Categorie approfondimento: Societario
8 Aprile 2014

La revoca degli amministratori nella srl: assetti organizzativi e giusta causa

Di cosa si tratta

Abbiamo già trattato nel sito la revoca degli amministratori nella Società a Responsabilità Limitata sotto due diversi profili: come condizione per il suo esercizio (“Revoca degli amministratori nelle s.r.l. non regolata dall’atto costitutivo.”) e come opportunità di prevederne una regolamentazione in sede di atto costitutivo per esercitarla al realizzarsi di precisi presupposti e senza effetti negativi sulla società (“Revoca degli amministratori nelle s.r.l. prevista dall’atto costitutivo.”). Ci occupiamo ora della revoca e degli effetti che produce, in particolare nell’ipotesi in cui vi siano dei cambiamenti nella struttura amministrativa della società.
E’ noto che per esimere da effetti successivi deve esistere una “giusta causa” per compiere la determinazione di revocare un amministratore; in difetto la società si espone al rischio del risarcimento del danno che arreca.
La Corte di Cassazione si è pronunciata (Cassazione sez. 1°, 18 settembre 2013, n. 21342) affermando : “La giusta causa, la cui esistenza esclude il diritto dell’amministratore revocato di ottenere il risarcimento dei danni, comporta la sopravvenienza di circostanze o fatti idonei ad influire negativamente sulla prosecuzione del rapporto; intesa in senso oggettivo, si concretizza nella presenza di situazioni estranee al soggetto revocato, che non integrano un suo inadempimento, ma sono tali da elidere l’affidamento iniziale riposto sulle sue attitudini e capacità”. Nel caso in concreto la giusta causa è stata esclusa in relazione al passaggio ad un nuovo assetto organizzativo della società realizzato con il passaggio da un organo collegiale ad uno monocratico.
Possiamo ricavare dalla sentenza che integrano la presenza di una giusta causa quelle “situazioni sopravvenute che minino il pactum fiduciae, elidendo l’affidamento inizialmente riposto sulle attitudini e capacità dell’organo di gestione”, e l’elemento della “sopravvenienza di circostanze o fatti idonei ad influire negativamente sulla prosecuzione del rapporto, sopravvenienza cioè di situazioni non estranee all’amministratore, “che integrano un suo inadempimento” legittimano l’esercizio di questo potere.
Esemplificando in giurisprudenza si ritiene che il passaggio da organo monocratico a collegiale (Cass. 7 maggio 2002, n. 6526) e viceversa (Cass. 12 settembre 2008, n. 23557) non integrano una giusta causa, rappresentando l’operazione una “revoca implicita”.
Oltre alle situazioni soggettive, che abbiano a minare i presupposti del rapporto in relazione ai soci, vi sono anche altre suscettibili di produrre l’effetto di natura oggettiva.
Vi è stato il caso di ritenuta infondatezza della revoca di amministratori che avevano esperito azioni contro l’ente controllante in quanto non rappresentavano comportamenti idonei a mettere in forse la correttezza e la attitudini gestionali dell’amministratore. Analogamente è stata esclusa in un caso di contrasto tra i componenti del consiglio di amministrazione e “per dichiarazioni rese in sedi istituzionali” con la potenzialità di pregiudicare gli interessi e l’immagine della società.
Si sono ancora ritenute inidonee a incidere sul pactum fiduciae le ragioni di convenienza economica di ridurre i costi con la riduzione di membri del consiglio, mentre si è affermato l’opposto nel caso di amministratori che, essendo anche azionisti, avevano aderito ad un sindacato di voto che vincolava i sottoscrittori a votare, sia in assemblea che in consiglio, in conformità alle determinazioni prese a maggioranza nel contesto del patto parasociale; la prevalenza del loro interesse personale era stata ritenuta esistente ed incidente quindi sul rapporto fiduciario, come riconosciuto dalla Cassazione, che si è basata sul principio normativo dell’esclusività della funzione gestoria in capo agli amministratori, suscettibile di essere lesa in presenza di un sindacato di gestione.
Altra situazione considerata è stata l’effetto di un amministratore revocato e poi non rieletto in presenza del patto “simul stabunt simul cadent”. Questo però non è un caso di revoca, ma di decadenza di tutti i componenti del consiglio. Ci possiamo poi domandare se il cambio di un diverso sistema di governance sia idoneo a legittimare l’interruzione del rapporto.
In entrambi i casi, come nell’ipotesi di cessazione dalla carica per incorporazione, l’effetto dell’interruzione del rapporto pare ricondursi non ad una revoca, ma ad una conseguenza obbligata, e quindi non nasce un diritto al risarcimento dei danni.
Per effetto comunque del principio di buona fede il mutamento del tipo di struttura di governo della società deve essere frutto del perseguimento di obiettivi meritevoli di tutela come le esigenze commerciali e aspetti di organizzazione reale e concreta, che andrebbero esplicitate in sede di adozione dei provvedimenti; se invece si accertasse la mala fede dell’operazione, si aprirebbe la strada al risarcimento dei danni.

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