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24 Gennaio 2018

Rinvio dell’assemblea e abuso di diritto

Abbiamo da poco considerato il tema della “Adeguata informazione per deliberare in assemblea e richiesta di rinvio” che già la Cassazione è intervenuta per qualche chiarimento sull’impiego corretto della richiesta di rinvio dell’assemblea per deliberare in sede societaria da parte dell’assemblea dei soci di una società per azioni per non integrare ipotesi di abuso di diritto.
Dopo la Riforma il testo dell’art. 2374 cod. civ. è divenuto: “I soci intervenuti che riuniscono un terzo del capitale rappresentato nell’assemblea, se dichiarano di non essere sufficientemente informati sugli oggetti posti in deliberazione, possono chiedere che l’assemblea sia rinviata a non oltre cinque giorni”. Al secondo comma “Questo diritto non può esercitarsi che una sola volta per lo stesso oggetto”.
La lettura della norma non darebbe spazio ad interpretazioni particolarmente complicate; ma la disamina della Cassazione ha portato a fargli dire altro.
La sentenza della Cassazione, Sezione Prima, del 12 dicembre 2017, n. 29792 interviene dopo la pronunzia del Tribunale che aveva accolto l’opposizione ed escudeva che “la mancata concessione di un rinvio richiesto dalla minoranza dei soci ai sensi dell’art. 2374 cod. civ., costituisse motivo di invalidità della delibera stessa”.
La Corte d’Appello ha invece annullato la delibera ritenendo illegittima la mancata concessione del rinvio. La minoranza qualificata aveva esercitato un diritto potestativo al quale corrisponde un “preciso dovere di disporre il rinvio” in quanto il legislatore aveva già dato un limite temporale molto breve che già impediva con questo che si potessero perseguire fini diversi con il chiedere un rinvio.
L’esercizio del potere conferito alla minoranza qualificata esiste nell’ambito della finalità di perseguire l’interesse protetto, cioè di essere adeguatamente informati.
Nel ricorso in Cassazione si assume che la richiesta comportasse il perseguimento di un fine illecito che andava accertato e che non doveva contrastare con il precetto di comportarsi secondo buona fede e correttezza.
La Cassazione ritiene che la disposizione costituisca un’ipotesi eccezionale e che già la norma intenda ovviare che la richiesta sia ispirata da mere esigenze di dilazione od ostruzionistiche; realizzerebbe cioè un equilibrio tra l’interesse dei soci a una maggiore informazione e quello di assicurare lo svolgimento efficiente e tempestivo dell’attività assembleare; non sarebbe quindi possibile realizzare un abuso per come è preventivamente regolato dalla disposizione.
La Corte ritiene che anche in diritto privato vadano rispettati principi costituzionali e accanto alla “iniziativa economica privata” vi sia un concorrente “dovere di solidarietà” che porta nei rapporti intersoggettivi a rendere inesigibile una pretesa che vada oltre il limite alla pretesa creditoria.
Da questo assunto si è ricavato il principio che non è lecito abusare dei propri diritti per conseguire finalità sostanzialmente lesive di interessi di più ampia portata o derivanti da rapporti contrattuali che trascendono quelli tutelati dalla norma.
Per il legame tra buona fede e abuso del diritto il secondo elemento ha assunto rilievo in sede contrattuale e societaria per vari aspetti inerenti l’esercizio del diritto di voto sotto il profilo dell’abuso di potere, facendo scaturire il vincolo di osservare un obbligo di correttezza, la cui violazione comporta l’invalidità della delibera adottata.
Non è vero quindi che l’abuso di potere non possa essere compiuto anche da una minoranza, ricorrendo all’esercizio di un diritto che si pone in contrasto con le considerazioni compiute e che può essere sottoposto al controllo giudiziale.
La dichiarazione di non essere informati non è quindi insindacabile e, quando dalla disamina di merito si arrivi alla conclusione che rappresenti un abuso strumentale l’avervi fatto ricorso, l’effetto diventa l’invalidità al suo ricorso per differire la deliberazione.
Si potrà condividere lo stupore per le conclusioni della Corte; come da una apparente lettura della norma si perviene a conclusione opposta per un principio interpretativo che in sede giudiziale arriva a conclusioni opposte.

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