Categorie approfondimento: Fallimentare
1 Febbraio 2006

Revocatoria fallimentare e compensi ai lavoratori

Di cosa si tratta

Come si è già trattato (articolo “Diritto fallimentare: la nuova revocatoria fallimentare”) i compensi erogati ai lavoratori dipendenti sono divenuti, a seguito della Riforma di diritto fallimentare nella parte relativa alla revocatoria fallimentare (legge n. 80/2005, che ha convertito e modificato il decreto-legge n. 35/2005), oggetto di un espresso esonero da questa azione all’art. 67, terzo comma, lettera f), che prevede i “dipendenti ed altri collaboratori, anche non subordinati”.
Prima della Riforma l’esercitabilità in concreto dell’azione recuperatoria di un credito privilegiato era valutata in termini di utilità nel senso che, se analoga soddisfazione fosse derivata in sede fallimentare, l’azione non sarebbe stata esperita in quanto non utile.
Se il lavoratore già poteva ritenersi garantito da questo orientamento, nonché dalla possibilità di avere l’importo a lui spettante dall’INPS, il senso dell’esonero va quindi cercato altrimenti e non forse come garanzia al compenso, ma come potenziamento del fatto di essere un elemento essenziale dell’azienda per il valore che questo rappresenta nel complesso aziendale. Inoltre con questa disposizione è stato perequato il regime di esonero del quale già disponevano i contributi previdenziali che il datore di lavoro, poi fallito, avesse corrisposto agli Istituti, esonero previsto dalla Legge 48 del 28 febbraio 1988. Ricordiamo infatti che le retribuzioni vengono ammesse al passivo al netto delle contribuzioni, anche nella misura a carico dei lavoratori, in quanto sono gli Istituti che sono legittimati al recupero.
Interessante è verificare se l’evoluzione del diritto del lavoro abbia modificato i presupposti per la riconduzione al nuovo esonero introdotto in sede fallimentare.
I nuovi modelli flessibili di lavoro entrano quindi Ain gioco nel nuovo quadro di preservare l’attività produttiva dell’impresa nel momento di crisi. Si tratta quindi di stabilire se la “collaborazione” di cui all’art. 2094 cod. civ. sia di tale rilevanza da non essere esaurita dal concetto di lavoratore subordinato.
Se per il subordinato è caratterizzante la soggezione al potere direttivo e disciplinare del datore di lavoro, si tratta di stabilire quale sia il tratto che caratterizza le altre collaborazioni qualificate.
Tra il lavoratore dipendente e il collaboratore autonomo si inserisce certo la gamma di tutte quelle figure di lavoro coordinato o parasubordinato, che sono un modello intermedio.
Ma certamente va applicato il regime di esonero a tutte quelle nuove tipologie nelle quali il corrispettivo sia a fronte di una prestazione lavorativa, quali: il rapporto di lavoro classico a tempo pieno ed indeterminato, quello a tempo parziale, quello a termine, a contenuto formativo, come l’apprendistato, i contratti di inserimento e di formazione lavoro, quelli ad orario modulato o flessibile, a lavoro ripartito o intermittente.
Andrà ancora considerata la somministrazione, che, ove sia irregolare, dà diritto al lavoratore di chiedere la costituzione di un rapporto alle dipendenze dell’utilizzatore dall’inizio della somministrazione, escludendo dalla revocatoria sia i pagamenti ricevuti dal somministrante che dall’utilizzatore.
Analogo discorso vale per l’appalto, che sia irregolare, costituito per la prestazione di opere o di servizi, che possa comportare giudizialmente la costituzione di un rapporto di lavoro alle dipendenze dell’effettivo utilizzatore, i cui pagamenti ai lavoratori vanno esclusi dalla revocatoria.
Identico discorso vale ancora per le ipotesi di distacco illecito, che in virtù delle stesse disposizioni dell’appalto è idoneo a fare costituire il rapporto con l’impresa distaccata.
A diversa conclusione si dovrebbe pervenire per i casi nei quali la corresponsione di somme avvenga sulla base di esternalizzazione di lavori ad aziende che derivino da una cessione di ramo d’azienda, che non sono da ricondurre alla protezione dei casi illustrati e per le quali varrebbe la possibilità di revocare i pagamenti, questo in virtù della modifica apportata all’art. 1676 cod.civ..
Benché in mancanza di subordinazione, ma in presenza dei requisiti della coordinazione, continuità e personalità dell’opera, le altre figure di lavoro che stanno assumendo tipicità nel nomen, non vanno escluse dal regime di esonero, proprio per la funzione che ha assunto la norma di andare a costituire altri tipi di lavoro, che se da un lato possono, se corretti, avere un diverso regime, venendo in difetto ricondotti a rapporti di lavoro subordinato, dall’altro rappresentano proprio quanto il legislatore della Riforma fallimentare ha tenuto presente nell’inserire la previsione.
Parliamo quindi dei lavori a progetto e di quelli la cui durata non può superare i trenta giorni.
Va poi considerata l’associazione in partecipazione quando a fronte di una prestazione lavorativa vi sia l’attribuzione di una partecipazione agli utili. Il discorso potrebbe essere ritenuto vizioso, se pensiamo che l’associante vada a fallire e quindi quali utili avrebbe avuto da attribuire nell’imminenza del proprio fallimento. Ma posto che utili vi siano stati e siano stati attribuiti, andrà verificato se non si sia in presenza di un rapporto di lavoro usuale, camuffato da associazione, rientrando il caso quindi nella tutela dAell’esclusione, mentre in caso contrario opererà la disposizione fallimentare, che prevede lo scioglimento del contratto con obbligo dell’associato di versare al curatore il conferimento non ancora effettuato nel limite delle perdite verificatesi e per la quota a suo carico, con facoltà di insinuare al passivo il credito al conferimento che non sia assorbito dalle perdite a suo carico.
Residuerebbero di considerare le altre figure che si riconducono in generale al contratto d’opera e che magari postulino l’iscrizione ad Albi, o ancora ai rapporti di mandato ed agenzia. Per questi allo stato ci riserviamo dal prendere una posizione non disponendo di elementi che facciano propendere per l’esclusione.

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