Categorie approfondimento: Commerciale e industriale
30 Luglio 2016

Protezione patrimoniale e polizze assicurative: la tassazione

Una polizza assicurativa è sicuramente un buon strumento per allocare al suo interno valori e beni di proprietà di un soggetto e, grazie alla designazione a favore di altro soggetto al momento della morte, può andare anche ad assolvere alla funzione di avere già tolto dal patrimonio beni che vi rientrerebbero in sua mancanza; parliamo naturalmente delle polizze vita dove l’interesse si realizza con l’accadimento dell’evento morte.
Il punto che vorremmo concorrere a chiarire è quale sia la natura civilistica al fine di sapere a quali imposte sia assoggettata la parte di patrimonio che ne è l’oggetto. Si afferma con costanza che queste polizze non rientrino nella denuncia di successione in quanto l’attribuzione avviene direttamente tra l’assicuratore e il beneficiario; ma questa affermazione riteniamo che debba essere rivista.
Una recente pronunzia della Cassazione (16 aprile 2015, n. 7683) ha affrontato espressamente il tema in sede civile e riteniamo che il principio affermato comporterà effetti anche in sede fiscale.
Nel giudizio in corte d’appello era stata esaminata la domanda di annullamento della polizza da parte di altri eredi del de cuius operando la distinzione tra due atti: (a) il contratto di assicurazione sulla vita stipulato dal de cuius con la compagnia e (b) la designazione compiuta dal de cuius nell’ambito di tale contratto alla beneficiaria dell’indennizzo nel caso di premorienza dello stipulante, sulla cui vita la polizza era stata contratta.
Per il contratto di assicurazione la Corte d’appello ha ritenuto che ai fini dell’accoglimento della domanda di annullamento fosse necessario accertare solo la malafede del destinatario dei beni e non il pregiudizio al patrimonio del de cuius che era ritenuto incapace, ai sensi del secondo comma dell’art. 428 c.c..
Con riguardo al negozio unilaterale di designazione del beneficiario del diritto all’indennizzo, ex art. 1920, co. 2, c.c., la Corte d’appello ha invece ritenuto: che la designazione fosse un negozio unilaterale, come tale soggetto alla disciplina di cui all’art. 428, co. 1, c.c. e che per il suo annullamento fosse necessario l’accertamento del “grave pregiudizio” dell’incapace.
Nel caso di specie il designante de cuius non poteva “per definizione” ricevere dalla designazione del beneficiario alcun pregiudizio, perché la designazione avrebbe avuto effetto solo in caso di morte del designante.
L’affermazione compiuta dalla Corte d’appello è stata ritenuta errata in diritto, per due diverse ed indipendenti ragioni. La prima è che la designazione d’un terzo beneficiario nell’assicurazione sulla vita costituisce di per sé un impoverimento del contraente, a nulla rilevando che essa produrrà effetti solo al momento della morte del contraente in quanto l’art. 428 c.c. attribuisce il diritto di domandare l’annullamento del contratto anche agli “eredi ed aventi causa” dell’incapace; l’erede dell’incapace non patisce alcun pregiudizio diretto per effetto della stipula del contratto annullabile da parte del proprio dante causa, ma eredita un patrimonio pregiudicato nella sua consistenza, che vuole dire che per il legislatore il pregiudizio di cui è menzione nel primo comma dell’art. 428 c.c. va riferito al patrimonio dell’incapace, non alla sua persona. Si avrà dunque “pregiudizio” ex art. 428, co. 1, c.c., quando il patrimonio dell’incapace si riduca in potenza od anche solo in atto, a nulla rilevando che gli effetti dell’impoverimento siano destinati ad essere risentiti dall’incapace piuttosto che dai suoi successori. Ciò è quanto si verifica nel caso dell’assicurazione sulla vita a favore del terzo: in mancanza di designazione, infatti, l’indennizzo andrebbe a favore del contraente (nel caso di assicurazione per il caso di vita) o dei suoi successori (nel caso di assicurazione per il caso di morte), là dove per effetto della designazione del terzo beneficiario il credito avente ad oggetto il futuro indennizzo esce dal patrimonio dal contraente.
La designazione, dunque, fa uscire dal patrimonio del contraente il credito futuro di indennizzo, e la perdita di un credito costituisce indubitabilmente un “impoverimento”.
