Categorie approfondimento: Societario
18 Maggio 2003

La società a responsabilità limitata. Le quote

Di cosa si tratta

La disciplina della partecipazione sociale è, ancora con la Riforma, indicata senza una disposizione positiva, ma viene stabilito che il titolo, come in precedenza, non possa essere rappresentato da azioni e si aggiunge che non può costituire oggetto di “sollecitazione all’investimento”.
La società a responsabilità limitata si colloca tra le società di persone e la società per azioni proprio in ragione del titolo che rappresenta la partecipazione, che per definizione è trasferibile (art. 2469 c.c.) “liberamente”, salvo le limitazioni che le parti abbiano convenuto.
La chiusura all’investimento “sollecitato” vuole dire che non può direttamente fare ricorso a questa forma, ma non vieta che si possa porre quale holding di società per azioni e indirettamente attingere tramite questa al mercato dei capitali di rischio.
Ove lo statuto lo consenta, la società può emettere titoli di debito, analoghi alle obbligazioni della società per azioni; i titoli possono essere sottoscritti solo da investitori qualificati, come le banche e i fondi di investimento, che possono collocarli presso il pubblico dei risparmiatori, rispondendo verso gli acquirenti della solvenza della società (art. 2483 c.c.).
I diritti sociali, che derivano dalla titolarità delle quote, quali il diritto di voto e la quota di partecipazione agli utili, non necessariamente sono uguali; tali sono se non è previsto qualche cosa di diverso dall’atto costitutivo e quindi spettano in misura proporzionale alle quote possedute; l’atto costitutivo può riservare ad alcuni soci particolari diritti riguardanti l’amministrazione della società o la distribuzione degli utili; le modifiche a queste disposizioni particolari, che non sono quindi la regola, possono in seguito essere adottate o modificate purché si ottenga il consenso di tutti i soci.
Si può quindi pensare a partecipazioni al capitale di minoranza che possano esprimere la conduzione dell’amministrazione con la riserva del potere di nomina di questi, come al diritto ad una percentuale degli utili più elevata di quanto non sia la misura della partecipazione.
E’ stato ritenuto coerente con la caratteristiche personali del tipo societario della società a responsabilità limitata da un lato non prevedere la possibilità di categorie di quote, che implicherebbe una loro oggettivizzazione e quindi una perdita del collegamento con la persona del socio, dall’altro consentire con il quarto comma dell’art. 2468 c.c. che l’atto costitutivo preveda l’attribuzione a singoli soci, quindi in considerazione della loro posizione personale, particolari diritti concernenti sia i poteri nella società sia la partecipazione agli utili.
Un quesito, che già si pone e che non ha una particolare difficile soluzione, può avere ragionevole regolamentazione in uno statuto che accortamente si proietti alle evenienze del futuro, quando il portatore di questi “diritti particolari” cambi. Ci riferimamo al caso di morte del socio, titolare di queste quote, o al suo desiderio di cederle o recedere dalla società. Abbiamo ipotizzato tre casi perché le soluzioni possono essere diverse.
In caso di morte la considerazione del trasferimento, se a titolo particolare o universale, può portare a conclusioni diverse sulle sorti dei diritti particolari, con la loro estinzione nel primo caso e il trasferimento in capo al successore nel secondo; non condividiamo la tesi, che richiederebbe vari approfondimenti legati alla diversa chiamata ereditaria, ma ci limitiamo ad accennare all’evenienza.
Nel caso di cessione volontaria a terzi il tema ulteriormente andrebbe ad articolarsi col regime della clausola di trasferibilità e suoi limiti, eventualmente presente nello statuto, questo al fine di stabilire il giusto prezzo.
Da ultimo in caso di recesso del socio titolare di queste quote si pone il tema di quale ne sia il valore se il motivo dell’attribuzione di diritti particolari sia ad un particolare valore per la società legato alla presenza di quel socio che, uscendone, pregiudica in termini di valore la considerazione della società.
Tutti questi casi possono con lungimiranza già essere regolati in via preventiva da uno statuto che ne stabilisca la permanenza o meno e i criteri di determinazione del valore in modo diverso da come li determinerebbe il mercato.
Contrariamente a prima, la Riforma non impone una misura minima di quota nel senso che non necessariamente la quota deve essere di un euro o suo multiplo. Si potranno avere quindi quote espresse in decimali di euro, ma è chiaro che sia preferibile che lo statuto determini in modo automatico gli arrotondamenti della quota all’unità, prestando attenzione che l’operazione non vada eventualmente ad incidere con un’alterazione del computo del quorum di maggioranza, fatto che potrebbe realizzarsi con maggiore facilità nel caso di numerosi soci con quote uguali che poi abbiano a frazionarsi ulteriormente.
