Categorie approfondimento: Lavoro
20 Settembre 2012

Riforma “Fornero”: collaborazioni coordinate e continuative

Di cosa si tratta

La c.d. Riforma Fornero (legge 28 giugno 2012, n. 92) ha modificato la normativa delle collaborazioni coordinate e continuative, anche chiamate “a progetto”.
Lo ha fatto ancora intervenendo con i commi 23 e 24 dell’art. 1 sul D.Lgs. 10 settembre 2003, n. 276, apportando modifiche.
Sostituendo l’art. 61, 1 comma, ora si dice che, ferma restando la disciplina degli agenti e rappresentanti di commercio, i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa prevalentemente personale e senza vincolo di subordinazione (dizione questa che ha il fondamento nella procedura civile all’art. 409, numero 3) devono essere riconducibili a uno o più progetti specifici, determinati dal committente e gestiti autonomamente dal collaboratore.
Il progetto deve essere funzionalmente collegato a un determinato risultato finale e non può consistere in una mera riproposizione dell’oggetto sociale del committente, avuto riguardo al coordinamento con l’organizzazione del committente e indipendentemente dal tempo impiegato per l’esecuzione dell’attività lavorativa. Il progetto non può comportare lo svolgimento di compiti meramente esecutivi o ripetitivi, che possono essere individuati dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.
Se guardiamo all’esperienza della giurisprudenza di quasi dieci anni le norme non dicono nulla di nuovo. Il consueto camuffamento di collaborazioni che con un progetto nulla avessero realmente a che vedere viene confermato dal comma 1 dell’art. 62, ove la lettera b) è stata sostituita dalla “descrizione del progetto, con individuazione del suo contenuto caratterizzante e del risultato finale che si intende conseguire”.
Pensando che la Riforma si proponeva la restrizione dell’impiego di questo preteso “tipo contrattuale” è chiara l’incapacità di confrontarsi con la realtà.
Se si vuole parlare di professionalità che si interfaccia con l’impresa e alle professioni, pensare di individuare queste figure dove non esiste la sostanza del progetto sarò arduo.
Non si capisce a chi realmente si debba pensare; ci pare più logico avere pensato che il progetto possa essere del “professionista” che lo propone all’impresa, che forse apparterrebbe di più allo schema ipotizzato, laddove è escluso.
Il nuovo progetto sarebbe contenuto in futuro in un contratto dove la sola “parte datoriale del lavoro” potrebbe compiere la “descrizione del progetto, con individuazione del suo contenuto caratterizzante e del risultato finale che si intende conseguire”.
Dove le nuove norme entrano in difficoltà è quando vanno ad occuparsi del corrispettivo e per farlo cambiano l’art. 63, che diviene: “Il compenso corrisposto ai collaboratori a progetto deve essere proporzionato alla quantità e alla qualità del lavoro eseguito e, in relazione a ciò nonché alla particolare natura della prestazione e del contratto che la regola, non può essere inferiore ai minimi stabiliti in modo specifico per ciascun settore di attività, eventualmente articolati per i relativi profili professionali tipici e in ogni caso sulla base dei minimi salariali applicati nel settore medesimo alle mansioni equiparabili svolte dai lavoratori subordinati, dai contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale a livello interconfederale o di categoria ovvero, su loro delega, ai livelli decentrati”.
“In assenza di contrattazione collettiva specifica, il compenso non può essere inferiore, a parità di estensione temporale dell’attività oggetto della prestazione, alle retribuzioni minime previste dai contratti collettivi nazionali di categoria applicati nel settore di riferimento alle figure professionali il cui profilo di competenza e di esperienza sia analogo a quello del collaboratore a progetto»; è evidente la difficoltà concettuale di non fare lavorare la gente senza pagarla, ma davanti al problema di trovare forme di quantificazione, la soluzione non è certo felice.
In mezzo tra i professionisti, ai quali con altre disposizioni si vanno a togliere le tariffe, si inventa una delega ad un soggetto che per definizione è incapace a riempirla.
O le quantificazioni derivano dalla contrattazione collettiva (di chi?) o la prestazione si quantifica come se fosse un dipendente in considerazione di quello che sarebbe il livello di un lavoratore subordinato, allineandosi con questo alle retribuzioni minime.
Ci pare che il risultato sia deprimente anche economicamente.
La regolamentazione del recesso è poi una “perla” del legislatore, perché non sa cosa dire senza entrare in contraddizione; si afferma infatti con la sostituzione dell’art. 67, 2 comma, che «Le parti possono recedere prima della scadenza del termine per giusta causa. Il committente può altresì recedere prima della scadenza del termine qualora siano emersi oggettivi profili di inidoneità professionale del collaboratore tali da rendere impossibile la realizzazione del progetto. Il collaboratore può recedere prima della scadenza del termine, dandone preavviso, nel caso in cui tale facoltà sia prevista nel contratto individuale di lavoro».
Se stiamo parlando di un “risultato”, sarebbe l’emergere dell’incapacità a realizzarlo; ma allora aveva senso mettere prima una fase di verifica; se questo non è possibile, ci domandiamo allora cosa vuole dire giusta causa riferita ad entrambe le parti, inidoneità professionale che assume la parte datoriale e il preavviso invece per il collaboratore, se il contratto prevede la possibilità.
Naturalmente la Riforma va a sopprimere le parole: «programma di lavoro o fase di esso».
Non era neppure necessario scrivere che: «Salvo prova contraria a carico del committente, i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, anche a progetto, sono considerati rapporti di lavoro subordinato sin dalla data di costituzione del rapporto, nel caso in cui l’attività del collaboratore sia svolta con modalità analoghe a quella svolta dai lavoratori dipendenti dell’impresa committente, fatte salve le prestazioni di elevata professionalità che possono essere individuate dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale».
Per ripetersi il legislatore ancora non manca di dire: “l’individuazione di uno specifico progetto costituisce elemento essenziale di validità del rapporto di collaborazione coordinata e continuativa, la cui mancanza determina la costituzione di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato”.
Anche queste disposizioni si applicano ai contratti di collaborazione stipulati successivamente alla data di entrata in vigore della legge.

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