Categorie approfondimento: Societario
30 Settembre 2014

La responsabilità dell’amministratore di fatto di società: atti di gestione e atti esecutivi

Di cosa si tratta

Due recenti pronunce delineano alcuni elementi di riferimento in tema di responsabilità civilistica dei c.d. “amministratori di fatto”, vale a dire quei soggetti che svolgono attività gestorie in una società senza rivestire formalmente la carica di amministratore.
La pratica è molto diffusa e per le ragioni più varie, che per lo più vengono riassunte nella tipica espressione “perché non può comparire”.
Le decisioni in esame provengono dalla Corte di Cassazione, sentenza n. 15600/2014, e dal Tribunale di Milano, ordinanza del 24/6/2014 e sono entrambe interessanti perché individuano le caratteristiche che deve avere l’attività posta in essere dal c.d. amministratore di fatto affinché possa ritenersi vera e propria attività gestoria della società. Solo in questo caso, infatti, l’amministratore-ombra potrà essere ritenuto responsabile per l’attività svolta, superando i limiti tracciati dal ruolo formalmente rivestito.
Il Tribunale di Milano, Sezione specializzata di impresa, si è pronunciato in merito a una richiesta di sequestro cautelare conservativo di beni, richiesto dal curatore di un fallimento nei confronti dei soggetti ritenuti amministratori di fatto della società fallita.
Secondo la curatela, infatti, la società fallita (una s.r.l.) era formalmente amministrata da un soggetto, ma di fatto gestita da almento altre due persone (padre e figlia); l’amministratore formale era quindi solo un prestanome, mentre la gestione reale della società avrebbe fatto capo ad altra persona (che non compariva in alcun modo nella società) e a sua figlia (che risultava essere dipendente della società stessa). Quest’ultima, in particolare, si sarebbe occupata della fatturazione, degli incassi, dei versamenti in banca, dei contatti col commercialista, delle buste paga, dei pagamenti dei fornitori effettuati mediante assegni bancari, che lei stessa preparava e che l’amministratore “di diritto” poi firmava.
Il Tribunale di Milano, all’esito degli accertamenti svolti in sede cautelare (che hanno quindi una portanza limitata), perveniva a riconoscere una responsabilità in capo all’amministratore di fatto (padre), in quanto vero regista occulto della gestione aziendale. In merito agli altri due soggetti coinvolti, vale a dire l’amministratore formale in carica e l’altra presunta amministratrice di fatto (figlia), il Tribunale formulava invece i seguenti rilievi.
Per quanto riguarda l’amministratore “di diritto”, afferma il Tribunale che il soggetto che accetti di ricoprire la carica di amministratore di una società di capitali e poi consenta, con pieno assenso e consapevolezza, che a gestire l’impresa sociale sia di fatto un terzo, è “sotto il profilo causale necessario compartecipe e sotto quello giuridico corresponsabile di ogni singolo atto di gestione che abbia lasciato compiere all’amministratore di fatto”. Il fatto che questa persona, non solo avesse conservato la carica per tutto il periodo in esame, ma l’avesse esercitata con modalità tali “da rendere palese la piena acquiescenza al suo totale esautoramento gestorio” da parte del terzo (come ad esempio il fatto di firmare gli assegni precompilati che le venivano sottoposti), ne comporta la piena responsabilità.
Il Tribunale ha invece escluso, all’esito dell’accertamento sommario in sede cautelare, che potesse esser considerata amministratrice sullo stesso piano del padre, o comunque con reali deleghe gestorie, anche la figlia, dipendente della società fallita.
Infatti, in diritto, “per poter ritenere amministratore di una società di capitali un soggetto che tale non sia mai nominato né risulti dalla pubblicità commerciale è necessaria la prova del suo avvenuto inserimento nella gestione di impresa –desumibile dalle direttive impartite e dal condizionamento delle scelte operative- e di un’appropriazione delle funzioni gestorie con carattere di sistematicità e completezza”.
