Categorie approfondimento: Lavoro
20 Settembre 2012

Riforma “Fornero”: l’associazione in partecipazione

Di cosa si tratta

La c.d. Riforma Fornero (legge 28 giugno 2012, n. 92) ha messo mano a quella forma di collaborazione chiamata “associazione in partecipazione”, la cui regolamentazione è stata da sempre allocata nel codice civile dopo le varie forme sociali.
La nuova regolamentazione viene posta in prosecuzione della definizione che il codice dà alla associazione all’art. 2549 cod. civ. e cioè: “Con il contratto di associazione in partecipazione l’associante attribuisce all’associato una partecipazione agli utili della sua impresa o di uno o più affari verso il corrispettivo di un determinato apporto”.
Sempre quindi nell’ambito della “nozione” dell’istituto la nuova norma stabilisce che: “Qualora l’apporto dell’associato consista anche in una prestazione di lavoro, il numero degli associati impegnati in una medesima attività non può essere superiore a tre, indipendentemente dal numero degli associanti, con l’unica eccezione nel caso in cui gli associati siano legati all’associante da rapporto coniugale, di parentela entro il terzo grado o di affinità entro il secondo. In caso di violazione del divieto di cui al presente comma, il rapporto con tutti gli associati il cui apporto consiste anche in una prestazione di lavoro si considera di lavoro subordinato a tempo indeterminato”.
L’intervento normativo è stato chiaramente ispirato all’intento di limitare l’uso improprio di questa tipologia contrattuale. Trattandosi di una collaborazione tra persone il rischio dell’impiego scorretto per simulare un rapporto diverso non volto al conseguimento di un risultato comune, è stato ritenuto alto; l’apporto personale di lavoro ha carattere strumentale per lo svolgimento dell’attività dalla quale il risultato ricercato ha origine e dà fondamento.
L’apporto dell’associato può essere di qualunque natura ma è condizione necessaria che abbia carattere strumentale per l’esercizio dell’impresa o dell’affare; l’accordo non porta a configurare un nuovo soggetto dal momento che l’impresa è la stessa e anche dal punto di vista patrimoniale l’apporto rappresenta uno strumento per agevolare il perseguimento dei fini condivisi. Il contenuto dell’apporto può consistere in una somma di denaro, nel conferimento in proprietà o in godimento di mobili o immobili, in una prestazione lavorativa, in una causa mista di lavoro e capitale
La Riforma ovviamente prende in considerazione i casi nei quali si abbia apporto di attività lavorativa. Motivato da ragioni di coordinamento delle disposizioni legislative, viene abrogato il comma 2 dell’articolo 86 del D.Lgs. 10 settembre 2003, n. 276 che, al fine di evitare fenomeni elusivi della disciplina di legge e contratto collettivo, prevede che “in caso di rapporti di associazione in partecipazione resi senza una effettiva partecipazione e adeguate erogazioni a chi lavora”, il lavoratore abbia diritto ai trattamenti contributivi, economici e normativi stabiliti dalla legge e dai contratti collettivi per il lavoro subordinato svolto nella posizione corrispondente del medesimo settore di attività.
La disposizione di chiaro intento antielusivo verrebbe sostituita dalle nuove norme e in particolare i rapporti di associazione in partecipazione con apporto di lavoro instaurati o attuati senza che vi sia stata un’effettiva partecipazione dell’associato agli utili dell’impresa o dell’affare, ovvero senza consegna del rendiconto previsto dall’articolo 2552 del codice civile, si presumono, salvo prova contraria, rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato.
L’associante dovrà provare che il rapporto di lavoro non è subordinato, ma effettivamente di associazione in partecipazione, ogni qualvolta nell’associazione in partecipazione vi sia un apporto lavorativo, anche se combinato con un apporto di capitale.
Per evitare la presunzione relativa (cioè ove è ammessa la dimostrazione del contrario) di subordinazione diventa indispensabile porre particolare attenzione alle pattuizioni relative alla partecipazione agli utili nonché alla consegna del rendiconto; a queste precauzioni si deve aggiungere il rispetto dei limiti numerici che potrebbe, di per sé, far scattare la presunzione da ritenere assoluta (cioè che esclude che si possa dimostrare il contrario) di subordinazione.
La presunzione si applica, altresì, qualora l’apporto di lavoro non presenti i requisiti di cui all’art. 69-bis, comma 2, lettera a), del D.Lgs. n. 276 del 2003, che vale a dire che i rapporti di associazione in partecipazione con apporto di lavoro si presumono, salva prova contraria, rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato quando siano: a) instaurati o attuati senza che vi sia stata un’effettiva partecipazione dell’associato agli utili dell’impresa o dell’affare, b) ovvero senza consegna del rendiconto previsto dall’articolo 2552 del codice civile; c) non siano connotati da competenze tecniche di grado elevato acquisite attraverso significativi percorsi formativi, ovvero da capacità tecnico-pratiche acquisite attraverso rilevanti esperienze maturate nell’esercizio concreto di attività.
Al fine di prevenire e limitare il contenzioso sulla qualificazione del rapporto di lavoro, le parti contraenti possono comunque chiedere la certificazione del contratto di associazione in partecipazione presso gli organi certificatori, istituiti ai sensi dell’art. 75 e seg. del D.Lgs 276/2003.
Le modifiche introdotte dalla legge di riforma trovano immediata applicazione sia ai contratti stipulati ex novo da detta data, sia a quelli già in essere, fatta eccezione per quelli che, essendo stati certificati, possono proseguire facendo riferimento alla normativa previgente sino alla cessazione.
Aggiungiamo una nota di conferma sul regime previdenziale che resta l’assicurazione obbligatoria nella Gestione Separata, l’istituto previdenziale per questi soggetti che, nell’ambito dei contratti di associazione in partecipazione, conferiscono prestazioni lavorative i cui compensi sono qualificati come redditi di lavoro autonomo, ai sensi dell’articolo 53 (c. 2, lett. c) del TUIR 917/86.
Conformemente ai principi cui è ispirata la Gestione Separata, anche per gli associati in partecipazione la base imponibile previdenziale si identifica con quella definita dal fisco ai fini Irpef, così come risulta dalla dichiarazione dei redditi e dagli accertamenti definitivi (D.L. 269/03, art. 43, c. 2). Poiché ai fini fiscali le partecipazioni agli utili degli associati costituiscono reddito imponibile per il loro intero ammontare (art. 54, c. 8 del TUIR), il contributo previdenziale deve essere calcolato sugli importi lordi erogati all’associato, anche a titolo di acconto sul risultato della partecipazione, e salvo conguaglio in sede di determinazione annuale dei redditi. Questo implica la mancanza di necessità da parte dell’associante di acquisire i dati reddituali del lavoratore. Ai compensi corrisposti all’associato per l’apporto esclusivo di lavoro, essendo qualificati fiscalmente come redditi da lavoro autonomo, non è applicabile il “principio di cassa allargato”.
Nei rapporti di associazione in partecipazione il contributo previdenziale è per il 55% a carico dell’associante e per il 45% a carico dell’associato; per il resto agli associati in partecipazione si applicano le regole già previste per i collaboratori coordinati e continuativi in materia di iscrizione, contribuzione, versamento e denuncia, nonché le regole generali in materia di aliquote, massimale ed accredito contributivo.
Il versamento contributivo va quindi effettuato entro il giorno 16 del mese successivo a quello di erogazione all’associato dell’acconto o dell’eventuale conguaglio in sede di determinazione annuale dei redditi, da imputare comunque con il criterio di cassa.

(Visited 13 times, 2 visits today)