Categorie approfondimento: Societario
10 Giugno 2003

La società a responsabilità limitata. Il recesso del socio

Di cosa si tratta

La Riforma delle società ha introdotto disposizioni molto più articolate in materia di recesso del socio dalla società. La necessità di questa maggiore articolazione è un portato di molte delle novità della riforma; il fatto stesso che la società possa essere a tempo indeterminato, contrariamente al regime antecedente, non può che imporre di prevedere la facoltà per il socio di decidere quando uscirne, non potendo restare legato a vita alla partecipazione che avesse acquisito.
Al di là di quanto detto a titolo di esempio, anche qui l’autonomia statutaria consente di prevedere altri presupposti per l’esercizio della facoltà di recedere; cominciamo comunque ad elencare quanto già previsto dalla norma, che è l’art. 2473 c.c..
Il diritto di recedere compete ai soci che:

  • non siano stati d’accordo sul cambiamento dell’oggetto sociale o del tipo di società;
  • non abbiano acconsentito alla sua fusione o scissione;
  • alla revoca dello stato di liquidazione;
  • al trasferimento della sede all’estero;
  • alla eliminazione di una o più cause che legittimino il recesso;
  • al compimento di operazioni che comportino una sostanziale modificazione dell’oggetto della società determinato nell’atto costitutivo;
  • ed ancora ad una rilevante modificazione dei diritti attribuiti ai soci a norma dell’art. 2468, 4° comma c.c. (quelli riguardanti l’amministrazione della società e la distribuzione degli utili);
  • da ultimo nel D.L.vo 5/2003, relativo alla parte procedurale della Riforma, quando almeno i due terzi del capitale sociale abbiano approvato l’introduzione o la soppressione di clausole compromissorie, gli assenti o i dissenzienti possono nei novanta giorni successivi esercitare il diritto di recesso.

Il senso dell’elencazione, oltre all’oggettività della durata indeterminata della partecipazione, sta nel fatto che ci sono cose che capitano in un rapporto che non ne possono consentire la prosecuzione. Ci nasce un esempio od allineamento, forse infelice, al matrimonio; se si era d’accordo su questo, può accadere che fatti comportino la caduta di quello spirito che lo caratterizzava tanto da portare alla determinazione di porvi termine, anche se tante cose magari vanno anche bene (i figli crescono bene e vanno sui loro percorsi, l’economia familiare va bene e consente di godere di adeguato benessere). Comunque il rapporto è cessato nel momento nel quale qualche cosa si è rotto irreversibilmente.
Così è delle piccole frizioni tra i soci che, magari sopite nel tempo, hanno consentito la prosecuzione del rapporto, ma quando emergono manifestazioni incompatibili con la sua prosecuzione, logica vuole che è meglio fare cessare il rapporto, soprattutto quando sia strettamente personale.
Grande attenzione va quindi data al recesso del socio che nelle norme della Riforma, se non si usa adeguatamente l’autonomia concessa, possono essere foriere di gravi insoddisfazioni e rilevanti, ingiustificati costi.
Già molto si è scritto sul tema ma ci pare che allo stato sia mancato lo spirito dell’inquadramento del nuovo istituto che bisogna concordare se debba essere inteso come premiale o meno nel suo esercizio. L’affermazione compiuta è eccessiva deliberatamente in quanto le disposizioni dell’epoca della costituzione del rapporto devono aver per chiaro che cosa si intenda fare quando si sia usciti dalla fase dello start up e della conduzione successiva, incrementativa o meno che sia a seconda degli obiettivi dei soci.
Proprio le peculiarità di ciascuna società devono prevedere con molta attenzione il distacco di uno o più soci, e anche talora amministratori, dalla società per gli effetti che questo distacco può produrre.
Il recesso si lega naturalmente al tema della trasferibilità delle quote dal momento che, se la nuova regola è la libertà di trasmissione, l’atto costitutivo può escludere la trasferibilità, può prevedere limitazioni alla circolazione della quota, come con l’introduzione di clausole speciali di prelazione o di gradimento ed ancora può vietare la successione nella titolarità delle quote agli eredi (art. 2469,1° comma c.c.).
In questi casi la norma, che prevale, consente al socio di recedere dal rapporto sociale con la limitazione temporale che, salvo diverse determinazioni dell’atto costitutivo, questo non possa avvenire se non trascorso un periodo non superiore a due anni dalla costituzione della società o dalla sottoscrizione della partecipazione.
Si pone il quesito di che cosa accada nelle situazioni nelle quali i vecchi statuti nulla dicano sul punto, ma è da ritenere che operi la disposizione che consente il recesso prevalendo sul diverso testo.
In ordine alle clausole di gradimento mero non è lecito il ricorso al regime delle società per azioni, che ne negano la validità, dal momento che si era già ritenuto che la validità di una clausola molto ampia in ordine al gradimento degli altri soci od amministratori sia consentita nella società a responsabilità limitata per il rapporto più personalistico che caratterizza il tipo sociale. L’attuale espressa previsione quindi legittima nel caso di gradimento mero la possibilità per il socio di recedere dalla società. Si vuole ricordare che il salvataggio della validità del gradimento mero in gradimento efficace è data nei casi nei quali la clausola preveda l’obbligo di indicare un altro acquirente gradito e quindi in questi casi non si realizza il presupposto del recesso.
Altra situazione nella quale può porsi il tema del recesso è nel caso di morte del socio; se nulla fosse previsto, l’erede assume la posizione del suo dante causa ed ha diritto di farsi annotare sul libro soci con un semplice atto notorio che ne attesti la qualità di erede; se invece fosse statutariamente previsto il divieto di subingresso a titolo ereditario o l’accrescimento a favore dei soci superstiti, i diritti degli eredi sarebbero esclusivamente quelli di essere liquidati del valore della quota. Se invece lo statuto prevede l’intrasferibilità della quota a favore degli eredi o l’accrescimento degli altri soci, senza nulla prevedere della sorte degli eredi, a loro è dato il diritto di recedere per avere la liquidazione della quota.
Allo statuto è attribuito il compito di determinare i modi di subingresso nella quota o la loro esclusione, come anche determinare come si stabilisca quanto vada corrisposto, disponendo in modo alternativo alle disposizioni suppletive del codice. Si ricorda che, in difetto di disposizioni, il termine per la liquidazione è di sei mesi (art. 2473, 4° comma c.c.).
Nell’ambito quindi della latitudine di potere, attribuito dallo statuto, potrebbe anche ipotizzarsi che venga prevista una illimitata facoltà di recedere dalla società, che non è da ritenersi vietata avendo sostituito all’interesse prioritario della società quello individuale del socio.
Il tema del rimborso della partecipazione pone principalmente due ordini di temi successivi:

