Categorie approfondimento: Fallimentare
8 Settembre 2014

I requisiti soggettivi per l’ammissione alle procedure concorsuali

Di cosa si tratta

E’ noto che perché un’impresa possa essere soggetta al fallimento debba possedere alcuni requisiti dimensionali in difetto dei quali l’istituto non trova applicazione. Abbiamo trattato da tempo il tema (nel sito cfr.: “I presupposti del fallimento” e “ Presupposti del fallimento: requisiti dimensionali”) e torniamo per illustrare un chiarimento recente (Cassazione 27 dicembre 2013, n. 28667).
Anche per l’ammissione ad altre procedure concorsuali è necessario che ricorrano i medesimi requisiti, come è per il frequente ricorso al concordato preventivo nelle sue varie forme; questo può essere un vantaggio per l’imprenditore che può cercare di recuperare salvando l’impresa in difficoltà.
La Cassazione ha considerato il caso di un’impresa in forma di società in nome collettivo che nel bilancio non esponeva nulla alla voce “ricavi” e aveva prodotto parzialmente il libro degli inventari. La Corte di appello aveva ritenuto di considerare la macroarea di cui all’art. 2425, lettera A) cod. civ., relativa al valore della produzione, che comprende oltre ai ricavi per vendite e prestazioni, anche la variazione delle rimanenze, grazie alle quali si realizzava il superamento del limite di legge.
Nel ricorso in cassazione il ricorrente evidenziava che le rimanenze sono costi comuni a più esercizi, che vengono sospesi nel rispetto del principio di competenza economica ex art. 2423 bis cod. civ. e che per la nozione di ricavi lordi di cui all’art. 1, lettera b) Legge Fallimentare ci si deve riferire alle voci A1 (ricavi vendite e prestazioni) e A5 (altri ricavi e proventi) del conto economico.
La Cassazione ha condiviso la tesi affermando che l’imprenditore deve provare di avere realizzato, “in qualunque modo risulti”, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore ad euro duecentomila.
La tesi della Corte di appello invece riteneva di considerare un’area ben più vasta comprendente anche le variazioni delle rimanenze, che venivano ritenute “ricavi potenziali”.
Invece il legislatore della Riforma fallimentare, nella previsione del requisito di cui alla lettera b) dell’art. 1 L. Fall. deve ritenersi che abbia fatto riferimento allo schema obbligatorio del conto economico di cui all’art. 2425 cod. civ. e, in particolare al suo primo raggruppamento sul lettera A).
Il raggruppamento oltre a contenere le voci che rappresentano veri e proprie ricavi (sub N.ri 1 e 5), prevede altre voci, tra cui sub 2), le “variazioni delle rimanenze di prodotti in corso di lavorazione, semilavorati e finiti”.
Considera la Corte che debba ritenersi che il legislatore quando ha considerato i ricavi li avrebbe considerati in senso tecnico “non potendo ragionevolmente presumersi il contrario”, deve ritenersi che il riferimento alle vendite e prestazioni sub n. 1 “altri ricavi e proventi” per l’assimilazione della seconda voce alla prima, trattandosi di componenti positive, quali ricavi accessori, dividendi, royalties, canoni attivi, sempre generati dall’attività di impresa”.
Non possono invece essere considerati ricavi le voci sub 2), variazioni delle rimanenze di prodotti in corso di lavorazione, semilavorati e finiti, e sul 3) variazioni dei lavori in corso di ordinazione, che non possono nemmeno concettualmente essere assimilabili alla più ampia nozione di “proventi”, ma rappresentano costi comuni a più esercizi, che vengono sospesi in applicazione del principio di competenza per essere rinviati ad esercizi successivi, dove si conseguiranno i relativi ricavi e la variazione delle rimanenze determina la differenza dei costi sospesi alla fine di due esercizi consecutivi.
La logica valutativa delle rimanenze a dei lavori in corso trova il suo fondamento nel rappresentare la corretta correlazione tra costi e ricavi, così da non penalizzare economicamente l’esercizio nel quale sono stati sostenuti i costi di acquisizione e/o produzione a fronte di quelli nei quali vengono realizzati i relativi ricavi.
La Corte aggiunge anche che la voce sul n. 4) “incrementi di immobilizzazioni per lavori interni” non può essere ricompresa nei ricavi, valutabili ex art. 1, lett. B) L. Fall., non partecipando della natura propria di questi.

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