Categorie approfondimento: Tributario e fiscale
16 Marzo 2012

Prescrizione INPS: cinque anni anche su denunzia del lavoratore

Di cosa si tratta

La sentenza della Corte Costituzionale in data 23 gennaio 2012, n. 15 ha respinto la questione di legittimità costituzionale della norma che prevede la doppia contribuzione per il socio di attività commerciale, riconoscendo la natura retroattiva. I profili sollevati erano di contrasto dell’articolo 12, c. 11, del D.L. 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito in L. 30 luglio 2010, n. 122, in riferimento agli artt. 3, 24, 1° c., 102, 111, 2° c., e 117, 1° c., della Costituzione, in relazione all’art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con L. 4 agosto 1955, n. 848.
Ai sensi dell’art. 12, c. 11, del D.L. n. 78/2010, convertito dalla Legge n. 122/2010, l’art. 1, c. 208 della L. 23 dicembre 1996, n. 662 va interpretato nel senso che le attività autonome, ove opera il principio di assoggettamento all’assicurazione prevista per l’attività prevalente, sono quelle esercitate in forma d’impresa dai commercianti, dagli artigiani e dai coltivatori diretti, che vengono iscritti in una delle gestioni apposite dell’INPS. Non rientrano nell’applicazione dell’art. 1, c. 208, L. n. 662/96 i rapporti di lavoro per i quali è prevista obbligatoriamente l’iscrizione alla gestione previdenziale dell’art. 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335.
Con la nuova norma sarebbe risolto il tema dell’esercizio contemporaneo di attività lavorative autonome, che sono assoggettabili a diverse forme di assicurazione obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti.
La Corte d’appello di Genova ha sollevato l’eccezione di incostituzionalità in quanto con la sentenza del Tribunale di Massa è stata respinta l’opposizione avverso cartella esattoriale avente ad oggetto il pagamento dei contributi addebitati a titolo di iscrizione alla gestione previdenziale commercianti, per l’attività lavorativa svolta nell’ambito di una società a responsabilità limitata, in cui l’opponente ricopriva l’incarico di vice-presidente del consiglio di amministrazione; era stata accolta la domanda subordinata, diretta ad ottenere l’annullamento della iscrizione alla gestione separata di cui all’art. 2, c. 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335 (Riforma del sistema pensionistico obbligatorio e complementare), con condanna dell’Istituto (INPS) alla restituzione della contribuzione.
L’INPS aveva proposto appello chiedendo che anche la domanda subordinata fosse respinta, per le seguenti argomentazioni:
1) l’iscrizione alla gestione separata è collegata alla riscossione del reddito per il lavoro di amministratore della società ed è cumulabile con ogni altra forma di assicurazione obbligatoria;
2) l’art. 1, c. 208, della L. 23 dicembre 1996, n. 662 (Misure di razionalizzazione della finanza pubblica), nel prevedere l’obbligo di iscrizione dei lavoratori autonomi all’assicurazione per l’attività alla quale essi si dedicano in misura prevalente, si riferisce ad attività a contenuto omogeneo, ovvero caratterizzate, sotto l’aspetto qualitativo, dalla stessa tipologia di apporto professionale e differenziate unicamente per i diversi settori produttivi nei quali sono inquadrabili;
3) la contribuzione, dovuta alla gestione separata, fa carico alla società, unica legittimata, quale sostituto di imposta, a chiedere la restituzione della contribuzione.
L’appellata aveva promosso appello incidentale e chiesto il rigetto dell’appello dell’INPS, sostenendo di non essere obbligata all’iscrizione alla gestione commercianti, non sussistendo i requisiti di cui all’art. 1, c. 203, della legge n. 662 del 1996, in particolare non essendo socia della società, né familiare coadiutrice di un socio il quale presti la propria attività lavorativa nella società e svolgendo unicamente le proprie incombenze gestionali nella qualità di amministratore. La Corte d’appello di Genova aggiunge che l’appellata, figlia della socia, era vice-presidente della società, ed esercitava tutte le relative attribuzioni e si occupava anche della vendita all’interno del negozio di abbigliamento, il cui esercizio costituisce l’oggetto sociale.
Per la Corte sarebbero sussistiti i presupposti per l’iscrizione alla gestione commercianti di cui all’art. 1, c. 203, della legge n. 662 del 1996, non potendosi ritenere che l’attività di vendita nel negozio sia attuata nell’esercizio dei compiti gestionali di vice-presidente. Circostanza pacifica è, poi, l’iscrizione di quest’ultima anche alla gestione separata per lo svolgimento dell’attività di amministratore.