Una seconda ed indipendente ragione per la quale va dichiarata erronea l’affermazione della Corte d’appello consiste nel fatto che non richiedeva affatto l’accertamento del “grave pregiudizio” per il contraente incapace, e quindi non è annullabile ex art. 428 c.c.: e, nel caso di specie, l’annullamento dell’atto di designazione.
L’assicurazione sulla vita a favore del terzo (art. 1920 c.c.) è un contratto che può assolvere a molteplici finalità concrete: dalla garanzia, alla previdenza, alla liberalità.
Il suo scopo pratico più frequente è quello di previdenza, quando siano indicati come beneficiari persone che vivono del lavoro del contraente. Quando invece i beneficiari siano persone che non ricevono sostentamento dal contraente, lo scopo pratico più frequentemente avuto di mira dal contraente, e che deve presumersi ex art. 2727 c.c., è la liberalità.
“In tal caso l’assicurazione sulla vita costituisce una donazione indiretta di cui all’art. 809 c.c., rispetto alla quale il donatum è rappresentato dai premi pagati, non dall’indennizzo”; l’indennizzo infatti non è dovuto dall’assicuratore al beneficiario a titolo gratuito, ma a titolo oneroso a fronte del premio pagato. È il pagamento del premio, effettuato per beneficiare un terzo, che costituisce pertanto il c.d. “negozio-mezzo” (l’assicurazione) utilizzato per conseguire gli effetti del “negozio-fine” (la donazione).
Alle donazioni indirette non si applicano le norme sulla forma della donazione, ma si applicano per analogia le altre norme che disciplinano il contenuto dell’atto di liberalità ed i suoi effetti, con i limiti di cui all’art. 809 c.c. in tema di revocazione.
Tra tali norme deve includersi l’art. 775 c.c., il quale sancisce l’annullabilità della donazione fatta dall’incapace, su istanza di questi, dei suoi eredi o aventi causa: ed a prescindere sia da qualsiasi pregiudizio al patrimonio del donante, sia da qualsiasi stato soggettivo di buona o mala fede del donatario.
Nel caso giudicato la Corte d’appello ha errato nel pretendere l’esistenza del danno per accogliere l’azione di annullamento dell’atto di designazione, e nel ritenerlo insussistente: sia perché il pregiudizio era in re ipsa, sia perché in assenza di qualsiasi prova contraria la designazione doveva ritenersi compiuta donandi causa, e la donazione indiretta compiuta dall’incapace è annullabile a prescindere dal pregiudizio che il donante ne abbia risentito.
Nel riesaminare la domanda di annullamento la nuova Corte d’appello designata doveva attenersi ai seguenti principi di diritto: (A) La stipula di un’assicurazione sulla vita a favore del terzo, ex art. 1920 c.c., priva il patrimonio del contraente del credito futuro di indennizzo. Se la designazione del beneficiario sia compiuta da persona in stato di incapacità naturale, il pregiudizio per il patrimonio di questa è in re ipsa ed il negozio di designazione annullabile, salvo che nel caso specifico possa ritenersi il suddetto pregiudizio non grave.
(B) Nell’assicurazione sulla vita la designazione quale terzo beneficiario di persona non legata al designante da alcun vincolo di mantenimento o dipendenza economica deve presumersi, fino a prova contraria, compiuta a titolo di liberalità, e costituisce una donazione indiretta. Ne consegue che è ad essa applicabile l’art. 775 c.c., e se compiuta da un incapace naturale, è annullabile a prescindere dal pregiudizio che quest’ultimo possa averne risentito.
Come illustrato la sentenza è intervenuta in un caso di specie ma, se anche togliessimo il profilo della capacità del disponente, non toglieremmo che la causa dell’attribuzione è donandi causa in assenza di vincolo di mantenimento e dipendenza economica.
Se la conclusione ultima è corretta, ecco che il contenuto della polizza al momento della morte trapassa al designato per un titolo che riconduce al regime di tassazione della donazione, che per gli effetti è analogo a quello delle successioni.
Diviene poi un corollario che la misura del “premio” non sarà senza effetti nella valutazione delle violazione di quote di legittima con gli eredi chiamati all’eredità.

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