Categorie approfondimento: Tributario e fiscale
21 Giugno 2009

T.I.A. Tariffa Igiene Ambientale: ancora sulla natura tributaria

Di cosa si tratta

Riteniamo doveroso aggiornare il tema della natura della Tariffa d’Igiene Ambientale, tema sul quale abbiamo già compiuto riflessioni (Cfr.: nel sito: “T.I.A. Tariffa Igiene Ambientale: la natura tributaria e le novita’”) in quanto forse si è arrivati al momento di vedere definita quale ne sia la natura e gli effetti che scaturiscono dalla riconduzione alla natura privatistica o pubblicistica, quale tributo.
La Cassazione a Sezioni Unite ha ritenuto infatti di investire della questione la Corte Costituzionale con l’ordinanza n. 13894/2009 depositata il 15 giugno 2009.
Il tema viene attualizzato dall’ultimo intervento del legislatore, che aveva attribuito nel 2005 la competenza delle controversie in materia di Tariffa alle Commissioni tributarie, in questo modo riconducendo apparentemente in modo più chiaro la materia nell’alveo pubblico.
L’argomento era stato ritenuto rilevante dalla giurisprudenza tanto quanto era stato l’effetto per l’interpretazione opposta della dottrina, che argomentava dal fatto della necessità di una disposizione apposita per ricondurre la competenza a quel giudice che altrimenti non l’avrebbe avuta.
La cassazione evidenzia peculiarità come quella dell’esigenza della TIA, così come per il servizio idrico integrato, che i costi siano coperti da quanto debba essere corrisposto dagli utenti, come la mancanza di disposizioni per la TIA in ordine all’accertamento, le sanzioni e il contenzioso, elementi tutti che fanno propendere per una natura privata.
La Corte costituzionale con la sentenza 14 marzo 2008, n. 64 aveva sostenuto che non è “sufficiente, al fine di negare lo “snaturamento” della materia attribuita alla giurisdizione tributaria, affermare che le controversie relative ad alcuni particolari canoni, pur non avendo natura tributaria, sono legittimamente attribuite alla cognizione delle commissioni tributarie per la sola ragione che il fatto generatore delle prestazioni patrimoniali è simile al presupposto che, in passato, avevano avuto alcuni tributi. Al contrario il difetto della natura tributaria della controversia fa venir meno il fondamento costituzionale della giurisdizione del giudice tributario, con la conseguenza che l’attribuzione a tale giudice della cognizione della controversia si risolve inevitabilmente nella creazione, costituzionalmente vietata, di un “nuovo” giudice speciale”.
Questo porta ad affermare la necessità di compiere un esame sostanziale e non solo formale per accertare se esiste un tributo e che non si può dedurre la natura tributaria da una norma che attribuisce una competenza giurisdizionale. Il ruolo del “nomen iuris”, dato dal legislatore non ha rilievo decisivo, ma è necessario verificare se il canone o la tariffa risponde a criteri elaborati dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale per qualificare come tributarie alcune entrate erariali, criteri che: “consistono nella doverosità della prestazione e nel collegamento di questa alla pubblica spesa, con riferimento ad un presupposto economicamente rilevante (ex multis sentenze 334/06 e n. 73/05)”.
Secondo la Corte diventa decisiva, la valutazione che del COSAP fornisce la Corte di Cassazione che “ … dopo aver inserito il denunciato art. 3-bis, comma 1, lettera b), del decreto-legge n. 203 del 2005 nell’ambito di una tendenza del legislatore ad ampliare progressivamente l’oggetto della giurisdizione tributaria mediante successive modificazioni dell’art. 2 del decreto legislativo n. 546 del 1992, ha costantemente dichiarato che le controversie attinenti al COSAP non hanno natura tributaria”: da qui la conseguenza dell’illegittimità costituzionale della norma in oggetto.
Con la sentenza n. 130 del 14 maggio 2008 che dichiara “ … l’illegittimità costituzionale dell’art. 2, comma 1, del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546, nella parte in cui attribuisce alla giurisdizione tributaria le controversie relative alle sanzioni, comunque irrogate da uffici finanziari, anche ove conseguano alla violazione di disposizioni non aventi natura tributaria; tale norma finisce per attribuire alla giurisdizione tributaria le controversie relative a sanzioni unicamente sulla base del mero criterio soggettivo costituito dalla natura finanziaria dell’organo competente ad irrogarle e a prescindere dalla natura tributaria del rapporto cui tali sanzioni ineriscono; si pone in contrasto con l’art. 102, secondo comma, e con la VI disposizione transitoria della Costituzione, risolvendosi nella creazione di un nuovo giudice speciale”.
Il ricapitolo eseguito conferma la centralità della norma processuale contenuta nell’art. 2 del D.Lgs. 546/92: disposizione, nata come norma processuale, avrebbe un ruolo centrale nella qualificazione delle entrate, posto che sono devolute alla giurisdizione delle Commissioni Tributarie solo le controversie tributarie. La modifica normativa, ritenuta in grado di porre fine alla questione sulla giurisdizione e sulla natura del prelievo, non ha in concreto raggiunto i risultati sperati, andando a incrementare le diverse posizioni sul tema.
E’ desiderato un pronunciamento diretto della Corte Costituzionale anche sulla parte della norma che devolve la giurisdizione in materia di Tariffa di igiene ambientale alle Commissione tributarie. Allo stato la nuova tariffa non ha elementi tali da consentirne una qualificazione univoca e indiscutibile e neanche il diritto vivente è riuscito a dirimere i dubbi.
Della nostra esperienza giudiziale è la sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Milano, sezione 47, Pres. Dott. Biagio Meli, del 17 giugno 2008 n. 235, che ha ritenuto “.. gli atti .. hanno natura di atti amministrativi impositivi di un obbligo pecuniario di natura pubblicistica, perciò sottoposto alla giurisdizione tributaria”, quindi senza inversione di piano: prima la sostanza e poi l’effetto della riconduzione al giudice di competenza, in conformità a quanto affermato dalla Cassazione nota in allora del 9 marzo 2007 n. 17526 (si aggiunge che la Commissione ha respinto ben tre istanze di illegittimità costituzionale per contrarietà agli artt. 3, 23 e 119, 5° comma Costituzione).

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