La Corte ha valutato se alla fattispecie sia applicabile l’art. 1, comma 208, della legge n. 662 del 1996 e sostiene che la soluzione negativa sarebbe stata smentita dalla sentenza n. 3240 del 12 febbraio 2010, pronunciata dalla Corte di cassazione a sezioni unite, che ha ritenuto applicabile, per l’individuazione dell’iscrizione ai fini assicurativi, il criterio dell’attività svolta in misura prevalente, ai sensi del citato art. 1, c. 208, della legge n. 662 del 1996. Pertanto, si dovrebbe valutare quale delle due attività (di amministrazione o di vendita) sia svolta dalla parte privata in misura prevalente, al fine di accertare quale sia la gestione previdenziale cui essa debba essere iscritta.
Ma durante il giudizio di appello è entrato in vigore l’art. 12, c. 11, del d.l. n. 78 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 122 del 2010, il quale, con disposizione autoqualificata d’interpretazione autentica, ha stabilito che il citato art. 1, comma 208, si interpreta nel senso che le attività autonome, per le quali opera il principio di assoggettamento all’assicurazione prevista per l’attività prevalente, sono quelle esercitate in forma d’impresa dai commercianti, dagli artigiani e dai coltivatori diretti, iscritti in una delle corrispondenti gestioni dell’INPS. Pertanto, restano esclusi dall’applicazione del detto art. 1, comma 208, i rapporti di lavoro per i quali è obbligatoriamente prevista l’iscrizione alla gestione previdenziale di cui all’art. 2, comma 26, della legge n. 335 del 1995.
La Corte genovese ha ritenuto, quindi, che in forza di tale norma il giudizio di prevalenza previsto dall’art. 1, comma 208, della legge n. 662 del 1996 fosse escluso per i casi di soggetti iscritti contemporaneamente alla gestione commercianti e separata, dovendosi applicare soltanto per il caso di concorrenza tra attività ascrivibili alle gestioni artigiani, commercianti e coltivatori diretti. Applicando la norma sopravvenuta anche alle fattispecie precedenti alla sua entrata in vigore (come dovuto, stante la sua dichiarata natura interpretativa), la soluzione della controversia avrebbe condotto ad affermare la legittimità della (doppia) pretesa contributiva dell’INPS.
Su tali presupposti, la Corte affermava la rilevanza della sollevata questione di legittimità costituzionale, di non manifesta infondatezza, e la Corte riteneva che il citato art. 12, c. 11, violasse, in primo luogo, l’art. 117, 1° c., Cost., in relazione all’art. 6 CEDU. Nel caso di sospettato contrasto tra una norma nazionale e la normativa CEDU, il giudice ordinario non può disapplicare la prima, ma deve sollevare questione di legittimità costituzionale per violazione dell’art. 117, 1° c., Cost.; la rimettente sottolineava come il significato del cosiddetto «diritto ad un giusto processo» di cui all’art. 6 CEDU fosse stato chiarito dalla giurisprudenza della Corte europea di Strasburgo (ex multis: causa Scordino contro Italia del 2007), nel senso di ritenere legittimo l’intervento del legislatore in materia civile con norme dotate di efficacia retroattiva, purché lo stesso sia giustificato da «superiori motivi di interesse generale», quale non può considerarsi quello meramente di «cassa».
Per la Corte d’appello il legislatore nazionale, con l’art. 12, comma 11, avrebbe emanato una norma dichiaratamente interpretativa in presenza di un notevole contrasto e dell’intervento risolutivo, sfavorevole all’INPS, delle sezioni unite della Corte di cassazione, con ciò violando il principio della «parità delle armi» tra le parti processuali. Non sarebbero stati ravvisabili né i «superiori motivi di interesse generale», essendo il fine legislativo quello di aumentare il gettito contributivo dell’INPS, né l’esigenza di chiarire un’oggettiva ambiguità della norma, dal momento che le sezioni unite, con la sentenza n. 3240 del 2010, avevano già ritenuto «che non è ravvisabile alcun riferimento né letterale, né logico, né sistematico, che valga a circoscrivere il principio della “prevalenza” e quindi dell’unica iscrizione, esclusivamente alle attività miste di artigiano e commerciante».
La Corte riteneva che il citato art. 12, c. 11, con la sua efficacia retroattiva, violasse anche il canone generale di ragionevolezza, di cui all’art. 3 Cost., l’effettività del diritto dei cittadini di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi di cui all’art. 24, primo comma, Cost., la integrità delle attribuzioni costituzionali dell’autorità giudiziaria di cui all’art. 102 Cost. e la parità delle parti processuali di cui all’art. 111, secondo comma, Cost.
La Corte ricordava come la Corte costituzionale abbia più volte ribadito che il legislatore può adottare norme di interpretazione autentica, non soltanto in presenza di incertezze sull’applicazione di una disposizione o di contrasti giurisprudenziali, ma anche quando la scelta imposta dalla legge rientri tra le possibili varianti di senso del testo originario, con ciò vincolando un significato ascrivibile alla norma anteriore.
