Categorie approfondimento: Lavoro
20 Settembre 2012

Trasferimento del ramo d’azienda

Di cosa si tratta

Torniamo su un tema trattato dieci anni or sono in relazione al giudizio di validità del trasferimento a vario titolo di un ramo di azienda in applicazione della Riforma intervenuta sull’art. 2112 cod. civ., operata dal D.Lgs. n. 18/2001.
Durante il periodo si è formata una giurisprudenza che ha chiarito molti concetti per distinguere la cessione fittizia e per individuare le operazioni meramente strumentali al ramo d’azienda.
Prendiamo spunto per l’aggiornamento dalla pronunzia della Cassazione, Sezione lavoro, 14 novembre 2011, n. 23808; la massima recita: “E’ ramo d’azienda ai sensi dell’art. 2112 cod. civ. ogni entità economica organizzata in maniera stabile la quale, in occasione del trasferimento, conservi la sua identità e consenta l’esercizio di una attività economica finalizzata al perseguimento di uno specifico obiettivo”.
Il caso deciso vedeva un’azienda produttiva che aveva anche un negozio, che aveva ritenuto di cedere a dei dipendenti che, resisi autonomi, prendevano in affitto questa parte di attività organizzata assieme ad un complesso di beni già organizzato al fine della vendita dei prodotti dell’affittante.
Dall’attività istruttoria nei giudizi di merito non erano emersi elementi che modificassero la causa del contratto, né circostanze che potessero fare ritenere che si trattasse di un negozio in frode alla legge poiché la società affittuaria non era una società fittizia o di un prestanome, in quanto anche erano stati investiti capitali propri nell’iniziativa con l’assunzione di un autentico rischio imprenditoriale.
Il tema centrale resta quello dell’autonomia funzionale del ramo ceduto.
In tesi i ricorrenti sostenevano che sussisteva una obiettiva ed incontestabile inseparabilità dell’attività svolta dalla affittante dal più ampio complesso aziendale; si trattava di un punto vendita connesso strettamente alla produzione all’ingrosso.
La Corte ricorda l’orientamento che offre una lettura rigorosa dell’art. 2112 c.c., interpretato alla luce della lettera e della ratio della direttiva in materia, nonché della giurisprudenza della Corte di giustizia: “In materia di trasferimento d’azienda, la direttiva CE 77/187, come ripresa nel contenuto dalla direttiva CE 98/50 e, infine, razionalizzata nel testo con sostituzione con la direttiva CE 2001/23, nell’ambito del fenomeno della circolazione aziendale, persegue lo scopo di garantire ai lavoratori (assicurando la continuità dell’inerenza del rapporto di lavoro all’azienda, o alla parte di essa, trasferita ed esistente al momento del trasferimento) la conservazione dei diritti in caso di mutamento dell’imprenditore. Ne consegue che per ‘ramo d’azienda’, come tale suscettibile di autonomo trasferimento riconducibile alla disciplina dettata per la cessione di azienda, deve intendersi ogni entità economica organizzata in maniera stabile la quale, in occasione del trasferimento, conservi la sua identità” e (come affermato anche dalla Corte di Giustizia, sentenza 24 gennaio 2002, C-51/00 Temco) consenta l’esercizio di una attività economica finalizzata al perseguimento di uno specifico obiettivo, il cui accertamento presuppone la valutazione complessiva di una pluralità di elementi, tra loro in rapporto di interdipendenza in relazione al tipo di impresa, consistenti nell’eventuale trasferimento di elementi materiali o immateriali e del loro valore, nell’avvenuta riassunzione in fatto della maggior parte del personale da parte della nuova impresa, dell’eventuale trasferimento della clientela, nonché del grado di analogia tra le attività esercitate prima o dopo la cessione.
Nel caso la cessione ha riguardato un settore particolare e nettamente individuabile della più generale attività produttiva svolta. Si trattava di un’attività funzionalmente autonoma e chiaramente distinguibile da quella svolta nel complesso, obiettivamente enucleabile sia prima che dopo la cessione che non ha comportato alcuna trasformazione o mutamento radicale nel complesso organizzativo incentrato sul negozio. Sussisteva un’autonomia funzionale preesistente del ramo ceduto al passaggio del personale ex art. 2112 c.c., sicché non vi era la prova che l’obiettivo perseguito fosse solo quello di ‘staccare’ i lavoratori ed imputarli al nuovo soggetto produttivo.
Il conduttore non poteva essere considerato una entità puramente fittizia. La motivazione anche della Corte d’Appello era congrua e logicamente coerente in quanto l’autonomia funzionale dell’attività nel complesso ceduta non era smentita dagli elementi illustrati e precedeva il contratto di affitto tra le due società.
Con altro motivo era poi dedotta la violazione degli artt. 1344 e 1343 c.c. in quanto si tratterebbe di un contratto in frode alla legge, la cui finalità sarebbe solo quella di abbassare la soglia dimensionale in modo da poter eludere la disciplina garantistica di cui all’art. 18 L. 300/70.
Anche questo motivo era respinto non sussistendo elementi per ritenere che l’operazione di cessione in affitto della rivendita fosse finalizzata a mascherare una intermediazione illecita di manodopera e/o una fornitura di prestazione di manodopera per le ragioni ricordate.

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