Categorie approfondimento: Commerciale e industriale
21 Novembre 2012

Procacciatore e agente: la differenza

Di cosa si tratta

Il ricorrente quesito che ci viene posto è quale sia il tratto distintivo centrale tra le figure di agente e procacciatore d’affari (Cfr. nel sito: “Il procacciatore d’affari“).
Sul punto abbiamo già richiamato i diversi orientamenti seguiti dai vari soggetti coinvolti dagli effetti della qualificazione; per profili diversi: l’Enasarco, l’Inps, le Camere di Commercio.
Il nostro pensiero è tanto chiaro quanto poco condiviso: il procacciatore d’affari non è obbligato a promuovere opportunità ad un imprenditore, mentre l’agente professionalmente promuove la conclusione di contratti a favore del soggetto che lo ha incaricato.
A nostro avviso i consueti criteri differenziali ai quali si fa ricorso non riescono ad esprimere quella che è la differenza essenziale.
È una costante leggere che la continuità degli affari promossi piuttosto che il volume delle provvigioni ricevute dal procacciatore integrino la conferma della ricorrenza della figura dell’agente con tutti gli effetti che questo comporta.
Si possono fare i consueti esempi spasmodici di confronti della composizione dei due dati per restare alla conclusioni che già si assumevano.
Ciò che è certo è che manca una definizione dell’ordinamento per la figura del procacciatore d’affari, che, quando viene considerato, è solamente per fini specifici.
Alla conclusione formulata si va ad aggiungere un elemento soggettivo che è la volontà delle parti, che per le più varie ragioni non hanno dato forma al rapporto, che è quello voluto, in luogo della forma invece adottata.
Muovendo dal codice civile e non dagli Accordi Economici collettivi per le differenze presenti in questi, se consideriamo la “nozione” stessa del contratto di agenzia all’art. 1742, vediamo che è agente quel soggetto che “assume stabilmente l’incarico di promuovere… verso retribuzione… la conclusione di contratti in una zona determinata”.
L’incarico, per il quale la norma prevede anche forma scritta, che non è a pena di nullità, è un’ufficializzazione di un ruolo in rapporto a chi lo dà. Può spendere verso l’esterno una qualità che il procacciatore non ha. È chiaro che un’impresa ha interesse a fare contratti, ma nel rapporto con il promotore di questi non è tenuta al rispetto di regole che la stessa si sia data. È in sostanza libera di comportarsi come ritiene opportuno; prendiamo il caso dell’ex imprenditore fallito che, tecnico del settore, proponga la vendita di prodotti; l’azienda potrebbe non avere piacere di passare da questa introduzione su potenziali clienti, ma ragioni di convenienza commerciale possono portare ad aderirvi. L’intermediario, anche procurando molti contratti, non è voluto come rappresentante dell’impresa.
Il c.d. “incarico” non c’è, ma è soltanto un interesse ad avvantaggiarsi di un’opportunità che viene offerta.
Il procacciatore in relazione al territorio può fare quello che vuole e, se promuove in zone dove l’impresa ha già accordi con altri operatori, non è un problema del procacciatore se promuove contratti con soggetti che dovrebbero essere visitati da agenti incaricati dalla mandante. Ancora il procacciatore può rappresentare le opportunità di prodotti di case diverse allo stesso soggetto al quale ha promosso la conclusione di precedenti contratti con una azienda.
Il procacciatore, che dopo avere segnalato l’affare non lo segua nella sua esecuzione, avendo interesse alla sua conclusione ed esecuzione al fine di percepire un compenso, non è il destinatario di reclami relativi alle inadempienze contrattuali; una contestazione formulata al procacciatore non è una valida contestazione (art. 1745 cod. civ.). Nei suoi poteri non c’è quello di chiedere per conto dell’impresa dei provvedimenti cautelari nell’interesse del preponente, né rappresentare reclami validi al fine di “conservare i diritti” spettanti al preponente.
L’attività del procacciatore si limita a singole operazioni, anche tante, ma non ha in proposito obblighi di informativa sulle condizioni del mercato od “altra utile per valutare la convenienza dei singoli affari” (art. 1746 cod. civ.).
