Categorie approfondimento: Commerciale e industriale
2 Marzo 2016

Tutela del patrimonio: il fondo patrimoniale è davvero sicuro?

Di cosa si tratta

La costante attenzione che lo Studio riserva agli strumenti destinati alla protezione patrimoniale ci porta ad analizzare una recente sentenza, la n. 3600 del 24 febbraio 2016, con la quale la Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi sul fondo patrimoniale. La pronunzia ha confermato l’orientamento tracciato dalle sentenze n. 11230/03, n. 12998/06 e n. 3738/15 che ha individuato i confini del rapporto tra la tutela fornita dal conferimento dei beni nel fondo patrimoniale e i debiti derivanti dall’attività professionale o d’impresa. Tuttavia il profilo interessante della pronuncia è da ravvisarsi nell’apparente breccia che gli ermellini sembrerebbero aver aperto nella funzione protettiva di tale istituto nei confronti delle eventuali pretese del fisco.
L’uso del condizionale si rende necessario in quanto il passaggio della sentenza in cui si rinviene tale presa di posizione della Corte è ermetico ma merita di essere analizzato dato che gli effetti che ne discendono potrebbero essere rilevanti: se la volontà dei Giudici fosse effettivamente quella di erodere la capacità protettiva del fondo patrimoniale ci troveremmo dinanzi a un istituto con una funzione degradata.
Prima di passare all’esame della sentenza, bisogna premettere che la natura giuridica e gli elementi che compongono il fondo patrimoniale sono individuati dal codice civile (articoli 167-171). Nel corso degli anni le Corti di merito e di legittimità sono tuttavia intervenute interpretando il dettato letterale e modificandone gli effetti in senso restrittivo. Ciò è dovuto al fatto che, come noto, il fondo patrimoniale permette al debitore di sottrarsi, almeno in parte, alla regola generale dell’art. 2740 c.c. secondo cui lo stesso risponde dell’adempimento delle obbligazioni assunte con l’intero suo patrimonio.
Un forte intervento interpretativo ha avuto ad oggetto l’art. 170 cod. civ. che disciplina l’esecuzione sui beni e sui frutti del fondo patrimoniale e per il quale questa “non può avere luogo per i debiti che il creditore conosceva essere stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia”.
Nella sentenza in esame la Corte definisce l’ambito di applicazione dell’articolo chiarendo che l’iniziativa del terzo creditore di procedere in via esecutiva deve essere valutata in relazione a tre distinte situazioni: quella dei “debiti che il creditore conosceva essere stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia”, quella dei “debiti che il creditore non conosceva essere stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia”, ed in ultimo quella dei “debiti contratti per scopi non estranei ai bisogni della famiglia”. Nella prima ipotesi la funzione protettiva del fondo è efficace pertanto il creditore non potrà agire sui beni del fondo; nella seconda ipotesi la mancanza di consapevolezza del creditore rende i beni del fondo aggredibili, qualunque fosse lo scopo dell’obbligazione contratta; la terza ipotesi è quella prevista esplicitamente dall’art. 170 cod. civ. che sancisce la mancata protezione del fondo patrimoniale.
Sulla scorta di tali considerazioni la Corte ha affermato il principio per il quale “il criterio identificativo dei debiti per i quali può avere luogo l’esecuzione sui beni del fondo va ricercato non già nella natura dell’obbligazione, contrattuale o extracontrattuale, ma nella relazione tra il fatto generatore di essa e i bisogni della famiglia”. Non è pertanto rilevante quale sia il “titolo” che potrebbe giustificare l’esecuzione su un bene facente parte del fondo patrimoniale bensì quale sia lo scopo che abbia spinto il soggetto a contrarre un’obbligazione.
Pertanto il fatto che non sia consentita l’esecuzione sui beni e sui frutti del fondo patrimoniale per debiti estranei ai bisogni della famiglia, e sempre che i creditori siano edotti di tale finalità, rende evidente che è l’oggettiva destinazione dei debiti assunti alle esigenze familiari che segna la possibilità di aggressione di detti beni e frutti da parte dei creditori, in piena coerenza con la funzione stessa dell’istituto di vincolare inderogabilmente i beni conferiti nel fondo patrimoniale ed i loro frutti al soddisfacimento dei bisogni della famiglia, sottraendoli alla generica garanzia di tutti i creditori.
Da queste premesse, di cristallina lettura, la Corte fa discendere la possibilità che anche “un debito di natura tributaria sorto per l’esercizio dell’attività imprenditoriale potrebbe ritenersi contratto per soddisfare tale finalità” (ossia il soddisfacimento bisogni della famiglia). Il passaggio logico che porta all’affermazione di tale principio non è chiaro (anzi è del tutto assente) e può fondarsi soltanto su due presunzioni: che il “debito fiscale” per sua natura comunque origini da un’attività intrapresa per il soddisfacimento dei bisogni della famiglia ovvero che l’amministrazione finanziaria non abbia consapevolezza che l’esercizio dell’attività imprenditoriale sia stato effettuato per scopi estranei ai bisogni della famiglia.
In entrambi i casi la forzatura appare evidente e fondata su considerazioni ardite. Al di là dell’interpretazione che possiamo fornire, rimane il dato letterale della sentenza e il potenziale effetto del principio da esso espresso.
Non ci resta che attendere le prossime pronunce per vedere se quanto affermato dalla Corte sia stato frutto di una valutazione incidentale ovvero se si tratti di una consapevole presa di posizione tesa all’erosione della funzione protettiva del fondo patrimoniale, strumento che pertanto potrebbe non esser più considerato idoneo a garantire la tutela di beni ai quali è stato apposto un vincolo di indisponibilità.

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