Categorie approfondimento: Tributario e fiscale
22 Novembre 2008

Prescrizione crediti contributivi INPS: aggiornamento

Di cosa si tratta

Torniamo sul tema della prescrizione dei crediti INPS (Cfr.: nel sito: La prescrizione dei crediti contributivi) in quanto sono state pronunciate due sentenze della Cassazione a Sezioni unite civili (sentenza 4 marzo 2008, n. 5784 e 7 marzo 2008, n. 6173) che sono intervenute a fornire una importante interpretazione sulla durata della prescrizione dei crediti contributivi; il tema è stato assegnato alle Sezioni Unite in relazione al contrasto di giurisprudenza che si era registrato sull’interpretazione dei commi 9 e 10 della L. n. 335/1995, con specifico riferimento alla questione della conservazione della prescrizione decennale per i contributi maturati in epoca antecedente alla legge del 1995, per effetto della denuncia o dell’accertamento ispettivo successivo a tale data per crediti maturati in antecedenza.
La prima sentenza afferma che gli atti interruttivi della prescrizione di contributi, compiuti dall’INPS nel periodo dalla data del 17 agosto 1995 (entrata in vigore della legge) al 31 dicembre 1995 consentono che il medesimo termine decennale permanga anche per il futuro (effetto annuncio).
La seconda dice che il termine di cinque anni, introdotto dalla riforma, riguarda anche le contribuzioni anteriori al 1 gennaio 1996, ma per effetto dell’art. 253 disp. att. cod. civ., decorre dal 1 gennaio 1996 ed è da quel momento che decorre il termine di cinque anni o anche inferiore se lo è il periodo di prescrizione restante.
L’interpretazione offerta dalla Cassazione realizza un chiaro vantaggio per il creditore:

  • la prescrizione non è portata in modo generalizzato e con effetto retroattivo a cinque anni a decorrere dal 1 gennaio 1996,
  • riconosce agli atti interruttivi compiuti nel periodo intermedio (effetto annuncio) la conservazione della prescrizione a dieci anni.

Per la prima sentenza, in quanto durante la vigenza del termine di prescrizione decennale ed entro il 31 dicembre 1995 sia stato compiuto un atto interruttivo, questo comporta la decorrenza di una prescrizione di uguale durata.
Per la seconda sentenza era parso che la portata fosse di introdurre il nuovo più breve termine solo per i crediti che fossero maturati dopo la legge, solo che il comma 10° dell’art. 3 espressamente afferma: “..si applicano anche alle contribuzioni relative a periodi precedenti la data di entrata in vigore della presente legge”. Per quelli sorti prima della legge l’interpretazione, facendo ricorso all’estensione generalizzata del principio dell’art. 252 disp. att. cod. civ., si è affermato che la decorrenza fosse a partire dal 1° gennaio 1996. Non può non rilevarsi invece che la regola per il periodo transitorio è data proprio dalla legge e quindi va ad escludere il ricorso al principio di cui all’art. 252 disp. att. cod. civ., essendo esistito un congruo termine per compiere atti interruttivi (dal 17 agosto al 31 dicembre 1995).
Per arrivare a chiaramente individuare quali siano le situazioni ancora attuali che derivano dall’allungamento dei termini, offerto dalle interpretazioni illustrate, si può schematizzare:

  • crediti in corso prima della legge: resta il termine decennale sino alla scadenza del periodo e non diventa di cinque anni; può quindi residuare dopo l’entrata in vigore della legge un periodo più corto dei cinque anni se il momento di decorrenza è inferiore ad un periodo di dieci anni;
  • crediti in corso per i quali nel periodo dal 17 agosto al 31 dicembre 1995 siano stati compiuti atti interruttivi: restano al regime di prescrizione di dieci anni;
  • crediti in corso per i quali nulla sia stato fatto prima e intervenga un atto interruttivo successivo al 1 gennaio 1996: hanno la prescrizione di cinque anni da quella data.

Confidiamo di avere offerto una interpretazione corretta agli ancora numerosi casi che sono pendenti avanti i giudici.
Ci preme rimarcare una situazione, che è ricorrente, relativa ai casi di fallimento del debitore; in questi si sostiene che, quando l’INPS abbia compiuto quello che sarebbe un atto ritenuto interruttivo, facendo l’insinuazione al passivo, il fatto che la procedura fallimentare sospenda i termini, comporta che i termini abbiano a decorrere nuovamente dalla chiusura del fallimento e siano quelli del precedente regime.
Se questa tesi poggia sui principi di diritto fallimentare relativi alla sospensione delle iniziative dei creditori contro il debitore fallito, non va invece dimenticato che, al fine della prescrizione, ugualmente l’INPS rimaneva onerato ed era tenuto a compiere un atto espressamente previsto al fine dell’interruzione della prescrizione nel periodo dal 17 agosto al 31 dicembre 1995 e, laddove non compiuto, non si può dire che continui a decorrere il medesimo originario termine decennale dal momento che dal 1 gennaio 1996 la durata del periodo è passata a cinque anni.
Se applicassimo gli effetti di diritto fallimentare al termine prescrizionale, otterremmo un effetto che non sta ai principi introdotti dal legislatore. Infatti, usciti dalla procedura in data successiva al 1 gennaio 1996, quando il termine generalizzato sarebbe divenuto di cinque anni, per l’effetto interruttivo della vicenda fallimentare avremmo un generalizzato termine nuovo per la prescrizione di almeno dieci anni comunque e per tutti questi crediti.
Se per ipotesi parlassimo di un credito di nove anni anteriore alla dichiarazione di fallimento (credito del 1986) che fosse intervenuto nel maggio 1995, dalla chiusura del fallimento (per ipotesi intervenuta nel 2005) avremmo una scadenza della prescrizione nel 2015 senza che il fallito, tornato in bonis abbia mai ricevuto nulla dal creditore che intenda coltivare il proprio credito.
Situazioni come quella esposta esistono e non è di fantasia il caso illustrato; per questo pensiamo che la Cassazione n. 5784, quando afferma che va “..tenuto conto dell’intento del legislatore di realizzare un ‘effetto annuncio’ idoneo ad evitare la prescrizione dei vecchi crediti” abbia previsto un onere a carico dell’INPS in difetto del l’osservanza del quale il termine di prescrizione passi comunque a cinque anni, come da sistema prescrizionale riformato.
Si potrebbe rilevare l’assurdità che un atto siffatto abbia dovuto raggiungere il curatore in un momento nel quale il creditore è solo in attesa degli sviluppi fallimentari in ordine al suo credito, ma così assurdo non è in quanto sarebbe stato atto volto a manifestare quella volontà sul termine prescrizionale, che è cosa diversa da una attività volta al recupero del credito, attività imposta da un regime speciale, quale appunto la prescrizione in materia previdenziale, che principalmente ha quale destinatario l’INPS.

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