Categorie approfondimento: Fallimentare
2 Febbraio 2012

Sovraindebitamento delle imprese minori

Di cosa si tratta

Con la diffusione del credito, principalmente al consumo, anche in Italia si vanno diffondendo le problematiche di un ricorso non consapevole ad esso con l’esigenza poi di regolare gli effetti che la situazione comporta. Del tema se ne parlava da anni ed altri ordinamenti, che già vivevano il problema con diffusi effetti sociali negativi che ne derivano, avevano già provveduto a prevedere misure.
Anche il legislatore italiano si è reso conto dell’esistenza del fenomeno, che è stato accentuato dal periodo di crisi e ha ritenuto di affrontare il tema per proporre un rimedio. Lo ha fatto con il Decreto-Legge 22 dicembre 2011, n 212, denominato “Disposizioni urgenti in materia di composizione delle crisi da sovraindebitamento e disciplina del processo civile”, ove è stata prevista una disciplina utilizzabile dai soggetti esclusi dal fallimento e dalle procedure concorsuali.
Il provvedimento estendeva appunto l’opportunità anche ai privati con meccanismi che paiono difficilmente utilizzabili; di questi non ci occuperemo, ma vorremmo leggere il provvedimento come procedura concorsuale per le imprese minori.
Ma il legislatore nell’arco di meno di meno di un mese ha cambiato idea e ha fatto una legge rubricata come: “Disposizioni in materia di usura e di estorsione, nonché di composizione delle crisi da sovraindebitamento” (legge 27 gennaio 2012, n. 3), che al Capo II ha nuovamente regolato la materia.
In questa legge ha riproposto il testo del Decreto Legge, chiaramente escludendo dal procedura i privati: il “sovraindebitamento del consumatore” è stato escluso dall’ambito di applicazione della legge. Ha apportato alcuni altri piccoli correttivi e l’ha congedata assieme al testo per l’usura ed estorsione. Rileviamo che oggi è il Decreto Legge che è in vigore, mentre la Legge entrerà in vigore a fine febbraio 2012.
Obiettivo delle disposizioni è quello dichiarato di “porre rimedio alle situazioni di sovra indebitamento” e a tale fine si introduce, ad iniziativa del debitore, la possibilità di concludere un accordo con i creditori secondo la ?procedura di composizione della crisi disciplinata dal nuovo provvedimento.
Guardando ai soli piccoli imprenditori, quelli esclusi dal fallimento, viene definita la situazione di sovra indebitamento in termini generali e comuni ai privati indebitati come un “perdurante squilibrio ?tra le obbligazioni assunte e il patrimonio -prontamente-(inserito dalla Legge n. 3/2012) liquidabile per farvi? fronte”, nonché “la definitiva incapacità del debitore di adempiere? regolarmente le proprie obbligazioni”.
La c.d. prima definizione è un concetto nuovo di confronto ai principi delle norme in materia di procedure concorsuali. Che cosa è il “perdurante squilibrio ?tra le obbligazioni assunte e il patrimonio prontamente liquidabile per farvi? fronte”? Non è lo stato di insolvenza in senso tecnico: potrebbe esserci liquidità, ma l’effetto proiettato nel tempo dovrebbe essere che i costi sono in un rapporto con i ricavi ove il patrimonio, se anche liquidato, non basterebbe ad arrestare l’attività con un risultato utile ai creditori.
Forse per capire le espressioni usate si dovrebbe guardare a quale sia la situazione ipotizzata, che vedremmo in un soggetto che si rende conto che deve fermare l’attività, ma sa anche che i debiti contratti sono tali da non consentire la soddisfazione dei creditori.
Con la seconda dizione si dice: “la definitiva incapacità del debitore di adempiere? regolarmente le proprie obbligazioni”. Qui siamo più vicini alla legge fallimentare: siamo di fronte al dissesto rappresentato dall’incapacità di onorare le scadenze, l’insolvenza.
Messe vicine le due declaratorie sembrano considerare una la visione statica della situazione e l’altra quella dinamica del quotidiano. Nella prima l’imprenditore sa di andare verso la rovina e vorrebbe porvi rimedio; nella seconda le manifestazioni sono già esteriori. E’ anche corretto domandarsi se abbia senso concreto quanto scriviamo oppure siano considerazioni dottrinali. A nostro avviso è importante capire che cosa il legislatore pensasse e a che cosa volesse porre rimedio.
Se la composizione della crisi non potesse avvenire, non avremmo il fallimento, previsto dalla legge come causa di risoluzione dell’accordo dall’art. 12, comma 5°, che prevede che questo rimedio operi nelle ipotesi di non assoggettamento alle procedure concorsuali.
Ma se il fallimento può esserci, dovremmo dire che si sia in ipotesi non correttamente inquadrata nella procedura o che la procedura possa applicarsi anche a chi poi possa fallire? La seconda alternativa va esclusa per quanto detto all’art. 7. 2° comma.
Dobbiamo affrettatamente concludere che si tratti di una procedura per le imprese minori, che non possono fallire, e che rappresenti solamente l’alternativa alla soddisfazione non concorsuale dei diritti dei creditori, che è ciò che va ad accadere senza il fallimento e senza la soluzione rappresentata dallo strumento per risolvere il problema del sovra indebitamento.
Se è così, in tutti i casi nei quali l’accordo non può essere omologato perché non se ne realizzano i presupposti, la domanda che ci poniamo è se questa legge serva nelle situazioni di indebitamento che ha definito.
L’alternativa illustrata è il limite di questa legge che non risponde a diverse esigenze che avrebbero ben potuto avere una risposta.

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