Categorie approfondimento: Tributario e fiscale
12 Dicembre 2014

Responsabilità dei soci della s.r.l.

Di cosa si tratta

Nella scia del tema della responsabilità dei vari soggetti coinvolti in una SRL (Società, amministratori, soci) si pone il problema di quale sia il danno risarcibile nel caso di illeciti.
In termini generali la risposta è il ripristino della condizione patrimoniale antecedente; affermazione che si può riferire al patrimonio della società, al danno subito dai soci od anche dai terzi.
La condizione affinché possa essere fatta valere la responsabilità degli amministratori da parte della società è la sussistenza di un danno. «Danno» è qualsiasi riduzione del patrimonio sociale realizzatasi in conseguenza di azioni od omissioni poste in essere in spregio degli obblighi che fanno capo agli amministratori.
I comportamenti dei membri dell’organo amministrativo non possono invece essere sindacati, anche se contrari ai loro doveri, se non hanno determinato un danno; non necessariamente all’illiceità della condotta consegue un danno.
Un classico esempio che induce in errore è ritenere che un bilancio inveritiero comporti automaticamente un danno al patrimonio dell’acquirente delle quote, ove invece incombe sull’attore l’onere di dimostrare che il prezzo è stato determinato in relazione alla rappresentazione della situazione della società contenuta nel bilancio.
Fra la violazione del dovere da parte dell’amministratore e il danno deve sussistere un nesso di causalità, che è espresso dalla parola: danni “derivanti” dall’inosservanza di doveri (art. 2476, co. 1°, c.c.). Il nesso fra condotta e danno è esistente quando il danno non si sarebbe verificato se il comportamento fosse stato conforme agli obblighi. Se il danno si sarebbe realizzato comunque e in modo indipendente dalla condotta illegittima dell’organo amministrativo, il legame di causalità cade e l’azione o l’omissione dell’amministratore, per quanto contraria a un dovere, non ha influito sulla causazione del danno.
Secondo la Corte di cassazione all’amministratore di una s.r.l, che si sia reso responsabile di condotta illecita, può essere imputato non ogni effetto patrimoniale dannoso che la società sostenga di avere subito, ma solo quello che si ponga come conseguenza immediata e diretta della violazione degli obblighi incombenti sull’amministratore (Cass. civ. 23 febbraio 2005, n. 3774); la società deve fornire la prova non solo di una condotta dell’amministratore contraria ai suoi doveri, ma anche quella della sussistenza di un danno effettivo e direttamente ricollegabile a tale condotta.
Il Tribunale di Milano ha sostenuto che le mere irregolarità contabili non sono di per sé produttive di un danno e non costituiscono autonoma fonte di un obbligo, perché la responsabilità dell’amministratore non deriva dalla sola irregolarità della tenuta dei libri contabili, se da questo fatto non dipende un pregiudizio economico della società (Trib. Milano, 2 novembre 2004). La prova del danno non può essere presunta a causa di inosservanze di obblighi formali ed è onere di chi agisce in responsabilità dimostrare che il comportamento dell’amministratore ha causato, almeno per colpa, un effettivo depauperamento del patrimonio della società.
In sede di azione sociale di responsabilità incombe sull’attore la prova, articolata su tre elementi:
1) l’inadempimento dell’amministratore a uno o più degli obblighi imposti dalla legge o dall’atto costitutivo;
2) il nesso causale fra condotta e conseguenze pregiudizievoli;
3) il danno, riconducibile in via immediata e diretta alla condotta colposa o dolosa dell’amministratore, inteso sia come danno emergente sia come lucro cessante, in concreto commisurato al pregiudizio che la società non avrebbe subito se un determinato comportamento illegittimo non fosse stato compiuto.
Già la Cassazione aveva affermato (Cass., 22 ottobre 1998, n. 10488) che il danno che l’amministratore responsabile è tenuto a risarcire è quello causalmente riconducibile in via immediata e diretta alla sua condotta colposa o dolosa, ed entro tale limite comprende sia il danno emergente sia il lucro cessante.
Agli amministratori deve essere posto a carico il risarcimento dei danni che si pongono quale conseguenza immediata e diretta delle commesse violazioni e nella misura equivalente al detrimento patrimoniale che non si sarebbe verificato se la condotta illecita degli amministratori non fosse stata attuata. Con questo in fatto si arriva alle conseguenze concretamente meno gravose per i responsabili, per l’esenzione dal risarcimento di quei danni che sono provocati da fatti a loro non imputabili.
