Categorie approfondimento: Commerciale e industriale
4 Settembre 2011

Previdenza integrativa ed Enasarco

Di cosa si tratta

Il primo quesito che ci poniamo è quello di qualificare cosa sia l’esatto significato, da ricavare dalle norme, per “previdenza complementare” e se questo sia diverso dalla “previdenza integrativa”.
Il secondo può essere riassunto nella domanda se la previdenza integrativa sia obbligatoria.
La terza, in caso di risposta negativa alla seconda domanda, è quella di spiegare come possa essere possibile che per il solo Enasarco la previdenza integrativa sia obbligatoria.
In termini generali per richiamare la teoria dei tre pilastri pensionistici, si può dire che il primo sia il sistema pubblico obbligatorio, il secondo che è costituito dai fondi pensione, facoltativo e il terzo, lasciato alla scelta dei privati, si suole chiamare “integrativo” lasciato principalmente alle polizze vita individuali.
1° quesito: che cosa è la previdenza complementare ed è diversa da quella integrativa?
Se guardiamo essenzialmente al senso della parole è chiaro che tra complementare e integrativo vi sia differenza. In rapporto al principale il complementare, come è ritenuto in sede tributaria, è qualche cosa che si aggiunge per completare la tassazione con riferimento ad un presupposto diverso, per esempio prendendo in considerazione la somma di tutti i redditi ed operando su questa delle detrazioni. Integrativa sta ad una situazione ove, essendo incorsi in un’omissione di dichiarazione, si abbia a correggere l’errore attraverso una integrazione di elementi che vadano tenuti in considerazione al fine della tassazione.
Non riteniamo di fondare sulla proposta distinzione altre conseguenze perché tocca alle norme che entrano in gioco in un settore specifico fornire interpretazioni che abbiano una valenza utile.
E’ infatti una legge che si era proposta il “riordino del sistema previdenziale dei lavoratori dipendenti privati e pubblici, salvaguardando i diritti quesiti, con lo scopo di stabilizzare al livello attuale il rapporto tra spesa previdenziale e prodotto interno lordo e di garantire, in base alle disposizioni di cui all’art. 38 della Costituzione e ferma restando la pluralità degli organismi assicurativi, trattamenti pensionistici obbligatori omogenei, nonché di favorire la costituzione, su base volontaria, collettiva o individuale, di forme di previdenza per l’erogazione di trattamenti pensionistici complementari”. Era infatti la Legge 23 ottobre 1992, n. 421, contenente la delega al Governo per la razionalizzazione e la revisione delle discipline in materia di sanità, di pubblico impiego, di previdenza e di finanza territoriale.
All’art. 3 sulla Previdenza venivano esposti i “principi e criteri direttivi” elencati alla lettera v): “previsione di più elevati livelli di copertura previdenziale, disciplinando la costituzione, la gestione e la vigilanza di forme di previdenza, anche articolate secondo criteri di flessibilità e diversificazione per categorie di beneficiari, per la erogazione di trattamenti pensionistici complementari del sistema obbligatorio pubblico per i lavoratori dipendenti, i lavoratori autonomi ed i liberi professionisti, su base volontaria, collettiva o individuale, con garanzia di autonomia e separazione contabile e patrimoniale, mediante gestioni dirette o convenzionate affidate, in regime di concorrenza, agli organismi gestori delle forme obbligatorie di previdenza e assistenza ivi compresi quelli cui si applica l’art. 1 della legge 9 marzo 1989, n. 88, nonché alle imprese assicurative abilitate alla gestione del ramo VI, di cui alla tabella allegata alla legge 22 ottobre 1986, n. 742, alle società di intermediazione mobiliare (SIM) e ad operatori pubblici e privati, con l’osservanza di sistemi di capitalizzazione, con la partecipazione negli organi di amministrazione e di controllo interno di rappresentanti dei soggetti che concorrono al finanziamento delle gestioni, prevedendosi la possibilità di concessione di agevolazioni fiscali in coerenza con gli obiettivi stabiliti dall’art. 17 della legge 29 dicembre 1990, n. 408”.
In esecuzione della delega è stato adottato il Decreto legislativo 21 aprile 1993, n. 124 – Disciplina delle forme pensionistiche complementari, che è stato subito modificato dalla legge n. 335/1995, che si occupa dei trattamenti pensionistici complementari del sistema obbligatorio pubblico, al fine di assicurare più elevati livelli di copertura previdenziali.
L’art. 2 dispone al primo comma individuare i destinatari “… b) per raggruppamenti sia di lavoratori autonomi sia di liberi professionisti, anche organizzati per aree professionali e per territorio” al comma secondo dispone che “Dalla data di entrata in vigore del presente decreto legislativo possono essere istituite:… b) per i soggetti di cui al comma 1, lettera b), anche forme pensionistiche complementari in regime di prestazioni definite volte ad assicurare una prestazione determinata con riferimento al livello del reddito, ovvero a quello del trattamento pensionistico obbligatorio.”
