Categorie approfondimento: Tributario e fiscale
15 Novembre 2014

Tassazione della plusvalenza da cessione azienda

Di cosa si tratta

Contrariamente a quanto affermato in termini di determinazione del valore e quindi della plusvalenza da tassare nei casi di cessione di aree fabbricabili, per le quali auspichiamo un cambio di giurisprudenza (Cfr.: nel sito “Rapporto tra l’accertamento per i terreni edificabili della plusvalenza per il Tuir e del registro.?Gli elementi per fondare una presunzione”), in tema di valore finale dell’azienda ceduta la giurisprudenza è già cambiata rispetto al precedente orientamento.
L’ordinanza della Corte di Cassazione del 14 ottobre 2014, n. 21632 ha finalmente cambiato indirizzo da quello precedente vigente ancora sino alla pronuncia del 27 settembre 2013, n. 22143, che, pur riconoscendo i diversi principi dei settori impositivi del Registro e delle Imposte dirette, aveva confermato la tesi opposta.
Per il contribuente il giudice di appello non si era uniformato alla giurisprudenza della Cassazione che giustificava l’utilizzazione del valore di mercato determinato in via definitiva in sede di applicazione dell’imposta di registro ai fini dell’accertamento della plusvalenza patrimoniale in seguito a cessione di azienda, consentendo al contribuente di dimostrare l’esistenza di un diverso valore.
La Corte ha affermato che i principi relativi alla determinazione del valore di un bene che viene trasferito sono diversi a seconda dell’imposta che si deve applicare, sicché, quando si discute di imposta di registro, si ha riguardo al valore di mercato del bene, mentre quando si discute di una plusvalenza realizzata nell’ambito di un’impresa occorre verificare la differenza realizzata tra il prezzo di acquisto e il prezzo di cessione.
Ciò premesso (anche considerando che, in tema di accertamento, ai fini IRPEF, delle plusvalenze realizzate a seguito di trasferimento di azienda, il valore dell’avviamento resosi definitivo ai fini dell’imposta di registro, assume carattere vincolante per l’Amministrazione finanziaria), l’indicazione di un’entrata derivante dalla vendita di un bene, inferiore rispetto a quella accertata ai fini dell’imposta di registro, legittima di per sé l’Amministrazione a procedere ad accertamento induttivo mediante integrazione o correzione della relativa imposizione, mentre spetta al contribuente, che deduca l’inesattezza di una tale correzione, superare la presunzione di corrispondenza del prezzo incassato rispetto al valore di mercato, dimostrando (anche con il ricorso ad elementi indiziari) di avere in concreto venduto proprio al prezzo (inferiore) indicato in bilancio. Peraltro l’ufficio, abilitato dalla legge ad avvalersi di presunzioni, può anche utilizzare una seconda volta gli stessi elementi probatori già utilizzati in precedenza e idonei secondo l’ordinamento a provare il fatto posto a base dell’accertamento (Cass. n. 23608/2011; n. anche Cass. 27989/2011; Cass. n. 23115/2013).
A tali principi non si è conformato il giudice di appello, il quale ha ritenuto di essere vincolato agli accertamenti svolti dal giudice tributario nell’ambito del procedimento relativo alla determinazione dell’imposta di registro, ritenendoli per l’appunto coperti dal giudicato, senza per contro esaminare la portata degli elementi addotti dal contribuente e la concreta loro incidenza ai fini del superamento della presunzione semplice di conformità del valore risultante ai fini dell’imposta di registro a quello relativo alla plusvalenza rilevante ai fini del reddito.
La posizione espressa dall’Agenzia nel controricorso a sostegno della decisione impugnata non appariva in linea con il senso degli approdi resi dalla Corte, la stessa muovendo dal presupposto, non condivisibile, per cui la decisione del giudice tributario nel contenzioso relativo all’imposta di registro impedisce al contribuente di utilizzare gli elementi già sperimentati in quel procedimento per incidere sulla valutazione della plusvalenza.
La Corte esclude che il giudice chiamato a verificare la legittimità dell’accertamento operato dall’amministrazione in tema di plusvalenza sulla base dei valori acclarati ai fini dell’imposta di registro per effetto del giudicato formatosi rispetto a tale tributo sia vincolato alle valutazione là espresse. Risulta errata l’espressione “giudicato interno”, utilizzata dalla CTR, che non si addice ai rapporti che intercorrono fra accertamento in sede di registro e quantificazione della plusvalenza. Non si può ritenere l’esaurimento il potere di accertamento valutativo da parte del giudice investito della verifica in ordine alla legittimità dell’accertamento in tema di plusvalenza, sussistendo invece l’attività di (doverosa) verifica, da parte del giudice, della consistenza degli elementi, offerti dal contribuente, per superare i valori utilizzati dall’amministrazione, rientrando nei generali poteri conferiti al giudice dagli artt. 115 e 116 cod. proc. civ.
L’omessa considerazione degli elementi addotti dalla parte contribuente in ordine al criterio di determinazione del valore del ramo d’azienda e dei costi non ammortizzati viziava la decisione impugnata, non consentendo alla parte di comprendere le ragioni che avevano indotto la CTR a disattendere gli elementi richiamati.

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