  • la quantificazione di tale valore;
  • il modo di operare la liquidazione.

In ordine alla quantificazione l’art. 2473, 3° comma c.c. indica un principio di correlazione tra il valore della quota e il valore del patrimonio sociale, ma non dà una puntuale disciplina per la quantificazione. Si limita infatti a dire che il valore deve tenere conto di quello di mercato al momento di dichiarazione di recesso e in caso di disaccordo, demanda la stima alla relazione giurata di un esperto, nominato dal Tribunale a richiesta della parte più diligente.
La prima domanda è se sia ammissibile che l’autonomia statutaria consenta di stabilire preventivamente il modo di determinazine di questo valore; la risposta positiva si impone e quindi lo statuto potrà, ma, diremmo, dovrà opportunamente, dare ulteriori criteri di riferimento.
Ci poniamo anche la domanda se lo statuto possa prevedere il valore pari a quello nominale, senza nessuna considerazione per l’avviamento o i beni della società; è chiaro che si tratterebbe di una clausola che avrebbe l’effetto di rafforzare il vincolo sociale ed impedire le uscite. La risposta, che abbiamo già letto, è nel senso della legittimità di tale clausola, ma qualche sospetto ci è rimasto dal momento che comunque la norma almeno “raccomanda” che si tenga in considerazione “il suo valore di mercato”.
Certo i soci in sede di costituzione o all’unanimità con altra decisione successiva potranno determinare a quale dei vari ricorrenti criteri si faccia ricorso nel caso in concreto.
Senza pretese di esaustività, richiamiamo:

  • il metodo patrimoniale, semplice o complesso; con questo si determina il valore del patrimonio netto rettificato attribuendo un valore alle attività e passività, comprese le attività immateriali, come brevetti e marchi, anche se non rilevate contabilmente;
  • il metodo reddituale puro; il metodo guarda ai flussi reddituali attualizzati, capitalizzando il reddito medio o normale atteso;
  • il metodo misto, patrimoniale e reddituale; si determina il valore del patrimonio netto e si aggiunge il valore dell’avviamento, tramite attualizzazione del reddito medio. E’ il metodo usato ora con maggior frequenza;
  • il metodo dei multipli: questo deriva i valori dall’applicazione di indicatori tratti da imprese del medesimo settore; il metodo pare poco adatto alle imprese nuove;
  • altri metodi come quello dei flussi di cassa.

In ordine a chi effettua l’acquisto della quota del socio, che ha esercitato il diritto di recesso, si distingue se sono gli altri soci e quindi proporzionalmente tra loro, in difetto di diverse disposizioni o diversa volontà in concreto, un terzo individuato concordemente tra i soci residui oppure la società stessa; in quest’ultimo caso la società provvederà utilizzando le riserve disponibili o, in mancanza, riducendo corrispondentemente il capitale sociale nel rispetto dell’art. 2482 c.c., che ne stabilisce modalità e limiti, ma, qualora questo non risulti possibile, non resterà che il ricorso alla liquidazione.
Benché la previsione non sia particolarmente rafforzata, l’opzione a favore degli altri soci dovrà comunque essere tenuta presente come prioritaria da parte degli amministratori ed adeguatamente lo statuto dovrebbe proiettarsi a regolare i modi attraverso i quali esercitarla.
Il pagamento del valore al socio receduto da parte della società pone delicati problemi fiscali, che sono stati impostati, ma non ancora risolti, e ci riserviamo di tornare sul punto quando su questo sarà stata fatta chiarezza.
Da ultimo, quando la società non sia in grado di operare la liquidazione a favore del socio receduto e si imponga invece la liquidazione della società, il socio avrà soddisfazione attraverso il risultato più complessivo della liquidazione del patrimonio sociale che risulti dall’attività di liquidazione.

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