Categorie approfondimento: Tributario e fiscale
25 Ottobre 2013

Trasferimento ramo d’azienda: solidarietà tributaria

Di cosa si tratta

Il riconoscimento della responsabilità del cessionario ha avuto recente conferma giurisprudenziale in caso di trasferimento di un ramo d’azienda come titolo di “solidarietà” per la quale questi è chiamato a rispondere per il pagamento dei debiti tributari preesistenti all’operazione, a nulla rilevando l’accertamento giudiziale del soggetto passivo d’imposta.
La responsabilità tributaria in caso di cessione d’azienda è regolata dall’art. 14 del D.Lgs. n. 472/1997 (decreto legislativo emanato per attuare la delega sulle sanzioni amministrative tributarie non penali), il cui primo comma dispone che il cessionario è responsabile in solido (fatto salvo il beneficio della preventiva escussione del cedente ed entro i limiti del valore dell’azienda o del ramo d’azienda) per il pagamento dell’imposta e delle sanzioni riferibili alle violazioni commesse nell’anno in cui è avvenuta la cessione e nei due precedenti, nonché per quelle già irrogate e contestate nel medesimo periodo, anche se riferite a violazioni commesse in epoca anteriore.
La norma prevede anche che l’obbligazione del cessionario sia limitata al debito risultante, alla data del trasferimento, dagli atti degli uffici dell’amministrazione finanziaria e degli enti preposti all’accertamento dei tributi di loro competenza. Questi sono tenuti a rilasciare, su richiesta dell’interessato, un certificato sull’esistenza di contestazioni in corso e di quelle già definite per le quali i debiti non sono stati soddisfatti. Il certificato, se negativo, ha pieno effetto liberatorio del cessionario, del pari liberato ove il certificato non sia rilasciato entro quaranta giorni dalla richiesta. Esiste quindi una “vaccinazione”.
Ma la responsabilità del cessionario non è soggetta alle descritte limitazioni qualora la cessione sia stata attuata in frode dei crediti tributari, ancorché sia avvenuta con trasferimento frazionato di singoli beni. La frode inoltre si presume, salvo prova contraria, quando il trasferimento sia effettuato entro sei mesi dalla constatazione di una violazione penalmente rilevante.
Il primo comma dell’art. 2560 cod. civ. prevede, che l’alienante l’azienda non è liberato dai debiti, inerenti all’esercizio dell’azienda ceduta anteriori al trasferimento, se non risulta che i creditori vi hanno consentito, mentre al successivo capoverso si statuisce che nel trasferimento di un’azienda commerciale risponde dei debiti suddetti anche l’acquirente dell’azienda, se essi risultano dai libri contabili obbligatori.
La Cassazione è intervenuta con una recente sentenza (Cassazione n. 14169/2013), ove la società conferitaria aveva opposto alla pretesa dell’ente impositore che il debito per il pagamento della tassa per l’occupazione di spazi e aree pubbliche, sorto in capo alla società conferente il ramo d’azienda, non le poteva essere richiesto giudizialmente in quanto il relativo debito non emergeva dalle scritture contabili obbligatorie.
La pronuncia ha richiamato la giurisprudenza anteriore in merito alla qualificazione del trasferimento di ramo d’azienda, anche mediante conferimento, come ipotesi di successione a titolo particolare, riconducibile al genus della cessione d’azienda, come affermato nella citata sentenza 19 novembre 2007, n. 23936, per la quale il trasferimento dell’azienda o di un ramo d’azienda configura una successione a titolo particolare nei rapporti preesistenti; questo processualmente determina, ai sensi dell’articolo 111 cod. proc. civ., la prosecuzione del processo in corso tra le parti originarie, salvo il diritto del cessionario di intervenire nel processo o la possibilità di chiamata in causa, dal momento che il trasferimento non ne determina l’estinzione.
Nella sentenza della Cassazione 19 gennaio 2010, n. 792, attesa l’indefettibilità dell’adempimento dell’avvenuta effettuazione della comunicazione di cui all’art. 35, co. 1, della legge n. 109/1994 per l’efficacia della cessione nei confronti dell’Amministrazione, si era già evidenziato che, qualora la successione riguardi un appalto con la Pubblica Amministrazione, ricompreso in un ramo di azienda che era oggetto di conferimento in favore di una società, la prova della avvenuta successione deve riguardare, oltre che il conferimento del ramo d’azienda, anche l’inclusione in questo del contratto.
Nell’ambito tributario la pronuncia della Suprema Corte 29 settembre 2006, n. 21229, aveva evidenziato che, in caso di conferimento di un’azienda individuale in una società, sia essa di persone o di capitali, si verifica un fenomeno traslativo soggetto alla disciplina dell’art. 2558 e seguenti cod. civ., consistente nella cessione dell’azienda del conferente in favore del soggetto cui viene ceduta. Per effetto del trasferimento, l’alienante acquista la posizione di socio della società, ma, salvo che non risulti il consenso dei creditori, non è liberato dai debiti inerenti l’esercizio dell’azienda ceduta, anteriori al trasferimento, con l’effetto di essere legittimato a contestarne l’esistenza, mentre la corresponsabilità del cessionario nei confronti dei creditori aziendali pretende, quale elemento costitutivo essenziale, l’intervenuta annotazione dei debiti nei libri contabili obbligatori, ai sensi dell’art. 2560, 2° co., cod. civ.
L’accertamento giudiziale della Commissione tributaria in base non soltanto alla perizia allegata all’atto di conferimento dell’esistenza del debito tributario in capo alla società conferente, ma anche “alla documentazione contabile di supporto”, ha attestato l’applicabilità della disciplina codicistica, non avendo potuto riscontrare, per carenza di richiesta giudiziale del contribuente, l’applicabilità di quella tributaria dettata dall’art. 14 del D.Lgs. n. 472, il cui 2° co. prevede che l’obbligazione del cessionario è limitata al debito risultante, alla data del trasferimento, dagli atti degli uffici finanziari e degli enti preposti all’accertamento dei tributi.
Per il profilo processuale tributario, la Corte ha già affermato nella sentenza 12 gennaio 2012, n. 255, che l’art. 14, co. 6, del D.Lgs. n. 546/1992, prevede che possono intervenire volontariamente o essere chiamati in giudizio i soggetti che, insieme al ricorrente, sono destinatari dell’atto impugnato o parti del rapporto tributario controverso. Per detta ragione è stato ritenuto dalla Cassazione legittimo, anche in appello, l’intervento del cessionario dell’azienda responsabile ai sensi dell’art. 14 del D.Lgs. n. 472/1997 per il pagamento dell’imposta e delle sanzioni riferibili alle violazioni commesse dal cedente nei limiti temporali previsti.

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