nella L. n. 51/2006, con atto soggetto a forma pubblica e trascrivibile ai fini di rendere opponibile ai terzi il vincolo, è possibile destinare beni immobili o mobili registrati alla “realizzazione di interessi meritevoli di tutela riferibili a persone con disabilità, pubbliche amministrazioni, o ad altri enti o persone fisiche ai sensi dell’articolo 1322 secondo comma”, potendo in tal caso i beni vincolati essere esecutivamente aggrediti solo per debiti contratti per lo scopo di destinazione. Nel caso si trattava di un immobile già di proprietà, al quale era stato apposto un vincolo di destinazione finalizzato al “soddisfacimento delle esigenze abitative ed in genere ai bisogni del nucleo familiare”, individuando il termine finale al momento del compimento del quarantesimo anno di età della figlia del disponente. Il ricorrente deduceva l’impignorabilità del bene oggetto di esecuzione e si opponeva alla stessa.
Il giudice riteneva che la tesi del reclamante non potesse essere accolta in quanto la maggioritaria tesi giurisprudenziale di merito ha ritenuto che l’art. 2645 ter c.c. non riconosce la possibilità dell’auto-destinazione unilaterale di un bene già di proprietà della parte, tramite un negozio destinatorio puro. Verrebbe scardinato dalle fondamenta il sistema fondato sul principio, codificato dall’art. 2740 c.c., della responsabilità patrimoniale illimitata e del carattere eccezionale delle fattispecie limitative di tale responsabilità, atteso che, in forza di una semplice volontà unilaterale del debitore, una porzione o l’integralità del suo patrimonio, sarebbero sottratti alla garanzia dei propri creditori.
La portata applicativa della norma, da intendersi come sugli effetti e non sugli atti, deve essere interpretata in senso restrittivo, e limitata alle sole ipotesi di destinazione traslativa collegata ad altra fattispecie negoziale tipica od atipica dotata di autonoma causa (in questi termini, cfr. Trib. Reggio Emilia dec. 27 gennaio 2014). Questo fa disattendere la tesi del reclamante, visto che aveva autoimposto un vincolo di destinazione a un bene già in sua proprietà con un negozio destinatorio puro, ritenuto impossibile.
A volere diversamente pensare e ritenere in linea teorica ammissibile il negozio destinatorio puro, così accedendo ad una tesi minoritaria sostenuta in giurisprudenza, non sarebbe revocabile in dubbio la necessità di un penetrante scrutinio, previsto peraltro dalla norma con l’inciso “meritevoli di tutela” e con il richiamo all’art. 1322 comma 2 c.c., sulla meritevolezza del negozio: è pacifica opinione che, per affermare la legittimità del vincolo di destinazione, non basta la liceità dello scopo, occorrendo anche un quid pluris integrato dalla comparazione degli interessi in gioco, ed in particolare dalla prevalenza dell’interesse realizzato rispetto all’interesse sacrificato dei creditori del disponente estranei al vincolo (cfr. App. Trieste, sent. n. 1002/2013).
Invero il legislatore, in chiave riequilibrativa rispetto alle possibilità concesse con il vincolo di destinazione, ha subordinato l’efficacia ad un riscontro di meritevolezza in concreto dell’assetto di interessi perseguito dalla parte; e tale riscontro deve essere penetrante, proprio in ragione delle potenzialità lesive, nei confronti dei creditori, del vincolo unilateralmente apposto. Al fine di fare fronte ai bisogni della famiglia astrattamente meritevole di tutela, la parte avrebbe dovuto chiaramente indicare le ragioni che l’hanno indotta ad optare per quella tipologia di vincolo, evidenziando i motivi per i quali la separazione patrimoniale costituisca l’ultimo, o il migliore od il più indicato, strumento per garantire al nucleo familiare quel minimo di tutela che l’ordinamento le riconosce.
Invece, il vincolo si è limitato a destinare l’immobile “al soddisfacimento delle esigenze abitative ed in genere ai bisogni del nucleo familiare”, individuando il termine finale con il compimento del quarantesimo anno di età della figlia. Il fine del soddisfacimento “in genere” dei bisogni della famiglia, sarebbe generico ed inidoneo a chiarire gli specifici bisogni tutelati e le ragioni per cui una simile necessità è sorta; da ultimo, il termine finale del compimento del quarantesimo anno di età della figlia appariva irragionevole e lumeggiante un intento fraudolento nei confronti dei creditori, posto che l’autosufficienza di un figlio, e l’obbligo di mantenimento è presumibilmente raggiungibile prima dei quarant’anni. In conclusione, che pur volendo in ipotesi ritenere astrattamente ammissibile l’autoimposizione di un atto di destinazione su di un bene già in proprietà, in ogni caso l’atto di destinazione realizzato dal reclamante non sarebbe comunque idoneo a superare il vaglio di meritevolezza dei fini prescritto dall’art. 2645 ter c.c..
