5 Aprile 2019

Procacciatore di affari: non si deve fare nessun contratto

Il procacciatore di affari è un professionista autonomo; se vuole collaborare con una o più imprese è libero di farlo e per l’utilità che deriverà dalla promozione della vendita di prodotti ha diritto ad un compenso, che potrà essere determinato in tutti i modi e misure che troveranno espressione nell’accordo delle parti.
Può assumere la funzione di procacciatore il soggetto che non ha interesse a svolgere l’attività commerciale come suo obiettivo o che è impedito a collaborare in modo continuativo e stabile, e in questi casi la natura dell’accordo non comporterà di essere portatore di obblighi, che neppure avrà il committente, e potrà concordare di svolgere la sua attività nei modi in concreto convenuti con l’impresa.
Sappiamo come Enasarco riprenda con frequenza le figure dei procacciatori al regime dell’agenzia con tutti gli effetti che ne derivano e questo anche quando è lo stesso procacciatore che non vuole essere inquadrato come agente perché non lo è.
Il fatto che si affermi che “la formale stipula tra le parti di un contratto qualificato come procacciamento od altro tipo non è decisiva, poiché pertiene al Giudice la qualificazione giuridica della fattispecie, alla stregua delle modalità concrete di attuazione del rapporto, la cui esecuzione si protragga nel tempo (cfr. Cassazione 23 luglio 2012, n. 12776)”.
Che il giudice possa compiere un sindacato di merito del contenuto del rapporto è affermazione generale certo corretta, ma sul piano contrattuale nel nostro caso non può arrivare a stravolgere il rapporto come accade in materia abbastanza vicina al nostro tema in sede lavoristica nella distinzione tra rapporto di lavoro subordinato e lavoro autonomo.
L’esistenza di un contratto o di uno scambio di lettere è assolutamente inopportuno; perché una collaborazione di questa natura esista è sufficiente che l’impresa indichi le sue regole. Se il procacciatore le vorrà osservare, la collaborazione potrà essere posta in essere e in difetto non accadrà nulla.
La recente sentenza della Corte di Appello di Roma, sezione lavoro, in data 23 ottobre 2018, n. 3557, è un chiaro esempio dell’inopportunità di scritti la cui rilettura è facile avvenga con sensi diversi dalla volontà delle parti.
L’elemento che ha portato la Corte d’appello alla qualificazione degli intermediari come agenti è stata la previsione contenuta nella lettera di incarico che, pur formalmente ribadendo la precarietà del mandato e la possibilità di scioglimento in qualsiasi momento da entrambe le parti, esplicita in realtà un vincolo di carattere non occasionale, imponendo una particolare obbligazione di durata a carico del procacciatore.
La clausola prevedeva che “le parti si impegnano a fare in modo che l’eventuale scioglimento del rapporto avvenga tenendo conto della stagionalità delle linee dei prodotti e dunque solamente al termine della stagione estiva o invernale”.
Questo patto avrebbe rappresentato la manifestazione di una intenzione delle parti di assumere un impegno con caratteri di stabilità e di continuità e che sarebbero estranei al rapporto di procacciamento di affari, contraddistinto dall’occasionalità dell’impegno e dalla libera iniziativa del procacciatore.
Non vediamo come “un’avvertenza” possa fare arrivare alle conclusioni cui è arrivata la Corte. Semmai su base testuale sarebbe da criticare la presenza nel testo del verbo “si impegnano”. Usare queste espressioni vuole dire muoversi nell’ambito di un contratto esistente e quindi di impegni anche vicendevoli. Per questa ragione vanno esclusi scritti suscettibili di essere altrimenti interpretati.
Dal punto di vista del procacciatore non è vero che la sua posizione non sia tutelata per gli aspetti che attengono alle parti; dal punto divista dell’impresa analogamente potrà avvalersi di soggetti che si siano offerti per la collaborazione, ma con i limiti più vari (si pensi in alcuni settori alla collaborazione degli studenti).
Rileviamo ancora che in passato abbiamo cercato di modificare la giurisprudenza che afferma la sola competenza del tribunale di Roma nelle controversie con Enasarco, ma senza successo. Di fatto questa materia, anche con disagi e costi maggiori provocati da questo fatto, è oggetto di giudizio solamente da parte di questo giudice che prosegue con la sua giurisprudenza.
Diversamente i giudizi diretti tra le parti (procacciatore ed impresa) vedono altri giudici distribuiti sul territorio che hanno ben diversa visione, anche perché questi muovono da una attività istruttoria e da oneri probatori distribuiti tra le parti che realmente consentono di realizzare valide interpretazioni.

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