Abbiamo già visto le ipotesi di possibile concorso dei soci nella responsabilità (l’art. 2467, co. 7°, c.c.) quando il comportamento degli amministratori fa seguito ad una decisione dei quotisti, ove si pone la questione della misura in cui i gestori rispondono (nel sito: “ Responsabilità dei soci di S.R.L.”).
La deliberazione dei soci può comportare il dovere in capo agli amministratori di porre in essere misure attuative, ma gli amministratori che hanno la rappresentanza generale della società (art. 2475 bis c.c.) esprimono all’esterno la volontà della s.r.l. Se nell’attuare la volontà dei soci gli amministratori non hanno discrezionalità, la soluzione in linea di principio è nel senso che la decisione dei soci dispensa da responsabilità gli amministratori in quanto un’autorizzazione al compimento dell’operazione rispetto alla quale gli amministratori hanno compiti meramente attuativi non comporta la loro responsabilità. Se i gestori invece godono di un margine di discrezionalità nell’attuare la volontà dei soci la conclusione cambia. Ove si utilizzi il margine di libertà loro lasciato e i poteri vengano utilizzati male da loro, cagionando un danno, può affermarsi una loro responsabilità.
La distinzione fra presenza e assenza di margini di discrezionalità nell’attuazione delle decisioni dei soci non può essere ritenuta un principio assoluto, come abbiamo visto. La verifica passa dall’esame dell’oggetto della deliberazione dei soci. Se l’amministratore dà esecuzione a una deliberazione nulla ed atta a cagionare danni, non è accettabile ritenere che possa difendersi rappresentando il compito meramente attuativo a lui dato per andare esente da responsabilità. Non può infatti esistere che il socio decida un atto dannoso e l’amministratore lo esegua e poi, subentrato il danno, il socio si possa nascondere dietro la responsabilità limitata e l’amministratore dietro la mancanza di responsabilità per attività meramente esecutiva.
Una recente sentenza della Cassazione (Cass. civ. Sez. I, Sent., 23 ottobre 2014, n. 22573) ha sostenuto la corretta applicazione del principio per il quale l’azione individuale del socio nei confronti dell’amministratore di una società di capitali non è esperibile quando il danno lamentato costituisca solo il riflesso del pregiudizio al patrimonio sociale, giacché l’art. 2395 c.c., esige che il singolo socio sia stato danneggiato “direttamente” dagli atti colposi o dolosi dell’amministratore, mentre il diritto alla conservazione del patrimonio sociale appartiene unicamente alla società; la mancata percezione degli utili e la diminuzione di valore della quota di partecipazione non costituiscono danno diretto del singolo socio, poiché gli utili fanno parte del patrimonio sociale fino all’eventuale delibera assembleare di distribuzione e la quota di partecipazione è un bene distinto dal patrimonio sociale, la cui diminuzione di valore è conseguenza soltanto indiretta ed eventuale della condotta dell’amministratore (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 4548 del 22/03/2012).
Lo stesso ricorrente in quel giudizio si è limitato ad auspicare la verifica della “sostenibilità, in termini di giustizia, dello stesso principio già enunciato dalle Sezioni unite della Corte, secondo il quale “qualora una società di capitali subisca, per effetto dell’illecito commesso da un terzo, un danno, ancorché esso possa incidere negativamente sui diritti attribuiti al socio dalla partecipazione sociale, nonché sulla consistenza di questa, il diritto al risarcimento compete solo alla società e non anche a ciascuno dei soci, in quanto l’illecito colpisce direttamente la società e il suo patrimonio, obbligando il responsabile al relativo risarcimento, mentre l’incidenza negativa sui diritti del socio, nascenti dalla partecipazione sociale, costituisce soltanto un effetto indiretto di detto pregiudizio e non conseguenza immediata e diretta dell’illecito” (Cass. Sez. Unite, Sentenza n. 27346 del 24 dicembre 2009), a prescindere dall’entità della quota del socio che assume di essere stato danneggiato e dalla natura (certamente aquiliana: cfr. Cass. civ. Sez. 1, n. 6870/2010) dell’azione esperita.

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