Categorie approfondimento: Fallimentare
4 Settembre 2007

La responsabilità per i danni arrecati dal creditore istante nel fallimento del debitore

Di cosa si tratta

Questione ricorrente è che cosa succeda quando, dichiarato il fallimento di un debitore a seguito di richiesta formulata da un creditore, la sentenza venga poi revocata.
Ancora maggiore attualità è data al tema dalla riforma fallimentare, che, nel precisare i presupposti soggettivi ed oggettivi del fallimento, senza riuscire a dare chiarezza fino in fondo (tanto che sul punto è attesa in autunno altra riforma parziale e chiarificatrice), ha reso più delicato il compito anche dello stesso creditore.
La risposta al tema non può essere data in termini generali, ma si deve passare da una serie di precisazioni, anche tenendo conto della più recente pronuncia della Cassazione intervenuta sul tema con la sentenza del 21 febbraio 2007, n. 4096, che invero non va oltre nelle affermazioni in diritto.
Il quadro normativo vede alcune norme che entrano in discussione:

  1. l’art. 21, 3° comma della Legge fallimentare pre-riforma,
  2. l’art. 96 del codice di procedura civile,
  3. l’art. 147 del Testo Unico n. 115 del 2002,
  4. l’art. 18 L. Fall., 9° comma,
  5. l’art. 22 L. Fall., 2° comma.

L’art. 21 al 3° comma, relativo alla revoca della dichiarazione di fallimento, prevedeva che: “Le spese di procedura e il compenso al curatore sono a carico del creditore istante, che è stato condannato ai danni per avere chiesto la dichiarazione di fallimento con colpa”. La norma è stata dapprima dichiarata incostituzionale con sentenza della Corte Costituzionale del 6 marzo 1975, n. 46, per il caso che questi costi siano a carico di chi era stato dichiarato fallito non sussistendo la colpa del creditore istante. È stata abrogata dall’art. 299 D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 e non compare più in sede di riforma fallimentare (D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5).
Il tema in sede fallimentare è ora regolato, in sede di appello avverso la sentenza dichiarativa di fallimento, dall’art. 18 L. Fall., che al comma IX prevede: “Le spese di procedura e il compenso al curatore sono liquidati dal tribunale, su relazione del giudice delegato, con decreto non soggetto a reclamo”.
Entra ora nel tema anche l’art. 22 L. Fall., comma II allinea, a proposito dei gravami avverso il provvedimento che respinge l’istanza di fallimento, che prevede: “Il debitore non può chiedere in separato giudizio la condanna del creditore istante alla refusione delle spese ovvero al risarcimento del danno per responsabilità aggravata ai sensi dell’art. 96 del codice di procedura civile”.
L’art. 96 c.p.c. dispone in generale per tutti i giudizi che “se risulta che la parte soccombente ha agito o resistito in giudizio in mala fede o colpa grave, il giudice, su istanza dell’altra parte, la condanna, oltre che alle spese, anche al risarcimento dei danni, che liquida, anche d’ufficio, nella sentenza”.
L’art. 147 del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 ha poi introdotto la seguente norma: “In caso di revoca della dichiarazione di fallimento, le spese della procedura fallimentare e il compenso al curatore sono a carico del creditore istante, se condannato ai danni per aver chiesto la dichiarazione di fallimento con colpa; sono a carico del fallito persona fisica, se con il suo comportamento ha dato causa alla dichiarazione di fallimento”.
Visto il quadro evolutivo illustrato, vediamo di semplificare.
Proposta istanza di fallimento, se questa viene accolta, viene dichiarato il fallimento e la pronunzia può essere oggetto di appello (art. 18 L. Fall.). Se l’appello è respinto, la procedura prosegue e non si pone questione di spese e danni.
Se l’appello viene accolto, il fallito torna in bonis e spese di procedura e di liquidatore sono a determinate dal Tribunale. Siccome questa sarebbe la revoca del fallimento, nulla è detto di come si pongano queste spese o i danni che ne sono derivati, se non dicendo che alcuni elementi sono definiti, anche nella misura, dal decreto del Tribunale.
Se l’istanza di fallimento viene respinta, può essere proposto reclamo ad istanza del creditore o del pubblico ministero alla Corte di Appello. In questa ipotesi, l’art. 22 L. Fall. attuale prevede che il debitore non possa chiedere “in separato giudizio” la condanna del creditore istante alla refusione delle spese ovvero al risarcimento del danno per responsabilità aggravata ai sensi dell’art. 96 del codice di procedura civile. E se non lo può chiedere per responsabilità aggravata, dobbiamo ritenere che non lo possa fare neppure per altre forme di responsabilità minori.
Nella sostanza parrebbe che si dica che, se al fallimento come dichiarazione non si arriva – in quanto l’istanza di fallimento viene respinta – non sono risarcibili, in questa sede, altri danni. La soluzione appare razionale, anche in virtù della “segretezza” della fase istruttoria pre-fallimentare, che dovrebbe escludere il verificarsi di danni all’immagine o alla reputazione del debitore; ciò tuttavia non è escluso che possa verificarsi, soprattutto, in ipotesi di particolare notorietà dei soggetti coinvolti e, in questo caso, appare evidente che possa farsi ricorso a strumenti ordinari di tutela, in ambito civile e penale, diversi quindi da quelli previsti nell’ambito della procedura fallimentare.
Se invece si è arrivati alla dichiarazione di fallimento e il giudizio di appello accoglie i motivi per la sua revoca, abbiamo la possibilità di vedere liquidate le spese di procedura e il compenso del curatore dal Tribunale, ma abbiamo anche la possibilità di ritenere aperta la via per un giudizio risarcitorio.
La diversa natura delle sedi di trattazione del tema, che stiamo considerando, forse corrobora le conclusioni formulate.
L’appello, di cui all’art. 18 L. Fall., si conclude come giudizio con una sentenza; il reclamo, di cui all’art. 22 L. Fall., si conclude con un decreto e, nel caso che fosse accolto il reclamo del creditore procedente o del pubblico ministero, gli atti passerebbero d’ufficio al Tribunale per la dichiarazione di fallimento. Inoltre forme più simili a quelle contenziose sono quelle date per il giudizio d’appello e non per quello avverso il provvedimento che ha respinto l’istanza di fallimento.
Un giudizio risarcitorio, dunque, per chi è fallito ed è riuscito a fare prevalere le ragioni perché il fallimento non fosse dichiarato. Per questi e per chi ha corso il rischio di fallire, il giudizio risarcitorio potrà essere autonomo dalla procedura e dalla sede fallimentare, mentre così non era condotto in precedenza, come conferma la richiamata sentenza N.ro 4096/2007.
Per completezza riteniamo che l’art. 147 D.P.R. 115/2002 sarebbe da ritenere abrogato dalla riforma se non fosse per il passaggio ove è previsto che le spese sono a carico del “fallito persona fisica, se con il suo comportamento ha dato causa alla dichiarazione di fallimento”, come potrebbe essere per negligenza ed omissioni.
Per scrupolo suggeriremmo, quando si intende promuovere un’istanza di fallimento, di fare precedere l’iniziativa con l’invio di una comunicazione di diffida al debitore ove lo si invita a rappresentare la propria condizione in relazione all’esistenza dei presupposti del fallimento, intendendo che, in difetto di riscontro in un congruo termine, si intenderanno esistenti.

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