La Corte richiamava, altresì, i limiti generali individuati dalla Corte costituzionale in merito all’efficacia retroattiva delle leggi tra cui «il rispetto del principio generale di ragionevolezza, la tutela dell’affidamento legittimamente sorto nei soggetti quale principio connaturato allo Stato di diritto, la coerenza e la certezza dell’ordinamento giuridico, il rispetto delle funzioni costituzionalmente riservate al potere giudiziario». Per la Corte d’appello la norma censurata sarebbe stata emanata in assenza dei presupposti individuati dalla giurisprudenza costituzionale con riguardo alle leggi con efficacia retroattiva. Infatti, secondo la ricostruzione effettuata dalle sezioni unite della Corte di cassazione nella sentenza n. 3240 del 2010, la previsione, concernente l’iscrizione alla gestione assicurativa per l’attività svolta in misura prevalente, sarebbe stata stabilita proprio a fronte della introduzione dell’obbligo di iscrizione del socio alla gestione commercianti, al fine di non gravare eccessivamente l’attività di lavoro autonomo di dimensioni e redditi modesti (tenuto conto, tra l’altro, del fatto che, per l’assicurazione commercianti, quale sia il reddito ricavato, la contribuzione non può scendere al di sotto di una certa soglia ai sensi dell’art. 6, comma 7, della legge 31 dicembre 1991, n. 415, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge finanziaria 1992»).
L’incidenza sulle attribuzioni costituzionali dell’autorità giudiziaria sarebbe evidente, in quanto l’intervento legislativo sarebbe stato realizzato con normativa d’urgenza, a pochi mesi di distanza dalla pronuncia sulla questione delle sezioni unite della Corte di cassazione la quale aveva respinto la tesi dell’INPS svolta negli innumerevoli giudizi pendenti analoghi a quello di specie.
La Corte Costituzionale ha rilevato che il divieto di retroattività della legge, pur costituendo valore fondamentale di civiltà giuridica, non riceve nell’ordinamento la tutela privilegiata di cui all’art. 25 Cost. (sentenze n. 236 del 2011 e n. 393 del 2006). Il legislatore, nel rispetto di tale previsione, può emanare disposizioni retroattive, anche di interpretazione autentica, purché la retroattività trovi adeguata giustificazione nell’esigenza di tutelare principi, diritti e beni di rilievo costituzionale, che costituiscono altrettanti «motivi imperativi di interesse generale» ai sensi della CEDU, motivi sussistenti anche nel caso di specie.
La norma che deriva dalla legge di interpretazione autentica non può dirsi costituzionalmente illegittima qualora si limiti ad assegnare alla disposizione interpretata un significato già in essa contenuto, riconoscibile come una delle possibili letture del testo originario. In tal caso la legge interpretativa ha lo scopo di chiarire «situazioni di oggettiva incertezza del dato normativo», in ragione di «un dibattito giurisprudenziale irrisolto» o di «ristabilire un’interpretazione più aderente alla originaria volontà del legislatore» a tutela della certezza del diritto e dell’eguaglianza dei cittadini, cioè di principi di preminente interesse costituzionale.
In questo quadro, secondo la Corte Costituzionale nel caso in esame non sussiste violazione dell’art. 3 Cost. Infatti, l’opzione ermeneutica prescelta dal legislatore non ha introdotto nella disposizione interpretata elementi ad essa estranei, ma le ha assegnato un significato riconoscibile come una delle possibili letture del testo originario, cioè ha reso vincolante un dettato comunque ascrivibile al tenore letterale della disposizione interpretata. Ciò è reso palese dal rilievo che quella opzione interpretativa aveva trovato spazio nella giurisprudenza di merito formatasi in epoca anteriore all’entrata in vigore del D.L. n. 78 del 2010; ed anche nella sezione lavoro della Corte di cassazione, tanto da provocare la rimessione della questione interpretativa dell’art. 1, c. 208, della legge n. 662 del 1996 alle sezioni unite della medesima Corte.
È significativo che queste ultime, con la pronunzia più recente, dopo avere affermato che la norma censurata costituisce disposizione «dichiaratamente ed effettivamente di interpretazione autentica, diretta a chiarire la portata della disposizione interpretata», ne abbiano fatto applicazione, così superando il precedente orientamento. Proprio il contrasto emerso in giurisprudenza sull’interpretazione dell’art.1, c. 208, della L. n. 662 del 1996, in quanto fonte di dubbi ermeneutici, giustifica ulteriormente l’intervento legislativo finalizzato a garantire la certezza applicativa del sistema, con ciò ulteriormente escludendone ogni carattere d’irragionevolezza.

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