Categorie approfondimento: Tributario e fiscale
20 Gennaio 2015

Ristrutturazioni aziendali: il pericolo dell’elusione fiscale

Di cosa si tratta

Una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 438 pubblicata in data 14 gennaio 2015, si è espressa sul tema dell’abuso del diritto e della elusione fiscale dando sostanziale applicazione alla raccomandazione emanata nel 2012 dalla Commissione Europea, nell’ambito del perseguimento della pianificazione fiscale aggressiva, e, soprattutto, ai principi contenuti nella Legge Delega per la realizzazione di un “sistema fiscale più equo, trasparente e orientato alla crescita”.
Come noto l’abuso del diritto, nei cui confronti l’elusione fiscale può essere posta in un rapporto di specialità, è un principio cardine della materia tributaristica che trae origine da una cospicua giurisprudenza comunitaria e nazionale secondo cui (in estrema sintesi) il tributo non può essere applicato in modo distorto così da consentire indebite detrazioni dell’imposta dovuta in presenza di operazioni economiche viziate da circostanze fraudolente ed abusive.
In sostanza, come recita l’art. 37-bis del DPR 600/73 –rubricato appunto “disposizioni antielusive”-, non sono opponibili all’amministrazione finanziaria “i fatti e i negozi … privi di valide ragioni economiche, diretti ad aggirare obblighi o divieti previsti dall’ordinamento tributario e a ottenere riduzioni di imposte o rimborsi, altrimenti indebiti”.
Dalla semplice lettura dell’articolo anche il non addetto ai lavori può percepire come sia molto ampio il potere attribuito all’Amministrazione Finanziaria (ed in seguito al giudice tributario) di sindacare le ragioni economiche delle scelte imprenditoriali poste in essere dai contribuenti e ciò al fine di interpretarle in un’ottica antielusiva. Per questo motivo il tema è da sempre controverso ed è al centro di un acceso dibattito soprattutto da quando la giurisprudenza ha assunto un orientamento fortemente antielusivo, ponendosi in netto contrasto con la dottrina e, in sostanza, fungendo da sostegno all’attività dell’Amministrazione Finanziaria.
Assume quindi particolare importanza la sentenza in esame che si esprime in maniera difforme dalla citata giurisprudenza risultando favorevole alla posizione del contribuente.
La vicenda ha ad oggetto la contestazione effettuata dall’Agenzia delle Entrate ai sensi dell’art. 37-bis del DPR 600/73 circa l’asserita elusività di un’operazione di riorganizzazione aziendale posta in essere da una società quotata in borsa. L’operazione era stata concepita dalla contribuente per una “migliore gestione dell’intero gruppo” a suo dire “attraverso strumenti giuridici che non avevano serie alternative” tenuto soprattutto conto del fatto che si poneva il tema di mantenere la proprietà di un immobile soggetto a vincolo di indisponibilità.
Costituitosi il contraddittorio la società illustrava le predette ragioni all’Agenzia delle Entrate che tuttavia emanava avviso di accertamento delineando due alternativi “percorsi negoziali” (in sostanza due operazioni alternative) attraverso i quali si sarebbe potuto raggiungere il medesimo obbiettivo “senza pregiudicare gli interessi del fisco”.
Dopo i primi due gradi di giudizio la vicenda giungeva in cassazione ove è stato individuato quale reale tema del contendere, non “tanto quello se vi siano state valide ragioni economiche” nel porre in essere l’operazione di ristrutturazione aziendale “ma quanto esse siano state perseguite con i giusti strumenti”.
I giudici hanno sottolineato che, sotto il profilo fiscale, il carattere elusivo di una determinata operazione, “nel fondarsi normativamente sul difetto di valide ragioni economiche e sul conseguimento di un indebito vantaggio fiscale, presuppone l’esistenza di un adeguato strumento giuridico che, pur se alternativo a quello scelto dal contribuente, sia comunque funzionale al raggiungimento dell’obiettivo economico perseguito dal contribuente medesimo (Cass. 2012/21390)”. Nell’applicazione di questo principio l’Amministrazione Finanziaria prima e il Giudice tributario poi devono tuttavia adottare una cautela massima allorquando “non si tratti di operazioni finanziarie […], di artificioso frazionamento di contratti o di anomale interposizioni di soggetti […], ma di ristrutturazioni societarie, soprattutto quando le stesse avvengono nell’ambito di grandi gruppi d’imprese (vedasi Cass. 2011/1372)”.
In tali casi si deve indagare se vi siano state “manipolazioni e alterazioni di schemi negoziali classici, considerate irragionevoli in una normale logica di mercato (Cass. 2009/1465) e se vi sia reale fungibilità con le soluzioni prospettate da fisco (Cass. 2014/4604)”.
Centrali risultano quindi essere le manipolazioni, le alterazioni o gli artifici operati sugli schemi negoziali tipici.
Sulla base di tali premesse la Corte afferma che, differentemente da quanto sostenuto dal giudice di secondo grado, l’operazione posta in essere dalla società non “manchi di sostanza economica, perché essa è reale, non ha natura circolare ed è coerente col fondamento giuridico dei singoli istituti, mentre, sotto il profilo finalistico, pare rispondere a quelle legittime esigenze di riordino societario e produttivo accertate”. La Corte ha quindi cassato la sentenza con rinvio e nel fare ciò ha enunciato un principio di diritto molto interessante. Si afferma che “nei processi di ristrutturazione e riorganizzazione aziendale integra gli estremi della condotta elusiva quella costruzione che, tenuto conto sia della volontà delle parti implicate che del contesto fattuale e giuridico, ponga quale elemento essenziale dell’operazione economica lo scopo di ottenere vantaggi fiscali, con la conseguenza che il divieto di comportamenti abusivi non vale ove quelle operazioni possano spiegarsi altrimenti che con il mero conseguimento di risparmi d’imposta e manchi il presupposto dell’esistenza di un idoneo strumento giuridico che, pur se alternativo a quello scelto dalla parte contribuente, sia comunque funzionale al raggiungimento dell’obiettivo economico perseguito”.
La sentenza resa dagli ermellini rappresenta forse il primo passo verso un’interpretazione meno rigida dell’art. 37-bis del DPR 600/73, da sempre letto in un’ottica favorevole all’Amministrazione Finanziaria.

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