12 Settembre 2016

Il patto di famiglia e la protezione patrimoniale

Il patto di famiglia è un istituto introdotto nel 2006 (legge n. 55 del 14 febbraio 2006), che offre la possibilità per un imprenditore di gestire il passaggio generazionale della propria impresa, trasferendo ad uno o più discendenti l’azienda o le quote di partecipazione al capitale della “società di famiglia”, impedendo il nascere di contestazioni in sede di eredità.
Il patto di famiglia è un contratto tra vivi, che comporta il trasferimento immediato dell’impresa di famiglia.
Richiede per le forme che sia fatto per atto pubblico dal notaio a pena di nullità e sono soggetti indispensabili per la conclusione coloro che sarebbero legittimari, soggetti necessariamente eredi che la legge prevede non possano essere esclusi dall’eredità, come il coniuge e i figli e ai quali è riservata una quota in ogni caso.
Il patto deve realizzare la condizione di compensare gli altri partecipanti all’eredità con la corresponsione di una somma corrispondente al valore delle quote riservate ai legittimari salva la facoltà di rinunziarvi, anche parzialmente.
La liquidazione non necessariamente deve avvenire in denaro, ma più essere regolata anche con l’attribuzione di beni ed utilità di varia natura e in questo caso i beni assegnati a favore degli altri legittimari che non sono assegnatari dell’azienda, “sono imputati alle quote di legittima loro spettanti”; in pratica è come un anticipo sulla eredità.
Posto che il trapasso del dante causa non è a data certa la situazione dovrà essere rivista nei casi di nuovo coniuge, di nuovi figli; costoro potranno chiedere ai beneficiari del patto di famiglia il pagamento di una somma pari al valore della quota di legittima che spetta per legge.
Il contratto non è immodificabile e può essere sciolto o modificato dagli stessi soggetti che vi hanno partecipato con un diverso contratto, stipulato sempre per atto pubblico oppure mediante recesso (se già previsto nel patto di famiglia) esercitato sulla base di una “dichiarazione agli altri contraenti certificata da un notaio”.
Le norme relative ai patti di famiglia disciplinate dagli articoli 768-bis/octies cod. civ. del codice e la nozione che ne viene data è la seguente: “È patto di famiglia il contratto con cui, compatibilmente con le disposizioni in materia di impresa familiare e nel rispetto delle differenti tipologie societarie, l’imprenditore trasferisce, in tutto o in parte, l’azienda, e il titolare di partecipazioni societarie trasferisce, in tutto o in parte, le proprie quote, ad uno o più discendenti”.
L’assegnazione dei beni agli altri potenziali coeredi può essere disposta anche con successivo contratto che sia espressamente dichiarato collegato al primo e purché vi intervengano i medesimi soggetti che hanno partecipato al primo contratto o coloro che li abbiano sostituiti.
Il valore del patto è consacrato dal principio che
quanto ricevuto dai contraenti non è soggetto a collazione o a riduzione, mentre il patto può essere impugnato dai partecipanti ai sensi degli articoli 1427 e seguenti cod. civ. (errore, violenza, dolo) e l’azione si prescrive nel termine di un anno.
All’apertura della successione dell’imprenditore, il coniuge e gli altri legittimari che non abbiano partecipato al contratto possono chiedere ai beneficiari del contratto il pagamento della somma loro dovuta, aumentata degli interessi legali, operazione di liquidazione prevista ad opera degli altri eredi legittimari, ove questi non vi rinunzino in tutto o in parte, con il pagamento di una somma corrispondente al valore di quanto attribuito; i contraenti possono convenire che la liquidazione, in tutto o in parte, avvenga in natura.
Se si tratta di società, occorre tenere in considerazione sia la legge sia i patti sociali o lo statuto. Nelle società semplici e in nome collettivo per il trasferimento delle quote occorrerà il consenso di tutti i soci come richiesto dall’art. 2252 c.c., sempre che non sia diversamente convenuto; nelle s.a.s. per la quota del socio accomandante occorrerà il consenso di tanti soci che rappresentino la maggioranza del capitale ex art. 2322 c.c., salvo diversa disposizione dell’atto costitutivo. Per le società di capitali, occorre far riferimento all’art. 2355-bis c.c. per le s.p.a., all’art. 2469 c.c. per le s.r.l. ed agli artt. 2457 e 2460 c.c. per le s.a.p.a.