Per l’articolo 3 le fonti istitutive delle forme pensionistiche complementari sono per i lavoratori dipendenti i “contratti e accordi collettivi, promossi da sindacati firmatari di contratti collettivi nazionali di lavoro, accordi anche interaziendali per gli appartenenti alla categoria dei Quadri promossi dalle organizzazioni sindacali nazionali rappresentative della categoria membri del Consiglio nazionale dell’economia del lavoro”; per i lavoratori autonomi e liberi professionisti da “accordi promossi da loro sindacati o associazioni di rilievo almeno regionale”; in altri casi da “regolamenti di enti o aziende, i cui rapporti di lavoro non siano disciplinati da contratti o accordi collettivi, anche aziendali”. Dall’impostazione delle norme come il sistema sia ispirato al desiderio di implementazione dell’incremento del risultato del reddito futuro da pensione è chiaro, restando obiettivo consigliato a chi si voglia proiettare al futuro.
Ancora più di recente con il D.Lgs. 5 dicembre 2005, n. 252 sulla Disciplina delle forme pensionistiche complementari, all’art. 1 si definisce l’Ambito di applicazione e le definizioni.
«1. Il presente decreto legislativo disciplina le forme di previdenza per l’erogazione di trattamenti pensionistici complementari del sistema obbligatorio, ivi compresi quelli gestiti dagli enti di diritto privato di cui ai decreti legislativi 30 giugno 1994, n. 509, e 10 febbraio 1996, n. 103, al fine di assicurare più elevati livelli di copertura previdenziale.
2. L’adesione alle forme pensionistiche complementari disciplinate dal presente decreto è libera e volontaria.
3. Ai fini del presente decreto s’intendono per:
a) «forme pensionistiche complementari collettive»: le forme di cui agli articoli 3, comma 1, lettere da a) a h), e 12, che hanno ottenuto l’autorizzazione all’esercizio dell’attività da parte della COVIP, e di cui all’articolo 20, iscritte all’apposito albo, alle quali è possibile aderire collettivamente o individualmente e con l’apporto di quote del trattamento di fine rapporto;
b) «forme pensionistiche complementari individuali»: le forme di cui all’articolo 13, che hanno ottenuto l’approvazione del regolamento da parte della COVIP alle quali è possibile destinare quote del trattamento di fine rapporto;
c) «COVIP»: la Commissione di vigilanza sulle forme pensionistiche complementari, istituita ai sensi dell’articolo 18, di seguito denominata: «COVIP».
«4. Le forme pensionistiche complementari sono attuate mediante la costituzione, ai sensi dell’articolo 4, di appositi fondi o di patrimoni separati, la cui denominazione deve contenere l’indicazione di «fondo pensione», la quale non può essere utilizzata da altri soggetti».
Le tracce invece di una previdenza integrativa con l’utilizzo di questa espressione specifica si trovano solamente per Enasarco: La prima sede nella quale compare l’espressione è la legge 22 luglio 1966, n. 613, all’art. 29, 2° comma, che dispone: Dalla data di entrata in vigore della presente legge il trattamento previdenziale per gli agenti e rappresentanti di commercio, disposto in attuazione degli Accordi economici collettivi per la disciplina del rapporto di agenzia e rappresentanza commerciale del 20 giugno 1956 e 13 ottobre 1958 e loro successive modificazioni, assume natura integrativa del trattamento obbligatorio istituito con la legge stessa. E ancora nella Legge 2 febbraio 1973, n. 12 è affermato: “Natura e compiti dell’Ente nazionale di assistenza per gli agenti e rappresentanti di commercio e riordinamento del trattamento pensionistico integrativo a favore degli agenti e dei rappresentanti di commercio” e nel recente D.L. 6 luglio 2011, n. 98 – Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria – con le modifiche apportate dalla legge di conversione 15 luglio 2011, n. 111, che al comma 13 dell’art. 18 ha disposto: “Con specifico riferimento all’Ente nazionale di assistenza per gli agenti e rappresentanti di commercio (ENASARCO) compreso tra gli enti di cui al decreto legislativo 30 giugno 1994, n. 509, si conferma che la relativa copertura contributiva ha natura integrativa, rispetto a quella istituita dalla legge 22 luglio 1966, n. 613, come previsto dall’articolo 2 della legge 2 febbraio 1973, n. 12”.
E’ stata proprio questa norma a provocarci sul tema.
Che bisogno aveva questo provvedimento, nel momento nel quale già Enasarco ha i suoi problemi che nascono dalla dismissione del patrimonio immobiliare, di “confermare” che “la copertura contributiva ha natura integrativa”? Al quesito rispondiamo in altro articolo (3°) per affrontare ora il secondo quesito.
2° quesito: la previdenza integrativa è obbligatoria?
