Categorie approfondimento: Lavoro
20 Settembre 2012

Riforma “Fornero”: la limitazione al risarcimento del danno del lavoratore reintegrato e la contribuzione previdenziale

Di cosa si tratta

La c.d. Riforma Fornero (Legge 28 giugno 2012, n. 92) detta una disposizione di rilievo quando determina in dodici mensilità il limite massimo del risarcimento che può essere attribuito al lavoratore nel caso di reintegrazione.
La norma ha posto un limite al rischio derivante dalla durata del processo, che protraendosi nel tempo andava poi a realizzare un effetto pesantissimo sulle imprese esposte al rischio di reintegrazione del lavoratore.
La disposizione è chiaramente scritta proseguendo su quanto viene riconosciuto al lavoratore: “Il giudice… annulla il licenziamento e condanna il datore di lavoro alla reintegrazione nel posto di lavoro … e al pagamento di un’indennità risarcitoria commisurata all’ultima retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione, dedotto quanto il lavoratore ha percepito, nel periodo di estromissione, per lo svolgimento di altre attività lavorative, nonché quanto avrebbe potuto percepire dedicandosi con diligenza alla ricerca di una nuova occupazione. In ogni caso la misura dell’indennità risarcitoria non può essere superiore a dodici mensilità della retribuzione globale di fatto”.
Il limite quantitativo dell’indennità è chiaramente posto e la sua quantificazione può essere complessa in quanto si deve effettuare un conteggio teorico che va compiuto con riferimento al periodo di non lavoro per l’azienda datore di lavoro delle somme altrimenti percepite o che si sarebbero percepite operando con diligenza al reperimento di un posto di lavoro nell’attesa dell’esito del giudizio.
La disposizione è inoltre allineata a quanto disposto dal Collegato Lavoro (legge 4 novembre 2010, n. 183), che per il contratto a tempo determinato nell’ipotesi di conversione a tempo indeterminato prevede al 5° co. dell’art. 32: “Nei casi di conversione del contratto a tempo determinato, il giudice condanna il datore di lavoro al risarcimento del lavoratore stabilendo un’indennità onnicomprensiva nella misura compresa tra un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, avuto riguardo ai criteri indicati nell’articolo 8 della legge 15 luglio 1966, n. 604”.
Sul piano contributivo la Riforma prevede: “Il datore di lavoro è condannato, altresì, al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali dal giorno del licenziamento fino a quello della effettiva reintegrazione, maggiorati degli interessi nella misura legale senza applicazione di sanzioni per omessa o ritardata contribuzione, per un importo pari al differenziale contributivo esistente tra la contribuzione che sarebbe stata maturata nel rapporto di lavoro risolto dall’illegittimo licenziamento e quella accreditata al lavoratore in conseguenza dello svolgimento di altre attività lavorative. In quest’ultimo caso, qualora i contributi afferiscano ad altra gestione previdenziale, essi sono imputati d’ufficio alla gestione corrispondente all’attività lavorativa svolta dal dipendente licenziato, con addebito dei relativi costi al datore di lavoro”.
L’effetto previdenziale non ha la limitazione del risarcimento e la posizione del lavoratore dovrà essere completata a concorrenza di quanto avrebbe maturato se il rapporto non fosse stato interrotto.
Però è espressamente risolto il quesito dell’afferenza dei contributi a casse diverse e il deconto degli importi altrimenti costituiti agli istituti di previdenza.
È chiaro che su questo fronte il datore di lavoro sia esposto ad effetti più pesanti nei casi nei quali il lavoratore non abbia lavorato e quindi apportato risorse di natura previdenziale che verrebbero dedotte, ma almeno gli si è riconosciuto di corrispondere i soli interessi sugli importi non versati senza che trovino applicazione le sanzioni per omessa o ritardata contribuzione.

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