Categorie approfondimento: Credito e banche
1 Dicembre 2013

Usura “civilistica”

Di cosa si tratta

Ricorre nella pratica l’impiego dell’espressione “usura civilistica” e un chiarimento dell’espressione ci è stato chiesto. Sembra facile rispondere che la figura ricorra ove la condotta non sconfini nel comportamento che integrai presupposti della sanzione di natura penale.
Prima di considerare in sede penale come e quando opera la sanzione prevista per l’illecito, dobbiamo escludere la rilevanza autonoma di una usura che abbia effetti civilistici a prescindere dalla fattispecie penale.
L’usura ricorre quando si abbia l’oggettiva situazione del superamento del tasso soglia massimo e l’altra situazione con interessi inferiori a questo limite, ma quando nella situazione in fatto si realizzi una sproporzione tra le prestazioni o quando si trovi il debitore in situazione di difficoltà economica o finanziaria. Quando questo non si abbia, non vi sarà “usura” che è concetto penale e non si producono gli effetti che derivano dalle disposizioni richiamate (Cfr. nel sito: “Interessi bancari usurai ed effetti nei contratti di mutuo” e “Interessi bancari usurai ed effetti nei contratti di apertura di credito”).Fuori da queste ipotesi l’usura non c’è e di questa non si può parlare.
La Cassazione è intervenuta ad affermare: “La norma di cui all’art. 644 c.p. configura una norma penale in bianco il cui precetto è destinato ad essere completato da un elemento esterno, che completa la fattispecie incriminatrice giacché rinvia, al fine di adeguare gli obblighi di legge alla determinazione del tasso soglia, ad una fonte diversa da quella penale, con carattere di temporaneità, con la conseguenza che la punibilità della condotta non dipende dalla normativa vigente al momento in cui viene emessa la decisione, ma dal momento in cui avviene l’accertamento, con esclusione dell’applicabilità del principio di retroattività della legge più favorevole” (Corte Cassazione, sez. II penale – sentenza 19 dicembre 2011, n.46669).
Quando qualcuno compie un’azione è in quel momento che si determina se il comportamento era reprensibile penalmente. In quel momento devono essere noti ed esistenti i presupposti perché dal comportamento conseguano effetti di natura penale.
Se fatti di altra natura abbiano poi a mutare gli elementi sulla base dei quali si è operato tanto che oggettivamente il comportamento diventi penalmente rilevante, da questo non può scaturire una conseguenza penale.
In parole abbastanza semplici abbiamo cercato di chiarire la differenza tra l’origine degli effetti che si possono produrre nelle due sedi, civilistica e penalistica. Questa è la ragione per cui non si configura l’illecito penale quando al momento della conclusione di un contratto quanto convenuto non superava la soglia prevista per costituire l’illecito penale.
La Suprema Corte è tornata a pronunciarsi in materia di usura perpetrata da banche nella nota vicenda del procedimento penale incardinato innanzi al Tribunale di Palmi, che ha portato al pronunciamento e ha visto imputati per il reato di usura esponenti di vertice dei Consigli di Amministrazione di banche a rilevanza nazionale.
Nei diversi gradi di giudizio le sentenze emesse dal Tribunale e dalla Corte di Appello sono state conformi nel rintracciare l’elemento materiale del reato (superamento dei tassi soglia) per poi escludere la consapevolezza della condotta dei soggetti agenti in tema di dolo. Anche la Cassazione, precisando principi di diritto per i quali debba ritenersi verificato il superamento dei tassi soglia,conclude per ritenere corretta l’assoluzione degli indagati per mancanza dell’elemento psicologico.
Vari principi di diritto in favore del correntista vengono ribaditi e a vario titolo si dichiara la responsabilità di banchieri e banche. Affrontate le censure attinenti la sussistenza del reato di usura sotto il profilo oggettivo, analizzando in particolare la rilevanza della commissione di massimo scoperto nel calcolo del costo del denaro, il rilievo del D.L. n. 70/2011, poi convertito nella legge n. 106/2011, che ha comportato l’innalzamento del tasso soglia e la scusante dell’asserita ignoranza dei Presidenti delle Banche in ordine al tasso di usura applicato, la Corte assolveva gli imputati.