L’agente non risponde in proprio dell’inadempimento anche parziale del terzo e, se lo pattuisce singolarmente, la misura della responsabilità patrimoniale non potrà superare la misura della provvigione relativa all’affare particolare concluso; per il procacciatore non vi sono invece limitazioni legali, anche se è da ritenere che un accordo su questo tema dovrà essere concluso in forme che consentano la sua applicazione.
Se l’agente non è in grado di eseguire l’incarico ricevuto, deve informare il preponente a pena di risarcimento del danno (art. 1747 cod. civ.), mentre se il procacciatore non è in grado o non ha voglia nessun effetto si produce nei suoi confronti.
Nei confronti dell’agente l’impresa è tenuta a “mettere a disposizione dell’agente la documentazione necessaria” e a fornire “le informazioni necessarie all’esecuzione del contratto”; dovrà rappresentare all’agente l’eventuale calo di capacità produttiva per evadere gli ordini; dovrà tenerlo al corrente entro un termine ragionevole” dell’accettazione o del rifiuto e della mancata esecuzione di un affare procuratogli” (art. 1749 cod. civ.).
L’impresa è obbligata a rendicontare periodicamente gli effetti dell’esecuzione del contratto di agenzia con apposita documentazione da fornire all’agente e dovrà provvedere entro termini certi al pagamento. L’agente “ha il diritto di esigere che gli siano fornite tutte le informazioni necessarie per verificare l’importo delle provvigioni liquidate ed in particolare un estratto dei libri contabili”; questi precetti vanno osservati e le deroghe sono nulle. Per il procacciatore il tema non si pone in quanto, anche se in linea di massima le provvigioni che l’azienda riconosce sono per prassi in certe misure, l’accordo relativo può anche essere un importo predeterminato tra le parti.
Nel contratto di agenzia si determina se l’incarico sia a tempo determinato o indeterminato, producendo la scelta effetti diversi. Il procacciatore non ha per definizione un termine da rispettare come non è tenuto a forma alcuna; l’impresa ha interesse in generale a concludere affari, ma non vi è obbligata nei confronti del procacciatore ed è per lei indifferente in quale momento la promozione avvenga (art. 1750 cod. civ.).
Abbiamo scelto di trattare alcune disposizioni “sensibili” assieme per gli effetti che producono in relazione all’impiego che in concreto ne viene fatto; ci riferiamo all’art. 1748 cod. civ., art. 1750 e 1751 cod. civ. e 1751-bis cod. civ.. Queste disposizioni hanno in comune di produrre effetti economici alla cessazione del rapporto di agenzia.
È chiaro che un procacciatore che abbia “procurato” molto, possa avere interesse a considerare effetti che non gli spettano, ma che possono essere importanti. Cambiare abito alla fine del rapporto può comportare il lucrare molti soldi. Reciprocamente non avere riconosciuto la veste di agente ad un procacciatore che tale non è produce effetti economici utili anche al preponente.
È la parte relativa alla disamina delle norme richiamate per prime che consente l’individuazione della figura in concreto e non la reazione con l’applicazione di concetti astratti che va a configurare l’esatta posizione.
I diritti dell’agente sono codificati dall’art. 1748 cod. civ. che prevede il diritto alla provvigione “quando l’operazione è stata conclusa per effetto del suo intervento”, concetto applicabile anche al procacciatore, mentre non lo è l’eventuale ulteriore conclusione di affari con soggetti per i quali il procacciatore abbia procurato operazioni. Non rileva invece la cessazione dell’incarico al procacciatore per gli affari successivi proprio perché non c’è un momento nel quale l’incarico cessi, né il tema si pone per il concorso nella zona della presenza di un agente della mandante.
Mentre la norma dà altre prescrizioni per gli effetti sull’operazione in concreto conclusa ed eseguita in parte, non rileva invece quando il preponente “avrebbe dovuto eseguire la prestazione in base al contratto concluso con il terzo” e poi non lo abbia a fare. Nell’ipotesi in cui il preponente concordi con il terzo una esecuzione parziale o totale il procacciatore non ha diritti sulla parte ineseguita.
