Categorie approfondimento: Lavoro
30 Aprile 2002

Il TFR va corrisposto al momento della cessazione del rapporto

Di cosa si tratta

Vari motivi giustificativi hanno in passato indotto a ritenere che il momento per la corresponsione del trattameno di fine rapporto non fosse nell’immediatezza della cessazione del rapporto stesso.
Ripetute sono state le pronunzie della Corte di Cassazione che hanno individuato in momenti diversi il momento nel quale l’obbligo nasce.
Con la più recente pronunzia sul tema (Cass. Sezione lavoro, 4 aprile 2002, Sent. 4822/02) è stato affermato il principio che il momento è quello stesso della corresponsione dell’ultima busta paga.
Quando il lavoratore lascia l’azienda, l’imprenditore è tenuto a corrispondere il trattamento di fine rapporto nell’immediatezza della cessazione del rapporto. Se alla corresponsione si provvedesse con ritardo, sono dovuti anche interessi e rivalutazione sulla somma, per ogni giorno di ritardo.
L’affermazione è compiuta aderendo ad una interpretazione rigida, da parte della Corte di cassazione, dell’articolo 2120 del Codice civile, norma che disciplina l’indennità dovuta ai dipendenti che cessano definitivamente il rapporto col datore di lavoro.
La norma del Codice dice: “in ogni caso di cessazione del rapporto di lavoro subordinato, il prestatore ha diritto a un trattamento di fine rapporto”. Per la Corte non vi è dubbio sul fatto che l’obbligazione nasca nel momento esatto in cui il rapporto si conclude.
Lo stesso giorno, nel quale il dipendente finisce il suo lavoro, è quello nel quale dovrebbe incassare la somma accumulata negli anni; da quel momento l’ex dipendente diventa creditore dell’azienda.
Si era già sostenuto che, se anche l’articolo 2120 cod.civ. non indica con esattezza la data di erogazione del TFR, si poteva invocare l’articolo 1183 del Codice civile per il quale: “se non è determinato il tempo in cui la prestazione deve essere eseguita, il creditore può esigerla immediatamente”.
Con argomentazione ferma la Corte ha tolto rilevanza a quegli accordi di categoria che consentivano la dilazione anche perché è necessario effettuare i calcoli delle variazioni dell’indice Istat, maturati nel mese precedente la risoluzione del contratto.
Ancora il 25 marzo 2002 con la sentenza 4222 la Cassazione aveva ritenuto opportuno di circoscrivere l’affermazione alla sola categoria dei metalmeccanici, dando ragione al lavoratore, esclusivamente in base all’interpretazione dell’articolo 26 del contratto nazionale metalmeccanici, che dispone il pagamento del TFR “all’atto della risoluzione del rapporto”.

In sintesi

Dal punto di vista tecnico-giuridico il ragionamento di legittimità non fa una piega, ma dà una spallata alla consolidata consuetudine degli imprenditori di concedersi un “certo margine di calcolo”.
In precedenza esisteva il principio in base al quale il TFR produceva rivalutazione e interessi legali dalla cessazione del rapporto, “purché a tale data possa essere stato determinato e, perciò, sia divenuto esigibile”, in quanto “è un obbligo del datore di lavoro, condizionato al fatto che egli a tale data sia a conoscenza di tutti gli elementi di calcolo che lo compongono”.
Mutando il suo orientamento, ora la Corte rileva che il credito, avente ad oggetto il trattamento di fine rapporto, maturato dal lavoratore e, quindi, il pagamento di una somma di danaro, non può ritenersi illiquido per la sola circostanza che per la sua esatta determinazione siano necessari calcoli, anche non elementari, purché preesistano i dati necessari per la determinazione del quantum.
Sarebbe credito esigibile quello non soggetto a condizione sospensiva o a termine o ad altri ostacoli di natura giuridica a ché possa essere immediatamente soddisfatto (anche ai fini della decorrenza della prescrizione). Respinge quindi la tesi precedente, secondo cui l’impossibilità di determinare il quantum del trattamento di fine rapporto nello stesso giorno di cessazione del rapporto di lavoro comporterebbe, ai sensi dell’articolo 1183 cod. civ., lo spostamento della scadenza dell’obbligazione all’esaurimento del periodo necessario per l’acquisizione di tutti gli elementi del computo, in quanto contrasta con la regola specifica per i crediti di lavoro che, ai sensi del citato articolo 429, terzo comma cod. proc. civ., vengono in essere già come crediti naturalmente indicizzati.
D’altra parte, la formulazione letterale dell’articolo 2120 cod.civ, secondo cui in ogni caso di cessazione del rapporto di lavoro subordinato, il prestatore di lavoro ha diritto ad un trattamento di fine rapporto, non lascia dubbi sulla circostanza che l’obbligazione trova la sua fonte nella cessazione del rapporto, che ne rappresenta quindi il momento genetico a partire dal quale deve essere adempiuta, talché l’articolo 1183 cod. civ. non appare invocabile, neppure per quanto esso dispone al primo comma, per il caso in cui non sia determinato il tempo in cui la prestazione deve essere eseguita; tanto meno può sostenersi che la natura della prestazione (che, come detto, costituisce oggetto di obbligazione ab origine indicizzata) o il modo dell’esecuzione (i calcoli necessari per il computo del trattamento di fine rapporto non riguardano il modo dell’esecuzione, ma la concreta determinazione del contenuto della prestazione) comportino la necessità di un termine da stabilirsi dal giudice, in mancanza di accordo delle parti, ai sensi della seconda proposizione del primo comma dell’articolo 1183 cod. civ..
Per la Corte le considerazioni svolte intorno alla natura originaria di credito indicizzato, derivante dall’obbligo di corrispondere il trattamento di fine rapporto, inducono a ritenere irrilevanti quei profili inerenti alla (assenza di) colpa nel ritardo al momento della risoluzione del rapporto di lavoro. La corte aveva costantemente affermato la non rilevanza della colpa, ai fini dell’attribuzione di interessi e rivalutazione a norma dell’articolo 429 cod. proc. civ.

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