Categorie approfondimento: Societario
4 Luglio 2015

Recesso del socio e valore della quota

Di cosa si tratta

Abbiamo già affrontato il tema del valore della quota di Società a responsabilità limitata quando questo valore si debba stabilire in relazione alla circolazione della quota (nel sito: “Prelazione impropria nella cessione di quote di s.r.l.”).
Sede principale di regolamentazione di questo valore è l’art. 2473 cod. civ. in caso di recesso del socio con applicazione anche al caso di esclusione del socio (art. 2474 cod. civ.), che aggiunge il divieto di operarla “mediante riduzione del capitale sociale.
La Fondazione nazionale commercialisti è intervenuta analizzando i criteri legali di determinazione del valore della partecipazione sociale nell’ipotesi di recesso del socio, distinguendo le modalità operative a seconda che si tratti di partecipazioni in società a responsabilità limitata o società per azioni; limitiamo il nostro commento alle prime.
Con la Riforma operata con il D.lgs. n. 6/2003 sono stati introdotti specifici criteri di determinazione del valore della partecipazione sociale in caso di esercizio del diritto di recesso del socio e chiarimenti sono stati forniti dalla dottrina che ha tenuto conto delle differenze a seconda della forma giuridica della società.
Per le società a responsabilità limitata il valore del patrimonio sociale indicato dall’art. 2473, co. 3 cod. civ. è il criterio di riferimento. Per le società per azioni non quotate è dato dalla consistenza patrimoniale della società e delle sue prospettive reddituali, nonché dall’eventuale valore di mercato delle azioni (art. 2437 co. 2, cod. civ.) e infine, per le società quotate, dal prezzo di mercato (art. 2437-ter co. 3, cod. civ.).
Per le SRL è possibile che lo statuto disciplini dei criteri di valutazione della partecipazione in caso di recesso, quindi arricchendo il disposto codicistico.
Nella determinazione di questo valore è necessario tenere conto del fatto che vi siano due posizioni contrastanti: la prima del socio che vuole ottenere un equo rimborso e la seconda l’interesse della società a salvaguardia dell’integrità del patrimonio sociale, senza dimenticare quello dei creditori per i propri interessi.
Si arriva sempre all’applicazione di metodi che si riassumono nel “patrimoniale semplice”, reddituale o misto dei due, questo in quanto il legislatore non ha detto nulla su questo spinoso tema.
Dal momento che questi metodi sono diversi e si applicano a società diverse, il suggerimento è che lo statuto già ponga indicazioni su quale usare in concreto purché vada a corrispondere al “valore effettivo” della quota.
La valorizzazione della partecipazione avviene in proporzione della partecipazione che il socio recedente possiede nella società e quindi nel patrimonio sociale.
Dall’affermazione consegue un importante elemento: la cessione di una partecipazione non è la stessa cosa della liquidazione di questo valore al socio recedente. Essendo operazioni diverse, non rileveranno elementi come premi di maggioranza o sconti di minoranza, né i diritti particolari del socio. Neppure dovrebbero rilevare i casi nei quali le partecipazioni siano paritarie e in sede di voto non si abbiamo maggioranze precostituite. Queste affermazioni non sono condivise da tutti e rappresentano quella relatività che si pone sul risultato della valutazione.
In tutti i casi nei quali non si formi un consenso tra i soci per l’operazione la soluzione data dal codice è la relazione di un esperto demandato alla quantificazione, nominato dal tribunale su istanza della parte più diligente, il quale procederà nel termine di novanta giorni dalla dichiarazione di recesso.
Opererà questi con un “equo apprezzamento” al quale consegue che l’impugnazione potrà essere consentita solo nel caso fosse manifestamente iniqua o erronea e non dovrà discostarsi dal valore di mercato tenendo in considerazione le prospettive reddituali.
Nel caso l’esperto non arrivi ad un risultato con le caratteristiche descritte, sarà il giudice ad essere chiamato a compierla. L’impugnabilità della perizia dell’esperto è limitata al caso di manifesta iniquità od erroneità.
In quali ipotesi si può pensare di inficiare il valore che emerge dalla relazione dell’esperto? Si deve dire che non vi è un controllo nel merito della decisione e per impugnarla si dovrà dimostrare che il tecnico abbia agito intenzionalmente a danno di una di esse (Cassazione 2 febbraio 1999, n. 858) e in ordine al limite di rilevanza della discrasia si potrà fare riferimento al principio contenuto nell’art. 1448 cod. civ. dato per la rescissione per lesione con valutazione quindi inferiore alla metà di quella che andrebbe ritenuta “equa” (Cassazione 30 dicembre 2004, n. 24183).

(Visited 20 times, 28 visits today)