In sintesi: non è possibile agire con il patto di famiglia se non si rispettano le norme relative all’impresa familiare, essendo tutelata la posizione del familiare che lavora in azienda, e gli accordi che sono alla base delle società che gestiscono l’impresa. I soci dell’imprenditore non sono tenuti a rispettare il patto se non sono state rispettate le regole relative alla vita della società, quali ad esempio il gradimento o la prelazione.
Anche se non è necessario, è opportuno che si predisponga un documento, una perizia, che potrà essere allegata all’atto notarile. La perizia è utile ad ancorare il valore della stessa azienda o delle partecipazioni trasferite al momento in cui è stato concluso il Patto di famiglia. Questo è particolarmente opportuno quando vi siano familiari che non hanno partecipato al patto.
L’onere di soddisfare gli altri familiari è posto a carico del soggetto beneficiario dell’assegnazione dell’azienda o delle quote. La principale difficoltà che si incontra nella liquidazione degli altri legittimari è rappresentata dal fatto che il discendente assegnatario dell’azienda o delle partecipazioni non ha frequentemente i mezzi, e più spesso li ha il genitore che trasferisce l’azienda, ma la legge non prevede che sia quest’ultimo a eseguire la liquidazione. La dilazione del pagamento può essere una indicazione, ma non si tratta di un percorso del tutto sicuro.
Non va escluso che l’imprenditore, d’accordo con gli altri partecipanti al patto, possa comunque liquidare direttamente i discendenti non assegnatari. Per evitare qualsiasi incertezza in termini di stabilità del patto e di legittimità delle scelte effettuate, sarebbe necessario una correzione alla normativa, che consenta espressamente all’imprenditore di provvedere alla liquidazione.
La rinuncia da parte degli altri eredi si configura come una clausola del patto di famiglia in virtù della quale le parti convengono che nulla sia dovuto ai partecipanti non assegnatari dei beni d’impresa o, in caso di rinuncia parziale, che questi accettino una liquidazione inferiore al valore della quota ad essi spettante sui beni medesimi.
Al momento dell’apertura della successione dell’imprenditore non possono essere esercitate azioni o effettuate operazioni che abbiano finalità destabilizzatrici dell’assetto patrimoniale, deciso con il patto di famiglia. Al fine di garantire la stabilità dell’assetto patrimoniale ideato dall’imprenditore, i beni assegnati con il patto sono stati appunto esclusi dall’obbligo della collazione e non sono soggetti all’azione di riduzione; in sostanza, l’assegnazione effettuata tramite il patto di famiglia è definitiva e ciò vale tanto per gli assegnatari dei beni d’impresa quanto per gli altri legittimari.
Sul piano fiscale le regole sono date dalla legge n. 296/2006, l’art. 1, comma 78 che ha integrato la disposizione dell’art. 3, D.Lgs. n. 346/1990) e prevede un regime agevolato (non assoggettabilità all’imposta) per i trasferimenti di aziende familiari (individuali o collettive), effettuati anche tramite i patti di famiglia a favore dei discendenti, che si impegnino a continuare l’attività nei successivi cinque anni. Questo regime è vantaggioso e prevede: l’esenzione dall’imposta di donazione; l’esenzione dall’imposta di trascrizione per le formalità relative; l’esenzione dall’imposta catastale per le volture relative.
Attribuire un’azienda ad un erede pone poi i problemi degli impegni personali che l’imprenditore abbia in precedenza concluso con gli istituti di credito (fideiussioni, garanzie, pegni). Il patto di famiglia può essere il veicolo attraverso il quale, come nei casi di uscita di un socio dalla società, il dante causa allontana se stesso e gli altri potenziali chiamati dagli impegni presi come imprenditore.
Dopo l’illustrativa compiuta andiamo a porre la domanda che è contenuta nel titolo dell’approfondimento; è il Patto di famiglia uno strumento di protezione patrimoniale? Tecnicamente in senso proprio la risposta è negativa.
Invero è uno strumento utile sul percorso di proteggersi nel senso che sia quando lo si realizza che in seguito, è possibile riversare sul beneficiario e con gradualità gli impegni che l’imprenditore aveva assunto in prima persona. Quando l’imprenditore diventa un altro, sarà questo chiamato a instaurare tutta una serie di relazioni che si fondano sulla stima che andrà ad acquisire. È naturale quindi che sia questo a liberare il cedente che si vedrà protetto dall’avere cessato l’attività imprenditoriale e ponga al sicuro gli altri suoi interessi economici personali anche a favore degli altri beneficiari dell’eredità.

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