Con la cessazione del rapporto di cui all’art. 1750 cod. civ. si attualizzano temi come il preavviso, che intrinsecamente non si pone per il procacciatore, piuttosto che le indennità previste dall’art. 1751 e 1752 cod. civ.. È chiaro che queste disposizioni non si applichino al procacciatore il quale non era da un lato tenuto a perseguire gli obiettivi sottostanti, né a raccoglierne poi gli effetti.
L’applicazione dei principi che individuano in altre sedi la riconduzione della figura in concreto all’agente producono l’effetto perverso di aprire il tema dell’applicazione di disposizioni che non sono state date per il procacciatore ed anzi sono con questa operazione incompatibili.
È frequente che, per l’individuazione dei codici delle ritenute, l’Enasarco effettui ispezioni presso le imprese per valutare quale sia la posizione di soggetti che hanno prestato attività a loro favore. Da queste quindi la ripresa a “previdenza” con la qualificazione di “agente” e da qui le revindiche di una qualità talora non posseduta.
Un solo rilievo sulle novità del Regolamento delle attività istituzionali approvato con delibere C.d.A. 22 dicembre 2010, n. 95 e 4 maggio 2011, n. 35 da Enasarco.
A nessuno sarà sfuggito che il Regolamento della attività istituzionali sia cambiato da quello precedente adottato in forza di delibera 30 dicembre 2003. L’art. 1 prevedeva che: “1. L’Ente Nazionale Assistenza Agenti e Rappresentanti di Commercio – ENASARCO – Fondazione costituita ai sensi dell’art. 1 del Decreto Legislativo 30.6.1994, n. 509, eroga ai soggetti riconducibili alle fattispecie di cui agli artt. 1742 e 1752 del codice civile, appresso denominati agenti, la pensione di vecchiaia, inabilità, invalidità e superstiti integrativa di quella prevista dalla legge 22.7.1966, n. 613, e successive modifiche e integrazioni”.
A seguito delle delibere C.d.A. 22 dicembre 2010, n. 95 e 4 maggio 2011, n. 35, il testo è mutato in: “1. ENASARCO …, eroga agli agenti di cui agli articoli 1742 e 1752 del codice civile la pensione di vecchiaia, invalidità, inabilità e superstiti integrativa di quella prevista dalla Legge 22 luglio 1966, n. 613”.
La modifica apportata comporta qualche effetto per il nostro tema? La retorica domanda formulata ha una sicura risposta che non richiede il ricorso a vie interpretative più complesse di quella “letterale”. La dizione originaria (ai soggetti riconducibili alle fattispecie di cui agli artt. 1742 e 1752 del codice civile, appresso denominati agenti) era più ampia dell’attuale: “agli agenti di cui agli articoli 1742 e 1752 del codice civile”.
Se ora i soggetti considerati sono gli agenti previsti dal codice, prima esisteva una riconduzione alla figura degli agenti. Questo consente di concludere sul punto che, se prima “era possibile ricondurre”, ora non lo è più (prima conclusione).
Ma una seconda conclusione sta ad un passaggio successivo dell’interpretazione che alla norma regolamentare va data. Più che modificare l’ambito di applicazione, il nuovo testo è intervenuto “a chiarimento” del precedente; ha dato in sostanza una norma interpretativa, che come da “regole generali” ha efficacia interpretativa ed è quindi retroattiva. Quindi l’individuazione dei beneficiari delle disposizioni del Regolamento sono i soli agenti anche per quanto attiene il periodo precedente.
È evidente che l’obbligo (Articolo 2 – Obbligo d’iscrizione. 1. “Sono obbligatoriamente iscritti alla Fondazione tutti i soggetti di cui all’articolo 1 che operino sul territorio nazionale in nome e per conto di preponenti italiani… . L’obbligo di iscrizione riguarda sia gli agenti operanti individualmente sia quelli operanti in forma societaria o comunque associata, qualunque sia la configurazione giuridica assunta”) scaturisce dalla riconduzione all’art. 1 del Regolamento Enasarco. Rotto il legame, non c’è l’obbligo.

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