8 Maggio 2017

Regime fiscale dell’impresa familiare

La Corte di Cassazione ha affrontato il tema del regime fiscale dell’impresa familiare affermando che se la stessa opera senza avere formalizzato la struttura con atto pubblico oppure scrittura privata autenticata non può essere assunto il diverso regime, ma il titolare dovrà ritenersi quale imprenditore e collaboratori di questo i famigliari; lo afferma la sentenza della Corte di cassazione n. 2472 del 10 febbraio 2017.
L’indispensabile documento dovrà prevedere l’indicazione nominativa dei partecipanti all’attività, avere data anteriore all’inizio del periodo d’imposta, essere sottoscritto dal titolare e dai congiunti.
In mancanza non è ravvisabile un’impresa familiare e i proventi che deriveranno dall’attività non saranno assimilabili a reddito d’impresa, ma verranno considerati redditi di puro lavoro.
La vicenda nasceva da un verbale di constatazione
che accertava un maggior reddito di impresa, con conseguente ricalcolo delle imposte dovute ai fini delle imposte dirette e dell’Iva.
I giudici di merito (CTP e CTR) avevano ritenuto legittimo il contenuto degli avvisi di accertamento dal punto di vista della ricostruzione analitica dei maggiori ricavi, ottenuta attraverso la rilevazione fisica delle merci presenti in azienda e del prezzo di vendita.
Gli atti venivano ritenuti legittimi e corretti dal punto di vista dell’imputazione dei maggiori ricavi alla contribuente in quanto titolare dell’impresa “familiare” in mancanza di un atto pubblico o di una scrittura privata autenticata da cui risultasse l’indicazione nominativa dei familiari partecipanti all’attività d’impresa.
In Cassazione il principale motivo di ricorso era rappresentato dalla censura alla sentenza per violazione delle norme fiscali sull’impresa familiare, deducendo che il maggior reddito accertato non poteva essere imputato interamente alla titolare bensì pro-quota con il coniuge, titolare di una quota di partecipazione agli utili.
La contribuente lamentava che la Commissione tributaria avesse omesso di esaminare i quadri della dichiarazione dei redditi della titolare dell’impresa, che attestavano l’avvenuta ripartizione del reddito con il coniuge partecipante all’impresa familiare.
L’istituto poggia sull’art. 220-bis codice civile, per il quale è considerata tale l’impresa nella quale collaborano i componenti la famiglia (coniuge, parenti entro il terzo grado, affini entro il secondo grado) prestando in modo continuativo la propria attività lavorativa.
L’art. 5, co. 4, del Tuir, che disciplina il trattamento fiscale dei redditi prodotti da tale tipo di impresa, prevede che questi sono imputati (limitatamente al 49% dell’ammontare complessivo risultante dalla dichiarazione dei redditi dell’imprenditore) a ciascun familiare che abbia prestato in modo continuativo e prevalente la sua attività di lavoro nell’impresa, proporzionalmente alla sua quota di partecipazione agli utili.
Per accedere a tale regime fiscale è necessario il ricorso delle seguenti condizioni: a) la dichiarazione dei redditi dell’imprenditore deve indicare le quote attribuite ai singoli familiari e l’attestazione che le stesse sono proporzionate alla qualità e alla quantità del lavoro effettivamente prestato nell’impresa, in modo continuativo e prevalente; b) ciascun partecipante deve attestare, nella propria dichiarazione dei redditi, di aver lavorato nell’impresa familiare in modo continuativo e prevalente; c) da atto pubblico o da scrittura privata autenticata deve risultare l’indicazione nominativa dei familiari partecipanti all’attività d’impresa; l’atto deve avere data anteriore all’inizio del periodo d’imposta e deve essere regolarmente sottoscritto dall’imprenditore e dai familiari.
Nel caso in concreto, sebbene le dichiarazioni dei redditi dei partecipanti all’impresa familiare fossero state compilate in modo corretto, era stata omessa la stipula dell’atto pubblico o della scrittura privata autenticata da cui risultasse l’indicazione nominativa dei familiari partecipanti all’attività di impresa.
Per la Cassazione il difetto anche di una sola delle condizioni, espressamente previste dall’art. 5 del Tuir, preclude la possibilità di accedere al trattamento fiscale in materia di impresa familiare.
Soltanto ai fini fiscali quindi non si dovrebbe ravvisare un’impresa familiare ma un’impresa individuale, in cui “i familiari collaboratori non sono contitolari dell’impresa familiare e i redditi loro imputati sono redditi di puro lavoro, non assimilabili a quello di impresa”.

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