La Corte ha definito le tematiche stabilendo l’imputazione della commissione di massimo scoperto al costo del denaro, l’irretroattività della legge n. 106/2011 (che innalzando il tasso soglia andrebbe a ridurre gli sforamenti integranti l’usura) e la non invocabilità dell’ignoranza del tasso di usura da parte degli imputati in quanto si tradurrebbe in errore sul precetto penale, irrilevante ex art. 5 c.p. “…Questa Corte, superando un precedente orientamento contrario (Cass. Pen. 26 novembre 2008,n. 8551) ha affermato che in tema di usura, ai fini della valutazione dell’eventuale carattere usuraio del tasso effettivo globale di interesse (TEG) praticato da un istituto dì credito, deve tenersi conto anche della commissione di massimo scoperto praticata sulle operazioni di finanziamento per le quali l’utilizzo del credito avviene in modo variabile (Cass. Pen. Sez. 2, sentenza 14 maggio 2010 n. 28743 Cass. Pen. Sez. 2, sentenza del 19 febbraio 2010 n. 12028)”.
Concludeva quindi la Corte che chela modifica della normativa secondaria, avvenuta con D.L. n.70/2011, poi convertito in legge, non trova applicazione retroattiva ex art. 2, comma 2, c.p.,non modificandosi la norma incriminatrice, essendo il tasso soglia variabile anche con riferimento a valutazioni di carattere economico che hanno valore, ai fini della individuazione del tasso usurario, per l’arco temporale di applicazione della relativa normativa e non vengono meno a seguito della successiva modifica di tali limiti che hanno validità solo per il periodo successivo.
A questa asserzione perveniva anche argomentando sul fatto che le circolari e le istruzioni della Banca d’Italia non rappresentano una fonte di diritti ed obblighi e nella ipotesi in cui gli istituti bancari si conformino ad una erronea interpretazione fornita dalla Banca d’Italia in una circolare, non può essere esclusa la sussistenza del reato sotto il profilo dell’elemento oggettivo.
La Corte ha ritenuto illegittimo lo scorporo dal Tasso Annuo Effettivo Globale della commissione di massimo scoperto ai fini della determinazione del tasso usuraio, indipendentemente dalle circolari e istruzioni impartite dalla Banca d’Italia al riguardo.
Se questo è il piano oggettivo, la Corte affrontata l’imputabilità, sotto il profilo soggettivo, della condotta usuraia ai Presidenti delle banche. Per la particolare professionalità richiesta ai vertici degli organi amministrativi delle banche non può essere invocata l’inevitabilità dell’errore sulla legge penale, avendo costoro il “dovere di informarsi con diligenza sulla normativa esistente”.Viene individuata una “posizione di garanzia”, in modo da “…affermare che i Presidenti delle Banche, quali persone fisiche, siano garanti agli effetti penali, cioè tenuti a rendere operativa una posizione di garanzia, che fa capo all’ente, quale centro d’imputazione dell’attività di erogazione del credito nell’ambito della quale ben può essere ravvisata la violazione del precetto penale anche in capo ai predetti organi”. La Corte afferma che debba essere riconosciuta la pretesa buona fede nei confronti degli organi apicali delle banche, in forza delle circolari della Banca d’Italia e dei Decreti ministeriali dell’epoca che non comprendevano la commissione di massimo scoperto nel calcolo del tasso soglia usurario e da una consolidata giurisprudenza di merito, previgente ai fatti di causa, che escludeva nell’atteggiamento delle banche alcuna ipotesi di reato, assolvendo gli operatori bancari a ogni livello o non ravvisando gli estremi per iniziare l’azione penale.
Quindi deve ritenersi che i Presidenti della banche, che hanno consentito l’applicazione di tassi di usura, non sono penalmente perseguibili.
Anche se con l’applicazione della commissione di massimo scoperto e di altre spese, che di fatto hanno consentito il superamento del tasso soglia, le banche hanno indebitamente lucrato, si deve ritenere che lo abbiano fatto in buona fede.
Quando nei C.d.A. delle banche venivano riscontrate le condizioni applicate alla clientela e veniva rilevata l’incidenza della commissione di massimo scoperto sul costo del denaro, era lecito ritenere che per i banchieri non valesse il precetto penale dell’art. 644 c.p.

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