Categorie approfondimento: Lavoro
20 Novembre 2002

L’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori ed il termine illegittimamente apposto ai contratti di lavoro

Di cosa si tratta

Con una recente sentenza, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione sono tornate ad occuparsi del tema relativo alla applicabilità della tutela prevista dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori nell’ipotesi di cessazione del rapporto di lavoro per scadenza del termine illegittimamente apposto. Le Sezioni Unite hanno ribadito che qualora al contratto di lavoro sia apposto illegittimamente un termine e il datore di lavoro, alla scadenza di detto termine, comunichi al lavoratore la disdetta del contratto, il lavoratore non può invocare a propria tutela la disciplina dell’art. 18 Stat. lav. e la reintegra ivi prevista.
La Cassazione si è espressa sul punto per risolvere un contrasto aperto da una precedente sentenza del 1997 di segno contrario rispetto all’orientamento prevalente della Corte, che già riteneva non applicabile la disciplina dell’art. 18 Stat. lav. alle ipotesi descritte.
Nel caso di specie, il lavoratore ricorrente era stato assunto con un contratto di lavoro a tempo determinato, in sostituzione di altro lavoratore assente. Il termine era stato apposto al contratto solo successivamente all’inizio dell’attività lavorativa da parte del ricorrente ed inoltre il rapporto di lavoro era proseguito anche dopo il rientro al lavoro del dipendente sostituito.
Il ricorrente deduceva quindi il fatto che, stante l’illegittimità del termine apposto, il rapporto di lavoro era da qualificarsi a tempo indeterminato e che l’interruzione per volontà del datore rappresentava illegittimo licenziamento, a fronte del quale riteneva di invocare il diritto di reintegra ex art. 18 Stat. lav.
La Corte ha ritenuto che “la tutela prevista dall’art. 18 Stat. lav. attiene ad una fattispecie tipica disciplinata dal legislatore con riferimento al recesso del datore di lavoro, e presuppone quindi l’esercizio della relativa facoltà con una manifestazione unilaterale di volontà di determinare l’estinzione del rapporto; tale manifestazione negoziale di volontà manca invece nel caso di disdetta con la quale il datore di lavoro, allo scopo di evitare la rinnovazione tacita del contratto, comunica la scadenza del termine, sia pure invalidamente apposto, al dipendente, sicché lo svolgimento delle prestazioni cessa in ragione dell’esecuzione che le parti danno ad una clausola nulla (la giurisprudenza distingue infatti da questa ipotesi quella in cui il datore di lavoro, anziché limitarsi a comunicare la disdetta, per scadenza del termine, abbia intimato – nel presupposto dell’intervenuta conversione del rapporto a termine in un rapporto a tempo indeterminato – un vero e proprio licenziamento)”.
In sostanza, se il datore agisce sulla base della previsione contrattuale di un termine, pur se illegittimamente apposto, venuto a scadenza e comunica la disdetta al lavoratore, tale disdetta non equivale ad un licenziamento illegittimo. Secondo la Corte, infatti, il licenziamento presuppone la volontà di estinguere il rapporto di lavoro per volontà unilaterale del datore di lavoro, laddove la comunicazione della scadenza del termine costituisce esecuzione di una clausola contrattuale.
La inapplicabilità della reintegra ex art. 18 Stat. lav. non determina, tuttavia, il venir meno di ogni tutela per il lavoratore. L’orientamento costante della Corte ritiene, infatti, che la conversione del rapporto a termine in rapporto a tempo indeterminato, derivante dalla illegittimità del termine apposto, dia egualmente al dipendente il diritto di riprendere il posto di lavoro e di ottenere il risarcimento del danno qualora ciò gli venga negato. Il lavoratore avrà diritto alla retribuzione per l’attività effettivamente prestata, che pertanto ricomincerà a decorrere con la ripresa del lavoro, mentre non avrà diritto alla retribuzione per il periodo intercorso tra la disdetta e la ripresa dell’attività lavorativa.

In sintesi

La sentenza commentata propone interessanti spunti di riflessione e merita opportuna attenzione; in particolare, ancora una volta, viene in rilievo la considerazione per cui, alla trasformazione ex lege di un rapporto di lavoro qualificato in maniera illegittima “a termine” in un rapporto a tempo indeterminato, non consegue una applicazione necessaria della disciplina dello Statuto relativa alla reintegrazione nel posto di lavoro.
Può infatti accadere che al rapporto di lavoro oggetto di trasformazione, nel passaggio da un regime all’altro, si applichi una disciplina “mista” che comporta la sopravvivenza per taluni aspetti specifici della regolamentazione prevista per i rapporti di lavoro a tempo determinato.
Occorre pertanto prestare molta attenzione e verificare, di volta in volta, il regime che si applica o potrebbe applicarsi al rapporto lavorativo e quindi optare, anche in sede preventiva, per la condotta ritenuta più adeguata.

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