La categoria degli agenti di commercio è l’unica soggetta a due distinti trattamenti di previdenza obbligatoria: ENASARCO e INPS. L’INPS, nella gestione commercianti, pur essendo nata dopo l’ENASARCO (dal 1962), è considerata la forma di previdenza principale, mentre l’ENASARCO è definita previdenza integrativa. L’ENASARCO ha avuto varie vicissitudini dalla data da quando venne istituita con l’accordo economico collettivo 30 giugno 1938: fino al 1972 è stata in tutto e per tutto simile ad una assicurazione sulla vita, e, al raggiungimento dell’età pensionabile, consentiva, in alternativa, la capitalizzazione della rendita, sotto forma di trattamento pensionistico, o, in alternativa, la liquidazione del capitale versato. Con la legge 12 del 2 febbraio 1973 il trattamento previdenziale ENASARCO ha assunto i requisiti tipici del trattamento di previdenza: al raggiungimento dell’età pensionabile, che, fino alla riforma entrata in vigore l’1 luglio 1998, era di 60 anni per gli uomini e 55 anni per le donne, oppure in ipotesi di invalidità permanente, spetta un trattamento di previdenza, reversibile in caso di morte, escludendo, in ogni caso, la liquidazione del capitale. L’ENASARCO è stato trasformato, da ente con personalità giuridica di diritto pubblico, in “fondazione”, quindi ente di natura privata, L’ENASARCO prevede inoltre una serie di trattamenti di previdenza integrativa, come cure termali, assegni parto, borse di studio, mutui per l’acquisto della prima casa, assegni funerari, colonie estive, premi per tesi di laurea in materia di agenzia e di previdenza.
Ma quando si parla di previdenza integrativa non ci si rifà alla impostazione dei tre pilastri?
Banca d’Italia definisce le pensioni complementari: “Forme pensionistiche complementari: “Le forme pensionistiche complementari costituiscono il secondo e il terzo pilastro della previdenza. La scelta di aderire ad una forma pensionistica complementare è libera e volontaria. Chi aderisce ad una di queste forme acquista il diritto a ricevere una pensione complementare, che si aggiunge a quella obbligatoria. I contributi versati alla previdenza complementare (che sono volontari) vengono investiti sui mercati finanziari da soggetti specializzati. La pensione viene calcolata sulla base di tutti i contributi versati e dei rendimenti finanziari eventualmente ottenuti fino al momento della pensione. Le condizioni per avere diritto alla pensione complementare sono fissate dalla legge e sono le stesse previste per avere diritto alla pensione obbligatoria.
Le forme pensionistiche complementari si distinguono in:
– fondi pensione: secondo pilastro della previdenza,
– piani pensionistici individuali (PIP): terzo pilastro della previdenza. Tutte le forme pensionistiche complementari sono regolate dalle stesse norme (anche fiscali) e sono sottoposte al controllo della Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione“.
La stessa Banca d’Italia si limita a dire per il terzo pilastro: “I PIP costituiscono il terzo pilastro della previdenza e si realizzano mediante polizze assicurative (contratti di assicurazione sulla vita a scopo previdenziale).”
Se guardiamo alle norme il significato di integrativo è un altro e di facoltativo non ha nulla perché gli iscritti Enasarco, ricorrendo i presupposti, devono e non possono non pagare questa contribuzione.
3° quesito: come è possibile che Enasarco gestisca la previdenza integrativa?
Dopo tutto quanto illustrato alla domanda dobbiamo rispondere riportando alcuni passaggi:
a) con la legge 27 novembre 1960, n. 1397 si era introdotta l’obbligatorietà dell’assicurazione malattia per i commercianti,
b) con la legge 22 luglio 1966, n. 633 si era estesa ai commercianti l’obbligatorietà dell’assicurazione per invalidità, vecchiaia e superstiti,
c) con la legge 2 legge 2 febbraio 1972 nell’ambito del riordinamento del sistema pensionistico si era fatta legge apposita per l’Enasarco, che prevedeva il “trattamento pensionistico integrativo obbligatorio”,
d) ma era poi intervenuta la legge 30 giugno 1994, n. 509, che ha disposto la privatizzazione dell’Ente assieme ad altri enti,
e) a questo punto il sistema era doppiamente zoppo perché:
– Enasarco restava l’unico sistema che prevedesse l’obbligatorietà alla sussistenza di requisiti professionali di un sistema previdenziale che già era anche fornito dall’INPS e
– Enasarco era l’unico ente ad avere regolato una forma integrativa disposta in modo obbligatorio.
Se la previdenza Enasarco è integrativa, la sua obbligatorietà confligge con tutto il sistema di privatizzazione che è stato disposto e non si raccorda con il regime dei soggetti tenuti all’obbligatorietà dei commercianti per i quali si è regolata con il principio di “attività prevalente” il regime di iscrizione alle casse commercianti.

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