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8 Giugno 2016

Responsabilità del socio di S.R.L.: i confini

Di cosa si tratta

L’art. 2476, comma 7, cod. civ., introdotto dalla riforma del diritto societario (D.lgs. n. 6/2003), stabilisce che i soci della s.r.l. siano solidalmente responsabili con gli amministratori quando abbiano intenzionalmente deciso o autorizzato il compimento di atti dannosi per la società, i soci, i terzi.
Nella relazione ministeriale di accompagnamento alla riforma si scrive: “L’introduzione dell’art. 2476, comma 7, cod. civ. tiene conto delle caratteristiche del tipo sociale in questione e della circostanza che nella realtà molto spesso l’effettivo potere di amministrazione non corrisponde all’assunzione dell’effettiva veste formale e che pertanto la mancata assunzione di questa non può divenire un facile strumento per eludere la responsabilità che deve incombere su chi la società effettivamente gestisce”.
La responsabilità del socio non è sussumibile in quella dell’amministratore di fatto (essendo l’amministratore di fatto colui che si è ingerito sistematicamente e non occasionalmente nella gestione sociale e non necessariamente è anche socio della società); ai fini della applicazione della disciplina appare necessario prendere in considerazione tutte quelle manifestazioni di volontà espresse dai soci, anche in forme non istituzionali e meramente ufficiose, ma tali in ogni caso da evidenziare l’ingerenza o anche l’influenza effettiva spiegata da costoro sugli amministratori (Tribunale di Roma, 19 novembre 2014, Giudice Guido Romano).
Non vi sono dubbi sul fatto che sussista la responsabilità in ordine alla circostanza che la condotta del socio possa anche esplicarsi nel voto espresso nell’assemblea ovvero nel consenso manifestato alle decisioni assunte mediante consultazione scritta (art. 2479, comma 3, cod. civ.).
La disposizione non si applica a soggetti non soci che si siano intromessi nella gestione; se l’ingerenza è stata occasionale costoro risponderanno dei danni, se ne sussistono i presupposti, ai sensi dell’art. 2043 cod. civ.; nel caso invece la stessa abbia avuto un carattere sistematico, saranno responsabili nella veste di amministratori di fatto.
In tema di responsabilità del socio di Srl ai sensi dell’articolo 2476, comma 7, cod. civ. appare preferibile la tesi che ricollega il sorgere della responsabilità alla intenzionalità della decisione con riferimento non al danno bensì all’atto compiuto, ossia alla condotta dannosa posta in essere dall’amministratore in concorso con il socio. L’intenzionalità è, quindi, costituita dalla “piena coscienza di compiere quell’atto decisionale o autorizzatorio potenzialmente dannoso e, in definitiva, dalla riferibilità psicologica dell’atto al socio”.
Dunque deve trattarsi di atti o comportamenti, posti in essere dai soci nella fase decisionale anche fuori dalle incombenze formalmente previste per legge o per statuto e tali da supportare intenzionalmente l’azione illegittima e dannosa poi posta in essere dagli amministratori; inoltre è sufficiente che vi sia la consapevolezza, frutto di conoscenza o di esigibile conoscibilità, da parte del socio dell’antigiuridicità dell’atto e che, nonostante ciò, costui partecipi alla fase decisionale finalizzata al successivo compimento di quell’atto da parte dell’amministratore. L’antigiuridicità dell’atto viene a configurarsi non solo quando l’atto deciso è contrario alla legge o all’atto costitutivo della società, ma anche quando l’atto, pur se di per sé lecito, è esercitato in modo abusivo, cioè con una finalità non riconducibile allo scopo pratico posto a fondamento del contratto sociale.
Oltre che al rispetto della legge e del principio generale del neminem laedere, i soci sono pur sempre tenuti ad osservare i doveri di correttezza e buona fede nei confronti della società, degli altri soci e dei terzi e devono comunque evitare di compiere o di concorrere a compiere un atto che, se pur astrattamente lecito, possa di fatto risultare dannoso per gli altri soci, per esempio di minoranza, e nel contempo essere privo di un vantaggio apprezzabile per la società (Cassazione civile, sez. I, 12 dicembre 2005, n. 27387, che, anche se elaborata in materia di impugnazione di delibere di società per azioni, evidenzia un principio di fondo di generale applicazione in ordine alla buona fede in senso oggettivo (art. 1375 cod. civ.), alla cui osservanza deve essere improntata l’esecuzione del contratto di società).
Se, ai sensi 1375 cod. civ., il contratto deve essere eseguito in buona fede, è evidente che tutte le determinazioni e decisioni dei soci, assunte formalmente o informalmente durante lo svolgimento del rapporto associativo, debbono essere considerate come veri e propri atti di esecuzione nei limiti di quanto sopra illustrato e devono conseguentemente essere valutate nell’ottica della tendenziale migliore attuazione del contratto sociale.
È dunque da considerare antigiuridico anche un atto che in concreto si presenti espressione dell’inosservanza dell’obbligo di fedeltà allo scopo sociale e/o del dovere di correttezza e buona fede nell’esecuzione del contratto sociale.

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