Più analiticamente e in maniera argomentata aveva trattato l’istituto il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere con la sentenza 28 novembre 2013, che ha ritenuto che la disposizione dell’art. 2645-ter cod. civ. non riconosce la possibilità dell’auto-destinazione unilaterale, in quanto la norma presenta rilevanti indici che depongono in senso contrario alla c.d. “auto-destinazione” patrimoniale a carattere unilaterale, e in un sistema caratterizzato dal principio della responsabilità patrimoniale illimitata e dal carattere eccezionale delle fattispecie limitative della responsabilità (art. 2740 cod. civ.), la portata applicativa della norma deve essere interpretata in senso restrittivo e limitata alle sole ipotesi di destinazione “traslativa”.
L’opponente aveva eccepito che il vincolo di destinazione sarebbe opponibile al creditore pignorante ai sensi dell’art. 2915, 1° co., cod. civ. per essere stato trascritto in data antecedente alla trascrizione del pignoramento, nonché in quanto i crediti posti a fondamento dell’intrapresa esecuzione non rientrerebbero nel novero di quelli contratti per il perseguimento del fine di destinazione (con conseguente impossibilità per il creditore estraneo di domandare il soddisfacimento coattivo sui beni vincolati).
La prima verifica doveva logicamente consistere nello stabilire se lo schema negoziale utilizzato potesse essere ricondotto al modello normativo di cui all’art. 2645-ter cod. civ. e se potesse giovarsi della disciplina sostanziale dettata. Nel caso si era in presenza di una c.d. “auto-destinazione” a carattere unilaterale: con l’atto pubblico il “conferente” aveva costituito un vincolo su una serie di beni immobili in sua titolarità al fine di assicurare la cura e l’assistenza della madre, persona disabile “beneficiaria” della destinazione, con la finalizzazione dei beni e dei frutti allo scopo di garantire alla persona beneficiaria “una esistenza sorretta da dignità, autonomia personale e sociale”. Era quindi un atto di c.d. “auto-destinazione” (o destinazione “pura”).
Il soggetto conferente aveva conservato la piena titolarità dei beni, che sono stati vincolati al perseguimento della finalità indicata con la creazione di una sorta di patrimonio separato.
La verifica da compiere per il giudice consisteva nello stabilire se l’atto fosse sussumibile nel genus di cui all’art. 2645-ter cod. civ. e se la relativa trascrizione fosse idonea a produrne gli effetti.
Le considerazioni compiute dal giudice postulavano verifiche ampie. Rilevava infatti che la disposizione è collocata nell’ambito del Libro VI nella parte delle disposizioni relative alla trascrizione e pone il quesito se debba qualificarsi come “norma sulla fattispecie” o come “norma sugli effetti”, se cioè abbia determinato la tipizzazione nel nostro ordinamento di un vero e proprio negozio di destinazione (inteso quale fattispecie sostanziale tipica la cui causa si incentrerebbe sul vincolo e sulla meritevolezza degli interessi perseguiti con la destinazione dei cespiti), oppure se si sia limitata a disciplinare l’effetto riferibile ad una pluralità di negozi tipici o atipici (effetto caratterizzato da un vincolo di scopo opponibile ai terzi e, in particolare, ai creditori estranei).
Il giudice ha ritenuto che l’impostazione del problema nei termini riferiti non sia in grado di fornire un effettivo contributo alla risoluzione delle questioni nascenti dall’applicazione pratica dell’art. 2645-ter cod. civ.: invero, anche la configurazione di tale disposizione quale “norma sulla fattispecie” (e non mera “norma sugli effetti”) non esclude la necessità che di quella fattispecie siano pur sempre delineati i contorni.
Avendo i caratteri della c.d. “auto-destinazione” a carattere unilaterale, appariva preferibile seguire una diversa prospettiva: cioè verificare se la disposizione dell’art. 2645-ter cod. civ. riconosca sul piano sostanziale la possibilità dell’auto-destinazione unilaterale. Occorreva chiarire se, con le modalità e per il perseguimento delle finalità di cui all’art. 2645-ter cod. civ., un soggetto possa dar luogo in via unilaterale alla “segregazione” o “separazione” del proprio patrimonio, scindendo l’unitaria massa che lo compone in masse distinte aventi carattere autonomo.
La risposta del giudice era negativa.