Si è già detto come in linea di principio le quote siano liberamente trasmissibili, ma lo statuto può prevedere altrimenti. Potrà essere prevista quindi l’intrasferibilità o la validità del trasferimento subordinata al gradimento degli altri organi sociali, degli altri soci o di terzi senza prevederne condizioni e limiti. In questo quadro si colloca la nuova disciplina del trasferimento delle partecipazioni in società a responsabilità limitata che vede al secondo comma dell’art. 2469 c.c. espressamente previsto che, nel caso in cui l’atto costitutivo prevede la intrasferibilità della partecipazione o la assoggetti senza alcuna condizione o limite al gradimento di organi sociali, degli altri soci o di terzi, spetti inderogabilmente al socio il diritto di recesso.
È possibile, a tutela della buona fede contrattuale, porre limiti temporali per l’esercizio di tale diritto ed impedire così comportamenti che pregiudichino l’interesse delle altre parti di un rapporto come quello societario: perciò è stata ammessa la possibilità che l’atto costitutivo impedisca per i primi due anni dalla costituzione della società o dall’adesione ad essa l’esercizio del diritto di recesso.
Nell’art. 2470 c.c., oltre ad affrontare alcuni aspetti tecnici sulla circolazione della quota e la relativa pubblicità ad effetti interni ed esterni alla società, ha risolto il problema della tutela riconosciuta all’acquirente della partecipazione sociale. La circolazione è sottoposta ad un regime di pubblicità presso il Registro delle imprese, e tra cessioni plurime della medesima quota è preferito nell’acquisto il primo che abbia provveduto all’iscrizione al Registro e che sia in buona fede, anche se il suo titolo di acquisto sia di data posteriore; è una soluzione che viene sostanzialmente a riprodurre quella dell’art. 1155 c.c. per la circolazione dei beni mobili: nel caso di conflitto tra acquirenti della partecipazione la prevalenza di colui che per primo ottiene l’iscrizione del trasferimento nel Registro delle imprese non consegue semplicemente alla sua priorità temporale, ma richiede inoltre il requisito soggettivo della buona fede.
Più dettagliata appare l’espropriazione della quota, per la quale si indicano le forme nelle quali si deve procedere; il pignoramento va notificato al debitore e alla società e iscritto nel registro delle imprese; gli amministratori devono poi trascriverlo sul libro dei soci; resta immutato il regime della procedura successiva fino alla vendita.
Le disposizioni richiamate si applicano anche al pegno, usufrutto e sequestro della partecipazione ed ora viene detto espressamente. Questa patologia della titolatità della quota può sembrare poco interessante, mentre invece non è così.
In caso di pegno od usufrutto delle azioni nella Spa il diritto di voto spetta al creditore o all’usufruttuario, salvo diverse disposizioni che prevedano la permanenza al socio o la sospensione dal voto, mentre per il sequestro l’esercizio spetta al custode giudiziario. Per quest’ultimo caso la norma non ammette esplicitamente deroghe, ma può pensarsi che il Giudice possa altrimenti determinarsi nell’interesse della società e del valore della quota. E’ consentito allo statuto per il caso di pegno e di usufrutto diversamente regolare la spettanza dei diritti per la parte che verrà ritenuta dispositiva.
La Riforma in questo caso ha operato il rinvio alle norme sulle azioni; per il diritto di opzione è ora previsto che questo spetti al socio e a questo vadano le nuove quote; in casi di mancato esercizio tre giorni prima della scadenza e qualora gli altri soci non si offrano di acquistarlo, questo viene alienato per suo conto a mezzo banca o intermediario; in caso di aumento di capitale per passaggio di riserve a capitale, il pegno, l’usufrutto ed il sequestro si estendono alle quote di nuova emissione; se vanno effettuati versamenti sulle quote, nel caso di pegno deve provvedervi il socio ed in mancanza il creditore pignoratizio può vendere le quote, mentre nel caso di usufrutto è l’usufruttuario a provvedervi salvo il diritto alla restituzione al termine dell’usufrutto. I diritti amministrativi, diversi da quelli illustrati, spettano per il pegno e l’usufrutto ad entrambi, mentre nel caso di sequestro sono esercitati dal custode.
Nel caso di cessione di quote, che non siano interamente liberate, la solidarietà dell’obbligo di versare il residuo permane a carico del cedente per il triennnio e decorre “dall’iscrizione del trasferimento nel libro dei soci”.
Altro significativo aspetto della riforma in tema di partecipazione a società a responsabilità limitata è quello concernente la disciplina del recesso nell’art. 2473 c.c.. Essa comporta infatti un rilevante ampliamento delle ipotesi attualmente previste ed amplia così quello che in questi tipi di società risulta concretamente lo strumento più efficace di tutela per il socio.
Con l’art. 2473 c.c. viene ampiamente regolato il recesso del socio, che non è operazione agevole in quanto la partecipazione del socio è ben difficilmente negoziabile sul mercato.
L’atto costitutivo “determina” quando il socio può recedere e le modalità, competendo tale diritto ai soci:

