Categorie approfondimento: Tributario e fiscale
20 Febbraio 2016

Rinuncia al compenso da parte degli amministratori: tassazione

Di cosa si tratta

L’indennità di fine mandato è quell’importo che si riconosce ad un amministratore quando si realizza l’evento della cessazione del rapporto. In tali casi di maturazione e conseguimento giuridico di un credito da parte di amministratore, che sia anche socio, la società erogatrice sarebbe obbligata, come sostituto di imposta, ad assoggettare l’indennità al regime fiscale in capo al socio creditore in quanto, diversamente la società beneficerebbe di accantonamenti dedotti fiscalmente nel corso dei singoli periodi di imposta che non sconterebbero imposizione fiscale, anche se produrrebbero l’effetto di incrementare il costo della partecipazione e di generare reddito esente da imposizione.
Quanto sintetizzato è affermato dall’ordinanza della Corte di Cassazione n. 1335, depositata il 26 gennaio 2016, con la quale la Corte ha confermato un suo recente precedente (sentenza n. 26842/2014).
Nel giudizio di merito era stato ritenuto illegittimo l’atto di accertamento volto al recupero della ritenuta Irpef negli anni 2002 e 2004, sull’indennità di fine mandato a due soci-amministratori che vi avevano rinunciato.
Secondo la Commissione tributaria regionale, in mancanza dell’effettivo pagamento dell’indennità, la ritenuta non poteva essere effettuata, essendo la rinuncia assimilabile a versamenti del socio a fondo perduto o in conto capitale.
Per l’Agenzia si assumeva che si fosse realizzato un “incasso giuridico” e la fattispecie non sarebbe assimilabile alla rinuncia dei soci ai versamenti effettuati a fondo perduto o in conto capitale a favore della società. Siccome la società avrebbe dedotto per ogni esercizio la quota di ammortamento di competenza, alla cessazione del mandato la società erogatrice avrebbe dovuto applicare all’indennità la ritenuta a titolo di acconto del 20%, con assoggettamento a tassazione separata ai fini Irpef in capo all’ex amministratore socio.
La Corte ritiene che, anche se l’art. 88, co. 4, del Tuir non considera sopravvenienze attive i versamenti in denaro o in natura fatti a fondo perduto o in conto capitale, la norma deve essere messa in relazione all’art. 94, co. 6, che prevede che l’ammontare dei versamenti fatti a fondo perduto o in conto capitale alla società dai soci o della rinuncia ai crediti nei confronti della società dai soci nei limiti del valore fiscale del credito si aggiunga al costo dei titoli e delle quote in proporzione alla quantità delle voci della corrispondente categoria. Inoltre considera anche l’art. 101, co. 7 Tuir, che dispone l’indeducibilità dei versamenti in denaro o in natura fatti a fondo perduto o in conto capitale alle società dai soci e la rinuncia ai crediti per i quali l’importo della rinuncia si accresce al costo di partecipazione.
La rinuncia al credito di un socio rappresenterebbe la volontà di patrimonializzare la società e non dovrebbe essere equiparata alla remissione di un debito da parte di un estraneo alla compagine sociale; la rinuncia presuppone il conseguimento del credito e l’importo non incassato verrebbe usato.
La pronuncia è conforme al contenuto del punto 3.20 della Circolare n. 73 del 26 maggio 1994: “Rinuncia ai crediti da parte dei soci. L’art. 61, co. 1, lettere g) e m), del D.L. n. 557 del 1993, convertito dalla legge n. 133 del 1994 ha modificato l’art. 55, co. 4, e l’art. 61, co. 5, del TUIR, nel senso che ha esteso la disciplina precedentemente prevista per la rinuncia ai crediti derivanti da precedenti finanziamenti alla rinuncia ai crediti di qualsiasi natura. Tale modifica riguarda anche i crediti che derivano ai soci da prestazioni di servizi, i cui redditi, in ipotesi, sono tassati per cassa. Per effetto delle norme la disciplina prevista dall’art. 61, co. 5, e dall’art. 55, co. 4, del TUIR, per la rinuncia dei soci ai crediti derivanti da precedenti finanziamenti è stata estesa ai crediti di qualsiasi natura, considerato che, come è stato chiarito nella relazione ministeriale “non si giustifica … che solo nel caso in cui il credito, al quale il socio rinuncia, derivi da un precedente finanziamento, lo stesso possa essere patrimonializzato”. Pertanto, tutti i crediti ai quali il socio rinuncia vanno portati ad aumento del costo della partecipazione, ai sensi dell’art. 61, co. 5, del TUIR, i quali, per la società non costituiscono sopravvenienze attive, così come dispone l’art. 55, co. 4, del TUIR. Naturalmente la rinuncia ai crediti correlati a redditi che vanno acquisiti a tassazione per cassa (quali, ad esempio, i compensi spettanti agli amministratori) presuppone l’avvenuto incasso giuridico del credito e quindi l’obbligo di sottoporre a tassazione il loro ammontare, anche mediante applicazione della ritenuta di imposta”.
Siccome il credito è maturato e conseguito, anche se formalmente, va assoggettato al conseguente regime fiscale, in capo al socio e, se non lo si facesse si ammetterebbe la deduzione fiscale degli accantonamenti nel corso dei periodi di imposta, senza assoggettarli a tassazione, anche se producono l’incremento del costo della partecipazione e la generazione di un reddito.

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