Categorie approfondimento: Societario
10 Agosto 2003

La società a responsabilità limitata. L’esclusione del socio

Di cosa si tratta

L’esclusione del socio è considerata dall’art. 2473-bis c.c. che demanda all’atto costitutivo la regolamentazione di tale evenienza, rinviando poi alle norme, già illustrate (Riforma delle società: la società a responsabilità limitata. Il recesso del socio.), sul recesso del socio. Sarebbe un grave problema se l’atto costitutivo nulla dicesse sul punto in quanto la Riforma non dà delle disposizioni suppletive che regolino tale mancanza e si potrebbe anche discutere se, nel caso in concreto, l’esclusione sia ammissibile.
Il primo tema da risolvere è a quale soggetto appartenga la competenza per decidere l’esclusione del socio. Normalmente e da tutti è propugnata la competenza dell’assemblea dei soci e con un voto a maggioranza degli stessi, escluso dal computo il soggetto che si intende escludere, argomentando dall’art. 2287 c.c. in tema di società di persone. Questa preferenza è da condividere anche se si potrebbero tenere conto di alcuni suggerimenti che illustriamo.
L’esclusione è un giudizio su un fatto od un comportamento, elementi sui quali ci soffermeremo in seguito. Se questa operazione viene compiuta da soggetti che non abbiano motivazioni personali, potrebbe arrivarsi alla determinazione con maggiore freddezza e ponderazione di quanto non possano fare coloro che si ritengono offesi da tali elementi e che valutano quindi in un modo diverso da come lo potrebbero compiere soggetti affrancati da componenti emozionali.
Questa impostazione porta ad escludere l’individuazione in quel soggetto che amministra; non dobbiamo inoltre dimenticare che il socio, oggetto dell’eventuale misura, potrebbe essere l’amministratore od uno di essi; nel primo caso rendendo impossibile l’operazione anche per l’evidente conflitto di interessi e nel secondo potendo porre dei problemi in quella che dovrebbe essere la maggioranza da raggiungere per adottare il provvedimento.
Sospingersi invece al di fuori della società potrebbe essere opportuno; potrebbe quindi essere statutariamente previsto un organo composto da probiviri, ai quali attribuire questa competenza. Del resto è un organo eventuale da costituire e quindi non è comunque un costo attuale in sede di costituzione. Per le società provviste del collegio sindacale si potrebbe pensare anche a questo senza perplessità sulla validità della clausola che prevedesse questa competenza, ma non ci sentiamo di consigliare questa scelta che potrebbe porre chi è demandato ad altra funzione in situazione di imbarazzo successivo nel caso sia di giudizio positivo che negativo.
Il fatto che decidere l’esclusione sia un giudizio, magari compiuto da un terzo, è ancora operazione attiva e non ha natura decisoria in senso tecnico; quindi non esclude il successivo giudizio di un Giudice o del collegio arbitrale competente per le contese tra i soci in ordine alla correttezza della decisione adottata.
I casi di esclusione sono demandati alla determinazione dell’autonomia privata. E’ evidente che l’individuazione di questi può avvenire in modi diversi: esprimendo concetti generali vietati od elencando casi specifici, alla ricorrenza dei quali si attiva l’esclusione. La scelta ha motivazioni diverse e se, come pensiamo, si diffonderanno dei modelli usuali, varrà la pena di non dimenticare la raccomandazione di inserire quelle tematiche che sono proprie del tipo di società, caratterizzate dall’attività in concreto svolta o dalla prevalenza della figura di qualcuno dei soggetti che fanno parte della società. Con il metodo casistico, una volta svolta quell’istruttoria che abbia l’idoneità di rappresentare la sussistenza del caso, si perviene ad una decisione meno discutibile perché meno discrezionale.
Realizzatosi un fatto che integri il presupposto per l’esclusione, l’atto costitutivo dovrà anche sospingersi a regolare il procedere successivo. Se infatti chi dovrà decidere è l’assemblea o un collegio avrà già una disciplina per il funzionamento, mentre in altri casi sarà necessario dettagliare queste attività: il modo di contestazione, termini a difesa o chiarimento, tempi per l’assunzione della decisione, forma della comunicazione.
Anche nei casi nei quali il funzionamento del designato a decidere l’esclusione abbia già delle disposizioni suppletive di riferimento, non sarà inopportuno che vengano dichiarate quali maggioranze siano necessarie, magari derogando al principio del valore della quota e passando a quello del numero dei soggetti. Vi è poi una situazione che in questo tipo di società ricorre soprattutto per lo svolgimento di attività che sono professionali e cioé la divisione paritaria del capitale tra due soci. Non crediamo che operi, se non fatto proprio dall’atto costitutivo, l’art. 2287 c.c. per le società di persone, che prevede che l’esclusione sia pronunciata dal Tribunale su richiesta dell’altro socio. Soprattutto per casi di questo tipo il ricorso ad organismo terzo è opportuno.
Assunta la decisione, che per sua natura dovrebbe essere motivata, andrà previsto un modo formale per la comunicazione all’interessato anche per la decorrenza dei termini per l’eventuale impugnazione e per la liquidazione della quota.
Per la liquidazione della quota, come detto, la Riforma rinvia alle disposizioni sul recesso, alle quali rinviamo a nostra volta; aggiunge però la disposizione che è esclusa la possibilità del rimborso della partecipazione mediante riduzione del capitale sociale. Siccome il rimborso può avvenire anche attraverso l’acquisto della partecipazione ad opera degli altri soci in proporzione alle partecipazioni o da parte di un terzo, indicato d’intesa dagli altri soci, è opportuno che si dettaglino le modalità di comunicazione e i riscontri di adesione entro dei termini per poi passare ad altre soluzioni.
Se nessuno abbia interesse all’acquisto, né terzi siano interessati e non si abbiano riserve disponibili per provvedere alla liquidazione della quota, non resterà che la liquidazione della società. In molti casi come possano evolversi le cose lo si sa in precedenza e quindi le soluzioni dovranno essere calibrate alla reale situazione concreta.
Rinviamo ancora al commento in materia di recesso in ordine alla quantificazione, aggiungendo che, se è vero che l’esclusione rappresenta una sanzione, sorge spontanea la domanda se nella liquidazione del valore della quota il socio, oggetto del provvedimento, possa essere penalizzato. Sicuramente per noi la risposta è positiva come quando, nel caso di recesso, si faccia cosa analoga con l’effetto di rafforzare il vincolo sociale.
Inoltre nel ricorso ai consueti metodi di valutazione della quota si potrebbe concretizzare l’effetto della penalizzazione con una diversa considerazione del valore della quota che non è naturalmente la mera frazione del valore dell’intero.
Non esistendo in precedenza l’istituto in sede di società a responsabilità limitata non vi è una disposizione specifica che abbia riguardo alla tassazione di quanto proviene al socio a seguito dell’esclusione. Esistono però le disposizioni sul recesso, alle quali si può pensare di fare riferimento, anche se il dettato esplicito della norma ha riguardo ad un fatto diverso; però l’effetto in termini concettuali non è diverso in quanto comunque avviene la liquidazione della partecipazione in capo al socio.
Riteniamo quindi che si possa già fare riferimento agli artt. 44 -per la determinazione del reddito dell’escluso- e 16 del TUIR -per la tassazione dell’escluso.

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