Categorie approfondimento: Tributario e fiscale
10 Dicembre 2010

Tassazione delle anticipazioni dell’imprenditore alla propria impresa

Di cosa si tratta

Fenomeno assolutamente frequente per l’imprenditore è quello dell’immissione di denaro nella propria azienda; un’ipotesi come questa sembra avere una risposta agevole in termini di imposizione concludendo per l’esclusione.
Invero il tema si pone quando non è chiaro da dove il denaro provenga e non si abbia una precisa tracciabilità o quando il fenomeno si manifesti perché eseguito nel passato e riportato ancora al passivo tra i debiti dell’impresa; ed ancora si potrebbe pensare alla compensazione della mancanza di liquidità con immissione di corrente che abbia invero l’effetto di ridurre un effetto fiscale e sottrarre ad imposizione il risultato di un esercizio.
Risponde al quesito base la recente Cassazione con la sent. n. 21511 del 20 ottobre 2010, che trattava il caso di un esercente (una impresa individuale) che aveva fatto ricorso per la cassazione della sentenza con cui la Commissione Tributaria Regionale riformava la decisione di primo grado nella parte in cui aveva accolto il ricorso del contribuente avverso l’avviso di accertamento emesso dall’ufficio locale dell’agenzia delle entrate per il recupero ad imposizione (IRPEF), tra l’altro, di una somma, corrispondente ad una posta passiva di bilancio (“anticipazioni del titolare”) che l’ufficio riteneva non giustificata contabilmente, in relazione all’anno d’imposta.
Il ricorrente censurava la sentenza impugnata in quanto la posta passiva, costituita da “anticipazioni del titolare”, per l’ufficio “non trovava rispondenza con le risultanze del bilancio chiuso nell’esercizio precedente”, dopo avere annotato che, secondo il processo verbale di constatazione redatto dalla Guardia di Finanza, l’esistenza di tale presunto debito nel bilancio “trovava coerenza e conciliazione con il relativo valore derivato dal Bilancio precedente”.
Ancora il ricorrente contestava la violazione e falsa applicazione del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 55, comma 1, (TUIR), in quanto le passività iscritte in bilancio in esercizi precedenti a quello oggetto di accertamento si tramutavano in sopravvenienze attive solo per effetto d’insussistenza “sopravvenuta” delle passività “in seguito ad un accadimento estraneo alla normale conduzione aziendale”; l’amministrazione riteneva inesistente il debito sin dall’origine né si sarebbe verificato medio tempore alcun nuovo accadimento, tale da eliminare la passività, che essendo stata iscritta in bilancio, poteva essere contestata solo con riferimento a tale esercizio, non anche all’esercizio successivo di cui si trattava in causa, non essendo legittima la pretesa “di configurare una sopravvenienza in ciascuno degli esercizi successivi in cui il debito sia stato riportato nel bilancio di apertura”.
Con altro motivo si contestava anche la violazione del comma 4, in quanto non era stato considerato irrilevante, al fine dell’accertamento del reddito imponibile, il versamento di somme a titolo di “anticipazione”, effettuato dal titolare dell’impresa individuale a favore di quest’ultima, a similitudine di quanto la legge stabilisce per i versamenti effettuati (o per i crediti rinunciati) dal socio, anche unico, a favore della società di persone da lui partecipata.
La Cassazione ha riconosciuto che il ricorso era fondato con l’accoglimento della parte in cui si riferiva alle “anticipazioni del titolare”. In tema di redditi d’impresa (D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, artt. 51 e ss.), nessuna norma stabilisce che i versamenti in denaro (anticipazioni) fatti dal titolare a favore dell’azienda personale costituiscano sopravvenienze attive di quest’ultima, imponibili in quanto tali, non trattandosi di ricavi (art. 53), né di plusvalenze patrimoniali (art. 54) né di sopravvenienze attive (art. 55). Una conferma si ricava, per a contrariis (non quindi in base ad un’interpretazione di tipo analogico, inammissibile in materia tributaria), dal comma 4 di quest’ultima norma che, regolando la materia (anche in relazione al precedente art. 43) con riferimento alle società in nome collettivo o in accomandita semplice (regolamento esteso ad altri tipi di società dal successivo art. 95, comma 2), non menziona affatto il caso dell’impresa personale.
Tale menzione sarebbe stata superflua e tecnicamente erronea dal momento che i versamenti dell’imprenditore alla sua azienda personale non sono contemplati dalla legge ai fini dell’IRPEF, e dunque non costituiscono di per sè materia imponibile.
E’ stato peraltro giustamente ritenuto – in materia di consorzi, ma con ragionamento che il collegio considera valido anche per il caso di specie – che, pur facendo le debite differenze fra impresa gestita da una società ed impresa personale e, nonostante tali differenze, i versamenti come quello in esame “non possono essere inclusi fra i ricavi o le sopravvenienze attive, ai sensi del D.P.R. n. 917 del 1986, artt. 53 e 55, atteso che, se integrano prestiti con obbligo di restituzione, non comportano un profitto per la società, ma si esauriscono in un incremento di liquidità, e, se siano effettuati a fondo perduto od in conto capitale, aumentano il patrimonio sociale, ma non sono computabili fra le sopravvenienze attive, in base all’espressa previsione del citato art. 55, comma 4” (Cass. n. 11655/2001).
La motivazione prosegue affermando la differenza nel caso in cui la ripresa fosse stata motivata assumendo che il versamento della somma a favore dell’azienda sarebbe rivelatore di un introito almeno uguale, non dichiarato. In tal caso dovrebbe essere accolta, con valore assorbente di altri motivi, la censura in quanto, in applicazione dei principio di competenza (D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 75, nel testo vigente all’epoca), la ripresa non può riguardare l’esercizio successivo, ma quello ancora precedente, durante il quale sarebbe sorta la sopravvenienza attiva non dichiarata, rivelata dal versamento a favore dell’azienda.

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