  • che non hanno consentito al cambiamento dell’oggetto o del tipo di società;
  • alla sua fusione o scissione,
  • alla revoca dello stato di liquidazione, al trasferimento della sede all’estero,
  • alla eliminazione di una o più cause di recesso previste dall’atto costitutivo,
  • al compimento di operazioni che comportano una sostanziale modificazione dell’oggetto della società determinato nell’atto costitutivo o una rilevante modificazione dei diritti attribuiti ai soci.

Nel caso poi di società contratta a tempo indeterminato, la facoltà compete al socio in ogni momento con un preavviso di almeno sei mesi od anche superiore, ma non ad un anno.
Perciò la possibilità offerta dalla legge di uscire dalla società da un lato gli consente di sottrarsi a scelte della società che contraddicono i suoi interessi, dall’altro, comportando un impegno economico per la società e per coloro che in essa rimangono, gli offre uno strumento di contrattazione con gli altri soci e con la maggioranza della società: in sostanza, la necessità di questo impegno economico comporta che, nel calcolo tra costi e benefici concernenti una decisione che vede contrapposti diversi soci, anche di esso si dovrà tener conto.
Perciò è di particolare rilievo la disciplina dettata dal terzo comma dell’art. 2473 c.c., che tende ad assicurare che la misura della liquidazione della partecipazione avvenga nel modo più aderente possibile al suo valore di mercato ed introduce un procedimento volto a superare le soluzioni penalizzanti tuttora adottate dal diritto vigente.
Deve anche sottolinearsi che l’ultimo comma dell’art. 2473 c.c., che prevede che il recesso non possa più avere luogo quando vi sia stata la revoca della delibera pregiudizievole o lo scioglimento della società, trae la logica conseguenza dell’impossibilità del recesso dalla constatazione che nel caso concreto gli altri soci non intendono acquistare la partecipazione del socio receduto per il corrispettivo così determinato, non sono in grado di reperire un terzo a ciò disposto e neppure il rimborso è possibile utilizzando risorse disponibili della società. In tal caso, se vi è una giustificata opposizione dei creditori, ne risulta una situazione in cui né all’interno della società né nel mercato si valuta conveniente fornire la società di mezzi finanziari idonei a consentirne la sana sopravvivenza; cioè il mercato stesso la giudica inefficiente e ritiene che la sua messa in liquidazione non rappresenti una perdita per il sistema economico nel suo complesso.

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