Categorie approfondimento: Societario
7 Luglio 2015

Prelazione impropria nella cessione di quote di s.r.l.

Di cosa si tratta

Nell’ambito delle problematiche relative alla cessione di quote nella società a responsabilità limitata intendiamo considerare la c.d. prelazione impropria. Tra le tante ipotesi nei fatti esistenti limitiamo l’indagine alla validità della prelazione che preveda la reazione dei soci che hanno diritto alla prelazione, ma che sul piano del “prezzo-valore” abbiano contestato la determinazione operata dal cedente.
È frequente trovare patti statutari che prevedano oltre all’obbligo del cedente di comunicare le condizioni di vendita delle quote, anche la facoltà del prelazionario di contestare la misura concordata con il potenziale acquirente. In caso di esito negativo del tentativo di raggiungere comunque un accordo, tentativo obbligatorio per lo statuto, detti statuti prevedono che la determinazione venga operata dall’organo amministrativo e , in ultimo, che le parti siano tenute a demandare ai sensi dell’art. 2473, 3° co. cod. civ. la valutazione della quota alla perizia di un esperto nominato dal tribunale.
In relazione al tema così puntualizzato ci poniamo due domande, come è stato per un recente caso che si è posto: la validità di un patto siffatto e chi debba sostenere il costo della perizia dell’esperto.
Dottrina e giurisprudenza paiono al momento orientati a ritenere il patto valido e a questo pervengono nella considerazione della valutazione dell’equilibrio tra l’autonomia del venditore che ha diritto di disporre delle quote, beni di sua proprietà (principio della libera trasferibilità delle quote), e limitazioni all’accesso di nuovi soci nella società, propriamente obiettivo della previsione di un diritto di prelazione.
Argomento con frequenza usato ad integrazione di quanto richiamato sono le norme sul recesso del socio in termini di quantificazione del prezzo-valore, tema questo che non riteniamo calzante.
A nostro avviso e sappiamo di andare contro orientamenti pratici che condividono la tesi opposta, un dubbio si pone; per quale ragioni dovrebbe un socio essere tenuto a vendere a un prezzo diverso da quello che qualcuno ha proposto per acquistare le quote?
Il rilievo che il socio conosceva questo patto ed ha partecipato ugualmente alla società non risponde alla domanda della validità. Il problema resta se sia valido.
Se il senso della prelazione è quello di limitare la libera circolazione delle quote, questa tutela già si realizza con la sola prelazione propria: alle condizioni offerte dal terzo.
Il risultato del parere dell’organo amministrativo ed eventualmente dell’esperto quali effetti produce? Se ho offerto di fare esercitare il diritto a certe condizioni, come ad esempio congiungendo alla cessione il subentro dei finanziamenti offerti dal cedente, che vengono contestualmente liquidati a suo favore, potrebbe essere questo un accessorioaccessorio che snatura la prelazione?
Tanto il cedente è libero di cedere alle condizioni che riesce ad ottenere tanto avrà diritto di ottenere dalla cessione sia che i giudizi di valore portino ad un risultato superiore od inferiore la valutazione.
Se la stima arrivasse a stabilire il valore della quota superiore a quanto il terzo ha offerto, non per questo il cedente può chiedere di più agli altri soci che abbiano dichiarato di avvalersi della prelazione; ma neppure questi sarebbero tenuti al maggiore valore.
Se l’ultima affermazione è corretta, non vediamo come la prelazione impropria di questo tipo abbia utile tutela fattuale.
Se invece l’importo fosse inferiore ma la formula della proposta del terzo avesse una latitudine superiore, come per i finanziamenti da rendere, resterebbe il “tutt’uno” valido?
Il nostro pensiero è per la risposta positiva: il cedente non è tenuto a ricevere un minor prezzo dai soci perché questo è determinato dal perito, né a seguito di questa determinazione potrebbe rivedere la proposta che ha girato ai soci senza confermare che la prelazione impropria sia inefficace in concreto.
Quelli illustrati sono spunti di riflessione.
Ancora resta a dire delle spese che il socio che intende vendere le quote ha sostenuto per la perizia; questo costo viene provocato da quei soci che hanno inteso dichiarare la disponibilità all’acquisto. Ci pare evidente che il costo lo debbano sostenere costoro perché, come detto, lo hanno occasionato e soprattutto qualora il loro pensiero sia stato smentito dal risultato superiore e confermativo dell’adeguatezza della proposta del terzo offerente.

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