Il fenomeno in questione si inserisce in un contesto normativo caratterizzato dal principio generale della responsabilità patrimoniale (di cui all’art. 2740, primo comma, cod. civ.), principio in relazione al quale le limitazioni a tale responsabilità (nei casi previsti dalla legge in forza del rinvio di cui all’art. 2740, secondo comma, cod. civ.) si pongono come un’eccezione alla regola generale. Conferma è data dal carattere tassativo delle ipotesi di limitazione alla responsabilità patrimoniale generale, nonché la circostanza per cui l’impianto normativo del codice civile è legato all’idea della “soggettività” giuridica quale centro unitario di imputazione patrimoniale.
La configurazione della disciplina dell’art. 2740 cod. civ. comporta che l’individuazione delle fattispecie limitative della responsabilità patrimoniale debba aver luogo con sufficiente grado di certezza, atteso che non potrà che trovare applicazione la regola di carattere generale che si pretenderebbe derogata della responsabilità; nonché l’interpretazione delle disposizioni limitative della responsabilità, in quanto derogatorie rispetto al principio generale e con carattere eccezionale, deve effettuarsi in termini restrittivi.
La separazione patrimoniale può costituire un mezzo efficiente di allocazione delle risorse e di razionalizzazione dei rischi e quindi rappresentare uno strumento eventualmente da potenziarsi – in una prospettiva de jure condendo – rispetto al meccanismo classico della responsabilità patrimoniale generale di cui all’art. 2740 cod. civ., è altrettanto vero che tale fenomeno non può non tener conto del sistema complessivo vigente, sistema nel quale il principio dell’art. 2740 cod. civ. continua a presentarsi come una regola di carattere generale, con le conseguenze evidenziate.
La formulazione della disposizione in questione presenta lacune da “sconfinare decisamente nell’insufficienza e nell’ambiguità”.
Infatti sotto il profilo testuale l’art. 2645-ter cod. civ. presenta indici che depongono in senso contrario alla possibilità della c.d. “auto-destinazione” patrimoniale a carattere unilaterale; “le parole “conferente” e “beni conferiti” contenute nell’art. 2645-ter cod. civ. presuppongono un’alterità soggettiva (un trasferimento) dal conferente ad un altro soggetto, fattispecie incompatibile con un atto unilaterale” (Trib. Reggio Emilia 7 giugno 2012). Le espressioni richiedono un atto traslativo compiuto tra soggetti distinti. Si è sottolineato come quando la legge si riferisce ai “conferimenti” nel diritto societario (artt. 2253, 2343 ss., 2440 cod. civ.) o al conferimento per la costituzione di fondi di garanzia (art. 2548 cod. civ.) o negli ammassi (art. 837 cod. civ.) od ancora al verbo “conferire” impiegato dalle norme in tema di collazione (artt. 737, 739, 740, 751 cod. civ.) è con riguardo a trasferimenti di beni tra soggetti diversi.
Peraltro l’art. 2645-ter cod. civ. attribuisce il potere di agire per la realizzazione degli interessi tutelati dal vincolo di destinazione non solo a qualsiasi interessato, ma anche al conferente: poiché non è possibile ipotizzare che il conferente convenga in giudizio se stesso, si deve concludere che la norma prevede l’intervento di un soggetto diverso, a cui il diritto sul bene vincolato è trasferito, escludendo la possibilità che la destinazione abbia luogo per volontà unilaterale da parte del proprietario dei beni da costituirsi in patrimonio separato.
Nello stesso senso depone poi la disposizione nella parte in cui consente ai terzi interessati di agire per l’attuazione della finalità dell’ “atto di destinazione” anche dopo la morte del “conferente” e contro soggetti diversi dal conferente: costoro non possano che essere coloro ai quali il bene sia stato trasferito.
Nella misura in cui il dettato dell’art. 2645-ter cod. civ. è inidoneo a supportare con sufficiente grado di certezza l’ammissibilità dell’auto-destinazione unilaterale, va ritenuto che la separazione patrimoniale non possa trovare ingresso.
Nel momento in cui si prenda atto dell’inserimento della fattispecie dell’art. 2645-ter cod. civ. in un “sistema” caratterizzato pur sempre dal principio generale della responsabilità patrimoniale illimitata e dal carattere eccezionale delle fattispecie limitative di tale responsabilità, risulta inevitabile che la relativa interpretazione abbia luogo in coerenza con tale “sistema”.
Quindi è da ritenere che l’art. 2645-ter cod. civ. deponga per un’interpretazione limitata alle sole ipotesi di destinazione c.d. traslativa e non anche a quella della auto-destinazione meramente unilaterale e una diversa impostazione avrebbe portata “eversiva” del principio della responsabilità patrimoniale illimitata di cui all’art. 2740 cod. civ.. Per le ragioni evidenziate, l’atto di destinazione dell’opponente è stato ritenuto inidoneo a produrre un effetto di separazione patrimoniale opponibile ai creditori ai sensi dell’art. 2645-ter cod. civ.

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