Categorie approfondimento: Credito e banche
3 Febbraio 2014

Regime degli usi di piazza per la commissione di massimo scoperto prima della legge sulla trasparenza bancaria

Di cosa si tratta

La validità del ricorso agli “usi di piazza” era già stata negata, ma l’affermazione è stata ribadita con riferimento anche al periodo antecedente la c.d. legge sulla trasparenza bancaria (Legge n. 154/1992), che ha potenziato vari profili della disciplina (Cassazione civile, Sez. I, 4 dicembre 2013, n. 27118).
Il rinvio contrattuale all’ «uso piazza» era già nullo per indeterminatezza ex art. 1346 c.c. e nulla era la pattuizione di massimo scoperto, quale che fosse il tempo in cui fosse stata stipulata, che rapportava la misura della sua applicazione alle «condizioni generalmente applicate su piazza nel periodo».
Nella vicenda oggetto di giudizio la sentenza del 2 febbraio 2006 della Corte di appello di Napoli, in parziale riforma della sentenza del Tribunale in data 23 luglio 2001, riduceva la somma dovuta alla banca in relazione al saldo debitore del conto corrente intrattenuto dal 27 febbraio 1990 al 9 aprile 1997 presso la Banca e garantito con fideiussione.
In particolare la Corte di appello osservava che: 1) l’applicazione del tasso di interesse dell’11,75%, anziché del 10,50% come secondo gli appellanti era stato convenuto, doveva ritenersi legittima “atteso che, non essendovi stata contestazione da parte dei correntisti, è da ritenere che con tale loro comportamento essi accettarono tacitamente l’applicazione di tale tasso nella suindicata misura, stabilita peraltro dalla L. n. 154 del 1992, art. 4”; 2) la doglianza relativa alla applicazione di commissioni di massimo scoperto non concordate era infondata poiché il c.t.u. aveva accertato che quelle applicate non si discostavano da quelle generalmente applicate su piazza nel periodo.
In Cassazione i correntisti formulavano un primo motivo deducendo la violazione dell’art. 1284 c.c., comma 3, nonché il vizio di motivazione, lamentando che la Corte di appello erroneamente aveva affermato la legittimità del tasso d’interesse dell’11,75%, senza considerare che l’art. 1284 c.c., prevede la pattuizione scritta degli interessi in misura superiore a quella legale e che tale previsione era confermata dalla L. n. 152 del 1992, art. 4, comma 1; inoltre, la clausola contrattuale che rinviava la misura degli interessi agli usi di piazza doveva ritenersi nulla.
Il motivo veniva ritenuto inammissibile in quanto il punto non era stato oggetto di censura, che i ricorrenti hanno contestato l’applicazione di un tasso di interesse superiore a quello convenuto, pari al 10,50%. In Cassazione non può trovare ingresso, in quanto nuova, la questione relativa alla nullità di un rinvio agli usi di piazza, che richiederebbe un non consentito accertamento di fatto; il giudizio doveva essere limitato alla legittimità dell’applicazione dell’interesse dell’11,75% anziché del convenuto 10,50%.
In proposito la Cassazione ha affermato che trovano applicazione le disposizioni dettate dalla L. n. 154 del 1992, all’art. 4, co. 2, (“L’eventuale possibilità di variare in senso sfavorevole al cliente il tasso di interesse e ogni altro prezzo e condizione deve essere espressamente indicata nel contratto con una clausola approvata specificamente dal cliente”) e all’art. 6, comma 5, che prevede l’obbligo di comunicazione al cliente della variazione sfavorevole e la facoltà di quest’ultimo di recedere dal contratto, nonché, dopo l’abrogazione di questa norme, dalle analoghe disposizioni dettate dall’art. 117, co. 5, e D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 118. Sulla inosservanza di tali disposizioni nulla i ricorrenti avevano dedotto, limitandosi a sostenere l’inammissibile questione soltanto per la nullità del rinvio agli usi di piazza.
Con il secondo motivo i ricorrenti deducevano la violazione degli artt. 1418 e 1283 c.c., lamentando che la Corte di appello aveva ritenuto legittima l’applicazione delle commissioni di massimo scoperto, pur in mancanza di una specifica pattuizione, soltanto sul rilievo che le commissioni applicate non si discostavano da quelle usualmente praticate su piazza nel periodo. Il motivo è stato ritenuto fondato. Indipendentemente dalla natura assunta nel contratto dalla commissione di massimo scoperto (accessorio che si aggiunge agli interessi passivi sulle somme utilizzate dal cliente accreditato ovvero remunerazione dell’obbligo della banca di tenere a disposizione del cliente una determina somma per un determinato periodo di tempo, indipendentemente dal suo utilizzo, come oggi è espressamente previsto dal D. Lgs. n. 385 del 1993, art. 117 bis, introdotto dal D.L. n. 201 del 2011, e modificato dal D.L. n. 29 del 2012) può dirsi certa l’erroneità del riferimento alle condizioni applicate su piazza.
Prima dell’entrata in vigore della L. n. 154 del 1992, un eventuale rinvio del contratto all’uso di piazza rendeva l’eventuale pattuizione nulla per indeterminatezza, come la giurisprudenza ormai consolidata ha ripetutamente affermato con riferimento agli interessi (e plurimis Cass. 28 marzo 2002, n. 4490; Cass. 18 settembre 2003, n. 13739).
Dopo l’entrata in vigore della L. n. 154 del 1992, “i contratti devono indicare il tasso di interesse e ogni altro prezzo e condizione praticati” (art. 4, co. 1) e le clausole contrattuali di rinvio agli usi sono nulle e si considerano non apposte (art. 4, comma 3) e si applicano “gli altri prezzi e condizioni resi pubblici” (art. 5, lett. b), secondo una disciplina ribadita, nella sua formulazione originaria, applicabile in ragione del momento, dal D.Lgs. n. 385 del 1992, art. 117.
Ne consegue l’erroneità della sentenza nella parte in cui ha ritenuto legittima l’applicazione delle commissioni su massimo scoperto in quanto le stesse “non si discosta(va)no da quelle generalmente applicate su piazza nel periodo”.

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