Categorie approfondimento: Tributario e fiscale
8 Luglio 2015

Le sanzioni amministrative penali in sede tributaria

Di cosa si tratta

Già l’anno scorso ci siamo occupati del tema delle sanzioni amministrative penali in sede tributaria (nel sito, cfr.: Accertamento tributario: sanzioni penali e sanzioni amministrative), e una recente sentenza ci permette di tornare con interesse sul punto, anche perché abbiamo in corso un giudizio tributario ove, accertato un reddito di €. 9.697.674,00, con una maggiore imposta IVA per €. 2.271.931,00, le sanzioni applicate sono state per €. 6.815.793,00 e riteniamo sostanzialmente sanzione penale quella che si pretenderebbe applicare.
Con sentenza depositata in data 7 maggio 2015 n. 717 del Tribunale di Asti, dott. Giulio Corato, si è posto fine ad un giudizio penale con assoluzione dell’imputato che in sede tributaria aveva vista accertata un’evasione IVA per €. 497.474,00 ed era stato condannato complessivamente anche per altri tributi a pagare €. 1.135.643,54. Il verbale di accertamento a fronte di quanto accertato individuava una base imponibile evasa pari a €. 730.347,00 con applicazione di sanzioni pari a €. 552.994,20, oltre ad interessi.
Ci domandiamo: ma se una sanzione è sostanzialmente penale perché di questo giudica un organo amministrativo-giurisdizionale? E ancora la seconda domanda è quale sia il rapporto tra le due azioni penale e amministrativa.
Riteniamo che il tema primo sia mal posto anche dal legislatore attuale che sta tornando a rivedere il meccanismo sanzionatorio pensando di attribuire all’Ufficio un potere di graduare le pene; non riteniamo che sia questa la soluzione in quanto, se è vero che si deve ritenere l’afflittività della sanzione di natura penale, la competenza sul tema deve essere esclusiva e per l’ordinamento appartiene all’A.G.O. (Autorità Giudiziaria Ordinaria).
Gli stessi fatti con gli stessi soggetti sono con frequenza oggetto di processi diversi e spesso con decisioni diverse e tra loro contraddittorie e inconciliabili.
A una determinata condotta antigiuridica segue una valutazione dei fatti secondo legge e l’eventuale conseguente sanzione, ma tale principio subisce una deroga per i reati di evasione fiscale. Vi sono due giudici differenti che hanno entrambi piena cognizione e pieno potere decisionale sul fatto e sulla condotta.
Con la legge 14 gennaio 1929, n. 4 (Norme generali per la repressione delle violazioni delle leggi finanziarie) al quarto comma dell’art. 21 è stato previsto: «per i reati previsti dalle leggi sui tributi diretti l’azione penale ha corso dopo che l’accertamento dell’imposta e della relativa sovrimposta è divenuto definitivo a norma delle leggi regolanti tale materia». Si afferma la pregiudiziale tributaria con la quale il giudice penale non poteva e non doveva intraprendere l’iniziativa penale né esaminare alcuna condotta potenzialmente illecita se prima non diveniva definitivo l’accertamento dell’imposta dovuta. Anche la prescrizione subiva una sospensione automatica, reiniziando a decorrere per i reati tributari solo se e solo quando diveniva definitivo l’accertamento; inoltre il giudice penale era vincolato alla decisione sull’accertamento tributario che faceva stato nel procedimento penale, impregiudicati gli elementi soggettivi e di competenza e valutazione penale.
È sopravvenuta la sentenza della Corte costituzionale (la n. 88 del 1982) che dichiarò illegittima la norma (il quarto comma dell’art. 21 della Legge 4/1929 è poi stato abrogato dall’art. 13, primo co., del D.L. n. 429/1982, convertito nella Legge n. 516/1982). In sede di conversione del D.L. n. 429/1982, è stato aggiunto dopo il primo comma che «l’azione penale ha corso anche in pendenza dell’accertamento di imposta»: con questo comma nasce il «doppio binario» e finisce la pregiudiziale tributaria.
La Legge n. 516/1982 non sanzionava condotte illecite effettive, ma solo comportamenti che potevano essere potenzialmente lesivi di un interesse generale, enunciando una serie di condotte che producevano effetti penali abnormi.
Si è arrivati al D.Lgs. n. 74/2000 che ora sanziona condotte illecite effettive, tutte caratterizzate dal dolo specifico e dall’esclusione del tentativo.
Vediamo l’art. 19 primo comma (Principio di specialità) e l’art. 20 (Rapporti tra procedimento penale e processo tributario) del D. Lgs. N. 74/2000.
Secondo il primo comma dell’art. 19, «quando uno stesso fatto è punito da una delle disposizioni del titolo e da una disposizione che prevede una sanzione amministrativa, si applica la disposizione speciale ».
Il discorso ha fondamento visto che esiste all’art. 15 c.p. che sancisce il divieto di cumulo: in presenza di due sanzioni previste da leggi diverse, si deve applicare solo quella speciale. Ma resta il quesito di individuare quale sia la norma speciale da applicare.
Con il «doppio binario» tra giudice penale e giudice tributario, ognuno per i medesimi fatti e per i medesimi soggetti può emettere una decisione totalmente diversa dall’altro giudice, con valutazioni contraddittorie e con contrasti di giudicati.
Se una commissione tributaria ritiene che la condotta sia sanzionabile ai fini tributari ed integri una condotta penale perché è stata superata la soglia di evasione si sposta la competenza da amministrativa a penale e non potrà irrogare la sanzione amministrativa. Se la medesima condotta, in sede penale, non fosse ritenuta dal giudice rilevante, nessuno irrogherà la sanzione.
All’opposto se una commissione tributaria ritiene provato l’illecito amministrativo e non superata la soglia di rilevanza penale lo sanziona in sede amministrativa; il giudice penale, che ritenesse che la soglia di rilevanza penale è stata superata gli infligge la sanzione penale: quindi due condanne per la stessa condotta.
Nel momento nel quale i principi affermati dal Tribunale di Asti fossero condivisi, avremmo potenzialmente due sedi nelle quali potrebbe essere inflitta una sanzione di natura penale; ma se questo non può essere possibile, come si risolve il tema? Il tribunale, dovendo occuparsi del caso concreto, si limita ad affermare che il secondo giudizio non si possa neppure tenere e lo afferma a prescindere dalla definitività della pronunzia intervenuta. Il principio CEDU all’art. 4 Prot. 7 sulla irrevocabilità della precedente pronuncia giurisdizionale tutela l’individuo: “non già contro la possibilità di essere sanzionato due volte per lo stesso reato, ma ancor prima di essere sottoposto una seconda volta a processo per un reato per il quale è stato già giudicato”.
Non ha rilevanza fondamentale la definitività “essendo evidente come la contemporanea pendenza, in idem, di un processo penale da un lato e di un contenzioso tributario dall’altro… costituisca ipotesi di assai dubbio ossequio al principio fondamentale in parola”.
La contraddizione poi arriva all’estremo se si pensa che l’accertatore, nel momento nel quale ravvisa elementi di reato, ha l’obbligo di farne comunicazione alla Procura della Repubblica, già conscio che scaturirà dall’accertamento la duplice possibilità teorica della non opposizione e quindi della definitività della sanzione di rilevanza penale, oppure la nascita di un contenzioso tributario con il quale quello penale entra in conflitto.

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