Categorie approfondimento: Lavoro
20 Settembre 2012

Riforma “Fornero”: il licenziamento e la reintegrazione nel posto di lavoro (tutela piena) nel caso di licenziamento nullo

Di cosa si tratta

La c.d. Riforma Fornero (legge 28 giugno 2012, n. 92) ha modificato la normativa sul licenziamento e l’ambito di applicazione della reintegrazione ad effetti pieni, cioè quella situazione che dovrebbe essere analoga a come se il licenziamento non ci fosse stato.
Ricordiamo che la legge 15 luglio 1966, n. 604 ha introdotto le norme sui licenziamenti individuali stabilendo che nel rapporto di lavoro a tempo indeterminato, ove la stabilità non sia assicurata da norme di legge, di regolamento e di contratto collettivo o individuale, il licenziamento del prestatore di lavoro non può avvenire che per giusta causa ai sensi dell’articolo 2119 del Codice civile o per giustificato motivo.
Per inquadrare l’importanza della riforma sul tema, che ha visto il dibattito politico accentuarsi, individuiamo subito quali siano i casi che comportano il ristoro integrale della posizione del lavoratore.
Quanto esisteva prima della Riforma continua ad operare nei casi di licenziamento dichiarato nullo; in detti casi il limite dimensionale del datore di lavoro non rileva. Quindi per tutto il periodo che va dal licenziamento alla reintegrazione in concreto del lavoratore deve esser corrisposto l’emolumento pari alle retribuzioni perse e si deve procedere al versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali correlati al periodo.
Questo effetto deriva a favore di tutti i lavoratori subordinati, inclusi i dirigenti, nell’ipotesi di licenziamento orale, come disposto dall’art. 2, 1° co. Legge n. 604/1966; art. 5, 3° co., Legge n. 223/1991, sul licenziamento collettivo; art. 18, 1° co., ultimo periodo.
Gli altri casi, indicati dal nuovo art. 18 Statuto, sono le ipotesi di nullità del licenziamento:
– perché discriminatorio ai sensi dell’art. 3 della legge 11 maggio 1990, n. 108, ovvero
– intimato in concomitanza col matrimonio ai sensi dell’art. 35 del codice delle pari opportunità tra uomo e donna, di cui al D.Lgs. 11 aprile 2006, n. 198, o
– in violazione dei divieti di licenziamento di cui all’art. 54, commi 1, 6, 7 e 9, del testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, di cui al D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151, e successive modificazioni,
– ovvero perché riconducibile ad altri casi di nullità previsti dalla legge, ovvero
– determinato da un motivo illecito determinante ai sensi dell’art. 1345 del cod. civ.
In questi casi il giudice ordina al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, indipendentemente dal motivo formalmente addotto e quale che sia il numero dei dipendenti occupati dal datore di lavoro.
A seguito dell’ordine di reintegrazione, il rapporto di lavoro si intende risolto quando il lavoratore non abbia ripreso servizio entro trenta giorni dall’invito del datore di lavoro, salvo il caso in cui abbia richiesto l’indennità.
Questa facoltà di scelta è espressamente prevista dal 3° co, art. 18 Statuto, che dispone: “Fermo restando il diritto al risarcimento del danno come previsto al secondo comma, al lavoratore è data la facoltà di chiedere al datore di lavoro, in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, un’indennità pari a quindici mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, la cui richiesta determina la risoluzione del rapporto di lavoro, e che non è assoggettata a contribuzione previdenziale. La richiesta dell’indennità deve essere effettuata entro trenta giorni dalla comunicazione del deposito della sentenza, o dall’invito del datore di lavoro a riprendere servizio, se anteriore alla predetta comunicazione.
La tutela piena, analoga a quella precedente, si limita ai casi illustrati dalle norme richiamate.
Le disposizioni, anche riscritte, non sono esattamente quelle anteriori e qualche quesito si pone e vorremmo almeno evidenziarlo.
La dizione usata “motivo illecito determinante ai sensi dell’art. 1345 del cod. civ.” non prevede anche un aggettivo sull’”esclusività”; se l’interpretazione si sospingesse a ritenere che la dizione usata sia voluta, sarebbe come dire che, anche se non era stato il motivo esclusivo, il fatto che ve ne sia uno illecito comporta travolgere il licenziamento che sia anche altrimenti motivato.
Altro punto è la quantificazione dell’ “ultima retribuzione globale di fatto”, usata dall’art. 18 al ° comma, mentre in precedenza non era presente il concetto del paletto dell’ultima. Questo dovrebbe volere dire che l’importo di riferimento è fermo e non risente degli aggiornamenti che nel frattempo l’importo avrebbe avuto e si apre il quesità dell’applicabilità degli interessi e della rivalutazione.
Altresì si è precisato che l’indennità di quindici mensilità, sostitutiva della reintegrazione per la quale il lavoratore abbia optato nel termine accordato, non ha natura retributiva ed è dalla “richiesta” di questa che si “determina la risoluzione del rapporto di lavoro. Sullo stesso punto inoltre per il termine per l’esercizio dell’opzione la sua decorrenza è ora legata all’invito del datore di lavoro mentre in precedenza il momento decorreva dal deposito della sentenza; con un invito tempestivo peraltro in questo modo il lavoratore dovrebbe compiere una scelta con un tempo reso corto dalle formalità per conoscere e valutare le opportunità e i rischi dell’appello e compiere una scelta consapevole.
Novità è il fatto che la norma dica espressamente che a quanto dovuto al lavoratore vada detratto quanto percepito dal lavoratore per lo svolgimento dell’attività di lavoro; quindi per la deduzione stiamo parlando di un importo diverso, quello che il lavoratore ha ricevuto e non quanto lo stesso avrebbe potuto percepire utilizzando la normale diligenza nella ricerca di un nuovo impiego.
Questo esplicito riferimento della norma alla quantificazione risarcitoria forfettaria non comporterà di arrivare a interpretare che gravi sul lavoratore la prova di non avere percepito nulla; sarà forse il giudice tenuto allo svolgimento di un’attività ufficiosa per accertare a quanto l’importo debba ammontare.
Consci della non completezza dei rilievi che possono essere mossi considereremo in futuro gli sviluppi interpretativi delle nuove norme.

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