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7 Novembre 2017

I termini per il reclamo avverso la sentenza dichiarativa del fallimento

Continuano ad essere dichiarati fallimenti dove il fallito non ha avuto conoscenza di fatto della convocazione in sede fallimentare, sebbene regolarmente comunicata. In precedenza queste situazioni derivavano da problemi di notifica degli atti ed ora invece con frequenza sono causate dall’impiego dello strumento della posta elettronica certificata per dare notizia all’impresa dell’introduzione di una procedura fallimentare (nel sito: “Reclamo contro la dichiarazione di fallimento”).
Questi effetti sono talmente importanti che i giudici più scrupolosi tendono a verificare ulteriormente se la effettività della conoscenza vi sia stata o meno.
Non certo a porre rimedio a questo, visto che un reclamo per omessa verifica della posta elettronica non ha fondamento alcuno, va ricordata quella giurisprudenza che ha chiarito come anche altri soggetti hanno la possibilità di reagire avverso la sentenza di fallimento.
In tema di reclamo avverso la sentenza dichiarativa di fallimento, ai sensi dell’art. 18, comma 4, l.fall., il socio della società fallita, pur titolare di posizioni giuridiche che potrebbero essere pregiudicate dalla dichiarazione di fallimento e potendo essere legittimato alla partecipazione al procedimento prefallimentare, nonché alla proposizione del reclamo, ha l’onere di proporlo, indipendentemente dalla partecipazione al procedimento di primo grado, nel termine di trenta giorni decorrente dalla iscrizione della sentenza dichiarativa nel registro delle imprese (Cassazione civile, sez. VI, 7 settembre 2017, n. 20913).
La sentenza aveva ravvisato la tardività del reclamo, che era stato proposto oltre il termine di trenta giorni dalla iscrizione della sentenza dichiarativa di fallimento nel registro delle imprese, di cui alla L. Fall., art. 18, reputando applicarsi tale dies a quo in presenza di reclamo proposto dall’unico socio non amministratore, estraneo al procedimento pre-fallimentare, pur avendovi egli preso parte.
La Corte, pur ritenendo il ricorso infondato ha sottolineato che la L. Fall., art. 18, co. 4, prevede due distinte decorrenze del termine ai fini della proposizione del reclamo: il primo per il debitore a partire dalla data della comunicazione della sentenza da parte della cancelleria ed il secondo per i soggetti interessati, che decorre dalla data di iscrizione della sentenza stessa nel registro delle imprese.
Il socio ex-amministratore della società rientra nella categoria dei soggetti interessati, onde per il medesimo si applica la seconda decorrenza, posto che l’espressa disposizione di legge in tal senso comporta la prevalenza del dato formale; infatti, il legislatore “ha stabilito un termine preciso e definito a partire dal quale la conoscenza deve ritenersi presunta per tutti i terzi interessati senza possibilità di deroghe in ragione di situazioni obiettive o soggettive che potrebbero altresì ingenerare situazioni di disparità di trattamento” (Cass., ord. 5 giugno 2014, n. 12654, ciò affermando anche in presenza della comunicazione eventualmente attuata della sentenza di fallimento da parte del curatore all’amministratore).
La Corte ha ribadito come, tra i soggetti parti del procedimento, individuati dalla L. Fall., art. 15, co. 2 (debitore e creditori istanti) quali destinatari della convocazione del tribunale, non possa annoverarsi il socio della società di capitali dichiarata fallita, “il quale, pur essendo titolare di posizioni giuridiche che potrebbero risultare pregiudicate dalla dichiarazione di fallimento, non è destinatario della relativa istanza, né del decreto di convocazione emesso dal tribunale, dei quali non è prevista la notificazione anche nei suoi confronti”: e, da ciò, ha tratto la conclusione che “pur non potendosi disconoscere la sua legittimazione a proporre reclamo avverso la sentenza di fallimento, indipendentemente dalla sua partecipazione al procedimento di primo grado, deve escludersi che egli sia dispensato dall’osservanza del termine di cui all’art. 327 c.p.c. (c.d. termine lungo di sei mesi per l’impugnazione per l’appello), co. 1”, (Cass. 23 maggio 2016, n. 10632); ne deriva che il socio ha l’onere di proporre reclamo entro il termine di trenta giorni decorrente dalla iscrizione della sentenza dichiarativa di fallimento nel registro delle imprese, indipendentemente dall’avere preso parte, o no, al procedimento prefallimentare.
È infondata la questione di legittimità costituzionale, sollevata con riguardo alla L. Fall., art. 18, co. 4, ai sensi degli artt. 3, 24 e 111 Cost., in quanto nessuna violazione del diritto di difesa ed al contraddittorio, né del diritto di uguaglianza, è perpetrata dal sistema, che si legittima per la ricerca di una soluzione equilibrata che assicuri la massima tutela a tutti i soggetti interessati (fra i quali, il socio ex-amministratore della società in proprio), nonché il rispetto del principio di uguaglianza, essendo diversa e privilegiata la posizione del debitore e dei creditori rispetto a quella dei singoli soci o ex-amministratori, i cui interessi trovano riconoscimento nella previsione della possibilità di proporre reclamo, e garantisce la certezza del diritto, con la previsione di un termine che decorre per il debitore dalla data della notificazione della sentenza, e, “per tutti gli altri interessati”, dalla data dell’iscrizione nel registro delle imprese della sentenza di fallimento.

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