Categorie approfondimento: Tributario e fiscale
15 Gennaio 2011

Soldi all’estero: sanzioni

Di cosa si tratta

Proseguendo l’illustrativa che si è compiuta nell’altro articolo del Sito (Cfr.: “Soldi all’estero”) e sempre con riferimento alle ipotesi nelle quali non si tratti di commissione di reati, ma esclusivamente di ipotesi di denaro il cui possessore ha ritenuto di collocarlo all’estero senza rispettare gli obblighi nazionali, vogliamo soffermarci ad illustrare le sanzioni che ne derivano.
Tornando quindi a casi come quelli della c.d. lista Hervé Falciani, sottratta alla HSBC di Ginevra, di costituzione di disponibilità di denaro all’estero, il quesito è che cosa succeda.
Se non viene fornita la prova che il denaro portato all’estero era proveniente lecitamente da disponibilità del contribuente, i capitali detenuti all’estero produrranno fiscalmente tre effetti principali:
* le sanzioni del monitoraggio fiscale,
* la tassazione presuntiva,
* l’altra tassazione presuntiva sulla redditività dei capitali.
Non avere confezionato l’apposito quadro della dichiarazione dei redditi (RW) comporta non avere portato a conoscenza dell’Agenzia delle Entrate un dato il cui interesse in sé è meramente statistico.
L’effetto invece è pesante in quanto comporta la violazione dell’art. 5 del D.L. 28 giugno 1990, n. 167, che prevede anche sanzioni per gli intermediari dell’operazione come anche per i soggetti esteri che si prestino all’operazione; se parliamo di operazione oramai consumata, non entra in gioco l’art. 3, che si riferisce all’operazione di esportazione di denaro o titoli “al seguito”.
Le sanzioni per l’accertamento successivo sono date dall’art. 5, comma 4 del DL 167/1990, che prevede: “La violazione dell’obbligo di dichiarazione previsto nell’art. 4, comma 1, è punita con la sanzione amministrativa pecuniaria dal 10 al 50 per cento dell’ammontare degli importi non dichiarati e con la confisca di beni di corrispondente valore”. L’ipotesi alla quale si fa riferimento è quella delle persone fisiche, gli enti non commerciali, e le società semplici ed equiparate ai sensi dell’art. 5 del TUIR (D.Pr. 22 dicembre 1986, n. 917), residenti in Italia che al termine del periodo d’imposta detengono investimenti all’estero ovvero attività estere di natura finanziaria, attraverso cui possono essere conseguiti redditi di fonte estera imponibili in Italia, e che devono indicarli nella dichiarazione dei redditi.
Ancora produce il medesimo effetto la violazione dell’obbligo di dichiarazione, previsto nell’art. 4, comma 2, che è punita quando nella dichiarazione dei redditi non viene indicato l’ammontare dei trasferimenti da, verso e sull’estero che nel corso dell’anno che hanno interessato gli investimenti all’estero e le attività estere di natura finanziaria. Tale obbligo sussiste anche nel caso in cui al termine del periodo di imposta i soggetti non detengono investimenti e attività finanziarie della specie; considera quindi l’attività svolta con l’estero durante il periodo.
Il secondo effetto dell’avere svolto le attività descritte consiste nella tassazione presuntiva ex art. 12, comma secondo, del D.L. n. 78/2009, che prevede che le attività di natura finanziaria detenute negli Stati o territori a regime fiscale privilegiato, in violazione degli obblighi di dichiarazione di cui ai commi 1, 2 e 3 dell’art. 4 del DL 28 giugno 1990, n. 167, “ai soli fini fiscali si presumono costituite, salva la prova contraria, mediante redditi sottratti a tassazione”. In tale caso, le sanzioni previste dall’art. 1 del D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 471, sono raddoppiate”. Le sanzioni del Decreto consistono nell’applicazione della sanzione amministrativa dal centoventi al duecentoquaranta per cento dell’ammontare delle imposte dovute, con un minimo di lire cinquecentomila. Se non sono dovute imposte, si applica la sanzione da lire cinquecentomila a lire due milioni. Essa può essere aumentata fino al doppio nei confronti dei soggetti obbligati alla tenuta di scritture contabili.
Stante la presunzione è quindi necessario che il contribuente possa dimostrare il lecito possesso di denaro proprio e la provenienza; in difetto opera la presunzione e la correlata sanzione.
La terza sanzione, una volta individuato l’importo detenuto all’estero, consiste nell’assoggettamento a tassazione presuntiva, applicando un’aliquota pari al tasso ufficiale medio di sconto vigente in Italia, salvo che dai documenti reperiti nell’accertamento non emerga il reddito effettivamente maturato sulle disponibilità finanziarie occultate.
Se quanto illustrato ha turbato il lettore per la pesantezza degli effetti di comportamenti che siano il frutto dell’imprudenza e della scarsa conoscenza, chiudiamo con due note per proporre soluzioni.
E’ infatti previsto che il soggetto che sia incorso nelle omissioni illustrate possa al termine delle operazioni ispettive chiedere al competente ufficio finanziario, con apposita istanza in carta libera, la formulazione della proposta di accertamento ai fini dell’eventuale definizione (c.d. accertamento con adesione).
Potrà ancora comunicare agli accertatori e al competente Ufficio dell’Agenzia delle Entrate entro trenta giorni successivi alla consegna del verbale di constatazione di chiusura delle operazioni ispettive, la volontà di prestare adesione al contenuto integrale del processo verbale, beneficiando in tale caso della riduzione ad “un sesto del minimo” delle sanzioni previste per le violazioni contestate.

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