Categorie approfondimento: Societario
7 Maggio 2011

La società estinta ritorna in vita in caso di sopravvenienze attive

Di cosa si tratta

Analizzate le note sentenze a Sezioni Unite della Corte di Cassazione (sentenze nn. 4060, 4061 e 4062 del 22/2/2010) che hanno stabilito i principi applicabili in tema di cancellazione delle società e i suoi effetti (“L’estinzione delle società conseguente alla cancellazione: gli effetti”), si è già avuto modo di commentare alcune pronunce di merito che hanno fatto seguito (“Ancora in materia di cancellazione ed estinzione di società”).
Un’altra recente decisione merita di essere considerata e questa volta la provenienza è il Giudice del Registro delle Imprese di Padova (20/2/2011).
Il Giudice ha disposto la cancellazione della cancellazione di una società dal Registro delle imprese, con ciò facendola “tornare in vita”. La vicenda è questa.
In data 30/12/2009, il liquidatore di una s.r.l. presenta istanza di cancellazione dal registro delle imprese, ritenendo evidentemente completata la liquidazione della società.
La richiesta è accolta e la società viene cancellata. Quindi in virtù della norma espressa di cui al novellato art. 2495 cod. civ., la società si estingue.
Successivamente, come si evince dalla pronuncia, il liquidatore rilevava che “diversamente da quanto indicato nel bilancio finale di liquidazione al 30.11.2009, la società è proprietaria di beni immobili preesistenti (terreni) nel comune di Ferrara”. Veniva così presentata istanza, da parte del (ex)liquidatore, di cancellazione della cancellazione già effettuata.
Il Giudice del Registro ha accolto l’istanza, in applicazione dell’art. 2191 cod. civ. (“Cancellazione d’ufficio”) che prevede che “se un’iscrizione [nel registro delle imprese, n.d.r.] è avvenuta senza che esistano le condizioni richieste dalla legge, il giudice del registro, sentito l’interessato, ne ordina con decreto la cancellazione”.
Nel caso concreto, il giudice ha ritenuto che non sussistessero le condizioni per procedere alla cancellazione della società, che è avvenuta “in mancanza dei necessari presupposti”; infatti, stante l’esistenza di immobili intestati alla società già cancellata, “la liquidazione non poteva dirsi completata al momento della cancellazione (…), sussistendo invece dell’attivo patrimoniale da liquidare”.
La pronuncia del giudice di Padova riprende, senza esplicitarle, le considerazioni già svolte dal Tribunale di Napoli nella sentenza del 5/3/2010, in cui si opera una distinzione di regime tra le ipotesi in cui emergano sopravvenienze passive (nel qual caso varrebbe il nuovo orientamento espresso dalla Corte di Cassazione, che si sostanzia in cancellazione = estinzione) e le ipotesi in cui emergano sopravvenienze attive (in questo caso, mancherebbero i presupposti stessi per la cancellazione, perché la liquidazione non sarebbe terminata).
La decisione, se può ritenersi condivisibile sotto il profilo della sostanza del principio affermato, appare foriera di implicazioni ed effetti, alcuni dei quali difficilmente prevedibili.
Innanzitutto il giudice afferma essere il liquidatore soggetto “legittimato” a proporre l’istanza di cancellazione della cancellazione, ma non dà alcuna motivazione sul punto: in particolare non si comprende se ritenga l’(ex)liquidatore l’unico legittimato, in quanto legittimato già a presentare la richiesta di cancellazione (art. 2495, comma I); oppure, posto che gli artt. 2189 e 2191 parlano di “interessati”, possano essere legittimati tutti quei soggetti che abbiano appunto un interesse alla “rinascita” della società, come potrebbero essere i creditori insoddisfatti, qualora abbiano notizia di attivi della società non liquidati.
In secondo luogo, il ritorno alla “vita giuridica” di un soggetto prima esistente e poi estinto per effetto della cancellazione è un tema ricco di spunti irrisolti e sui quali il giudice del registro omette qualsiasi considerazione. Che dire, infatti, di eventuali iniziative già intraprese nei confronti dei soci da parte di creditori insoddisfatti, nella fase successiva alla cancellazione, ai sensi dell’art. 2495, comma II? Oppure di azioni di responsabilità nei confronti del liquidatore, sempre da parte dei creditori insoddisfatti? E che dire anche di tutti i procedimenti già pendenti (e interrotti) nei confronti della società, per effetto dell’intervenuta cancellazione? Senza con ciò volersi addentrare nella considerazione degli effetti sotto i profili fiscali, tributari e amministrativi.
Citiamo ad esempio un recente caso trattato dalla Commissione tributaria provinciale di Milano (sentenza n. 94 del 14/3/2011), la quale ha disposto l’annullamento di un avviso di accertamento notificato al socio ex liquidatore della società cancellata (ed estinta), sul presupposto che il nuovo art. 2495 cod. civ. stabilisce i limiti entro cui i creditori insoddisfatti possono rivalersi nei confronti dei soci e del liquidatore, non sussistendo più la c.d. ultrattività della società cancellata, come si riteneva in precedenza in dottrina e giurisprudenza. Sempre la Commissione ha affermato che l’avviso di accertamento non poteva essere notificato all’(ex) socio liquidatore, in quanto ultimo rappresentante legale della società estinta, ma doveva essere notificato all’(ex)socio in quanto tale e nella misura in cui avesse percepito somme risultanti dall’approvazione del bilancio finale di liquidazione.
Il quesito è quali sarebbero gli effetti nel momento in cui la società dovesse tornare in vita e quali gli effetti sugli atti annullati, sui termini eventualmente decorsi e così via.
Vedremo se ci saranno sviluppi sul tema e in quale direzione.

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