Categorie approfondimento: Societario, Approfondimenti Homepage
8 Marzo 2021

Successione nella titolarità dell’azienda in sede ereditaria

Quando muore il titolare di una azienda che in concreto esercitava l’attività e viene lasciata agli eredi che ne divengono titolari, ha rilevanza chi in concreto prosegue l’attività di impresa e chi a questa resta estraneo.
In questa situazione è necessario sapere come regolarsi in quanto chi esercita l’attività sarà portato a fare operazioni, ad investire nel tempo per tenerla in esercizio ed incrementarla di valore; altri invece, perché magari hanno altri impegni in concreto non se ne occupano.
Sul tema è intervenuta la Corte di Cassazione distinguendo i piani dei vari soggetti coinvolti (sentenza 11 aprile 2019, n. 10188) nell’ipotesi di unico erede che aveva ricevuto un’azienda per donazione, ma l’atto era stato dichiarato nullo, per lesione dei diritti degli altri coeredi e nel tempo l’erede aveva proseguito l’attività aziendale ma si trattava di stabilire a quale titolo avesse gestito l’azienda per stabilire i diversi effetti tra i coeredi.
Mentre non vi sarebbe stato altro effetto nell’ipotesi in cui l’azienda fosse stata ad esempio affittata, dove la situazione sarebbe stata uguale per tutti i soggetti coeredi, e l’azienda ereditaria sarebbe rimasta oggetto di comunione con la finalità del solo godimento in comune secondo la sua consistenza al momento dell’apertura della successione e con qualcuno che si sarebbe dato carico di fare quella gestione minima utile alla conservazione; le cose cambiano se viene esercitata per finalità speculative con nuovi conferimenti in vista di ulteriori utili, sulla base degli incrementi aziendali.
Può verificarsi che: o l’impresa è esercitata da tutti i coeredi, l’originaria comunione incidentale si trasforma in una società (irregolare o di fatto), oppure l’azienda viene esercitata da uno o più coeredi e allora la comunione incidentale è limitata all’azienda così come lasciata dal dante causa, con gli elementi esistenti all’apertura della successione, mentre l’impresa esercitata dal singolo o da alcuni degli eredi è riferibile soltanto ad esso od essi con gli utili e le perdite relative.
L’imprenditore, che ha gestito l’azienda, dovrà a fini divisionali avere conservato le consistenze iniziali esistenti al momento dell’apertura della successione, mentre utili e passività, che sono da ricondurre solamente a lui, non possono essere considerati beni comuni e non rientrano nella comunione.
La fattispecie giudicata dalla Cassazione era relativa al caso della comunione incidentale, limitata all’azienda così come lasciata dal “de cuius”, con gli elementi esistenti all’apertura della successione, mentre l’impresa esercitata dal singolo o da parte dei coeredi restava riferibile soltanto ad esso o ad essi con gli utili e le perdite relativi, era fattispecie in cui un solo erede aveva esercitato un’azienda cedutagli da padre in virtù di atto dichiarato nullo e il relativo compendio era entrato a far parte della comunione ereditaria, con la conseguenza che, a fini divisionali, la consistenza dell’azienda doveva essere quella dell’apertura della successione, mentre le spese, gli incrementi e i decrementi, essendo ascrivibili al solo imprenditore che aveva esercitato l’attività dell’azienda, non potevano essere considerati comuni).

(Visited 1 times, 3 visits today)