Le mansioni svolte da questa persona in azienda risultavano invece pienamente compatibili con il suo ruolo di (unica) impiegata amministrativa della società fallita, come tale addetta alla fatturazione ed abilitata all’effettuazione e ricezione di pagamenti anche attraverso le necessarie movimentazioni bancarie, laddove ogni decisione strategica era rimessa in via esclusiva al padre, amministratore occulto della società.
Queste mansioni erano quindi pienamente comprensibili nell’ambito di una società a sostanziale base familiare, nella quale la figlia godeva della piena fiducia del padre (che, per problemi suoi propri, non poteva figurare né quale socio e amministratore, né quale titolare di conti bancari) al punto di consentire che alcuni rapporti fossero regolati sul proprio conto corrente personale.
Il Tribunale autorizzava quindi il sequestro conservativo dei beni e dei crediti dell’amministratore formale e dell’amministratore di fatto (padre), respingendo la richiesta nei confronti della figlia.
La seconda pronuncia in esame è invece la sentenza n. 15600 del 9 luglio 2014 della Corte di Cassazione, la quale si è occupata del medesimo tema trattando la questione del fallimento di un socio accomandante di una s.a.s.. Come noto, il fallimento di una società di persone si estende anche ai soci illimitatamente responsabili, come l’accomandatario nella s.a.s., che è il socio cui sono attribuiti i poteri di amministrazione; l’accomandante, invece, non compie tale attività, motivo per cui la sua responsabilità è limitata. Se però l’accomandante si comporta di fatto come l’amministratore vero e proprio allora si supera la limitazione prevista in via generale dal codice e diviene illimitatamente responsabile (dal punto di vista civilistico patrimoniale) anche l’accomandante.
Anche in questo caso si partiva dunque da un fallimento di società, nell’ambito del quale il Tribunale locale era pervenuto a dichiarare anche il fallimento del socio accomandante, in quanto ritenuto responsabile per aver compiuto atti di amministrazione della società. Tale fallimento era successivamente revocato dalla Corte d’Appello di Torino non ravvisando nella condotta posta in essere dal socio accomandante alcun ruolo gestionale e si arrivava quindi in Cassazione.
La Suprema Corte ha ritenenuto corretta l’interpretazione della Corte di Appello, affermando che il socio accomandante assume responsabilità illimitata per le obbligazioni sociali, ai sensi dell’art. 2320 cod. civ. “solo ove contravvenga al divieto di compiere atti di amministrazione, intesi questi ultimi quali atti di gestione, aventi influenza decisiva o almeno rilevante sull’amministrazione della società (non già di atti di mero ordine o esecutivi) o di trattare o concludere affari in nome della società”.
Se invece il socio accomandante compie atti meramente esecutivi, senza concorrere in concreto all’adozione di alcuna decisione di contenuto amministrativo, non può essere ritenuto responsabile e assoggettato a fallimento. Anche nell’ipotesi (frequente nella prassi) in cui al socio accomandante siano attribuite delle procure per compiere determinati atti, secondo la Corte “riveste carattere decisivo non la mera esistenza della delega, ma l’effettivo esercizio dei poteri ivi previsti”, sia negli atti interni che in quelli esterni verso terzi.
Nel caso di specie, l’emissione di assegni bancari, tratti sul conto corrente della società con delega operativa attribuita al socio accomandante, è stato ritenuto un mero comportamento esecutivo e attuativo di decisioni altrui, che quindi non porta a integrare il compimento di atti di amministrazione in senso reale.
Nemmeno la concessione da parte del socio accomandante di un’ipoteca a garanzia di un contratto di mutuo fondiario e di un contratto di apertura di credito in conto corrente sono stati ritenuti elementi sufficienti a dimostrare l’ingerenza del socio accomandante nella gestione della società.
Quanto emerge dalle due pronunce citate è quindi la necessità di un accertamento in concreto dell’attività posta in essere dal presunto amministratore di fatto di società; anche comportamenti che all’apparenza sembrano configurare attività gestoria potrebbero essere qualificati come meri atti esecutivi, laddove si dimostri che la volontà decisionale e la conduzione della società sia invece espressa da altro soggetto.

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