24 Febbraio 2017

Plusvalenze non tassabili per il concordato

Con l’introduzione del nuovo art. 55 bis del Tuir la legge di stabilità 2017 ha apportato ai commi 547‐548 della Legge di stabilità 2017 un importante chiarimento relativo all’esonero dell’art. 88, co. 4, del TUIR, applicabile sino al periodo d’imposta in corso al ottobre 2015, che stabiliva che le sopravvenienze attive da riduzione dei debiti fossero soggette, ai fini della determinazione del reddito d’impresa, ad un regime fiscale differenziato, a seconda del tipo di strumento di soluzione della crisi: per il concordato fallimentare o concordato preventivo era prevista la detassazione integrale delle sopravvenienze attive; nel caso di accordo di ristrutturazione dei debiti omologato (art. 182-bis L. fall.) e piano attestato di risanamento pubblicato presso il Registro delle imprese, era invece prevista la parziale non imponibilità delle sopravvenienze attive da riduzione dei debiti, per la quota eccedente le perdite pregresse e di periodo.
La disciplina è stata modificata dall’art. 13, co. 1, lett. a), del D.Lgs. n. 147/2015 con il co. 4-ter dell’art. 88 del TUIR. La disposizione stabiliva che non si considerano sopravvenienze attive le riduzioni dei debiti derivanti dall’esecuzione di un concordato fallimentare o preventivo liquidatorio, oppure di una procedura estera equivalente prevista in uno Stato o un territorio con il quale esistesse lo scambio di informazioni o per effetto della partecipazione alle perdite a cura dell’associato in partecipazione. Il precedente co. 4 dell’art. 88 del TUIR si riferiva indistintamente al concordato preventivo e fallimentare; per l’ambito di operatività ricomprendeva ogni tipologia di concordato preventivo, a prescindere che fosse liquidatorio oppure di risanamento, ovvero in continuità aziendale.
Dal 2016 la totale non imponibilità delle sopravvenienze attive da riduzione dei debiti era circoscritta ai soli concordati preventivi di tipo realizzativo, e non anche a quelli di natura conservativa, che restavano soggetti ai vincoli quantitativi previsti per gli accordi di ristrutturazione e per i piani attestati di risanamento pubblicati presso il Registro delle imprese (art. 88, co. 4-ter, TUIR).
Era stabilita una rilevanza fiscale limitata qualora le sopravvenienze attive fossero emerse per effetto della riduzione di debiti operata in seguito a: concordato di risanamento; accordo di ristrutturazione dei debiti omologato ai sensi dell’art. 182-bis L. fall.; piano attestato di risanamento; procedure estere equivalenti a quelle indicate.
Al ricorrere di una di questa ipotesi, la riduzione dei debiti dell’impresa non costituiva sopravvenienza attiva per la parte che eccedeva: le perdite, pregresse e di periodo, di cui all’art. 84 TUIR, senza considerare il limite dell’80%. Pertanto è stata esclusivamente aggiunta la precisazione che non si deve tenere conto della soglia di utilizzabilità delle perdite. Rilevavano anche le perdite trasferite al consolidato fiscale nazionale non ancora utilizzate; gli interessi passivi e oneri finanziari assimilati di cui all’art. 96, co. 4, TUIR, ovvero indeducibili nel periodo d’imposta, in quanto eccedenti il 30% del risultato operativo lordo della gestione caratteristica, e scomputabili negli esercizi successivi.
Il legislatore ha così incrementato la quota imponibile delle sopravvenienze attive da riduzione dei debiti derivanti dall’accordo di ristrutturazione dei debiti omologato e dal piano attestato di risanamento pubblicato, per un importo pari agli interessi passivi ed oneri finanziari indeducibili, ma riportabili, di cui all’art. 96, co. 4, TUIR.
Il co. 4-ter dell’art. 88 del TUIR poneva una serie di criticità applicative rispetto alle quali si prestava attenzione: alla distinzione tra il concordato preventivo liquidatorio e il “concordato di risanamento”; i criteri di individuazione delle procedure estere equivalenti; l’assenza di qualsiasi riferimento ad un’analoga procedura concorsuale italiana prevista per i soggetti non fallibili, ovvero l’accordo di composizione della crisi da sovraindebitamento; il rapporto tra la quota imponibile delle sopravvenienze attive imponibili e l’utilizzo delle perdite fiscali.
La disciplina concorsuale non faceva alcun riferimento al “concordato di risanamento” richiamato dal legislatore fiscale nel co. 4-ter dell’art. 88 TUIR. Il R.D. n. 267/1942 attribuisce al debitore l’assoluta facoltà di scegliere la forma di concordato preventivo che ritiene maggiormente opportuna, al fine di massimizzare la soddisfazione dei creditori, pur disciplinandone alcune tipologie: il concordato preventivo con cessione dei beni (art. 182 L. fall.); il concordato preventivo con continuità aziendale (art. 186-bis L. fall.), quando il piano prevede la prosecuzione dell’attività da parte del debitore, oppure la cessione dell’azienda in esercizio o il conferimento della stessa in altra società, preesistente o di nuova costituzione.
La distinzione poteva apparire allineata a quella utilizzata dal legislatore fiscale, in sede di previsione del co. 4-ter dell’art. 88 e conseguentemente, si poteva ritenere che, nell’ipotesi del debitore ammesso al concordato preventivo, poi omologato, fossero non imponibili le sopravvenienze attive derivanti dalla riduzione dei debiti dell’impresa in sede di concordato preventivo con cessione dei beni e dovrebbero ritenersi parzialmente imponibili le sopravvenienze attive derivanti dall’esecuzione di un concordato preventivo con continuità aziendale. Ma il concordato preventivo con continuità aziendale non disciplina tutte le ipotesi conservative e ne comprende espressamente alcune aventi natura realizzativa, come la cessione e il conferimento dell’azienda in esercizio.
L’interpretazione suggerita pareva essere l’adozione di un “criterio soggettivo”, col quale il “concordato di risanamento”, le cui sopravvenienze attive da riduzione dei debiti sono soggette alle predette limitazioni, a differenza di quelle determinate dal concordato fallimentare e preventivo liquidatorio, deve considerarsi sussistente esclusivamente nell’ipotesi della prosecuzione dell’attività d’impresa da parte del debitore, ovvero nella sola fattispecie del c.d. concordato preventivo con continuità diretta, con esclusione di alternative previste (cessione d’azienda in esercizio e conferimento in società preesistenti o di nuova costituzione), con il beneficio dell’integrale detassazione delle sopravvenienze attive da riduzione dei debiti.
Come anticipato la legge di stabilità è intervenuta sul tema introducendo l’art. 55-bis che contiene un elemento importante a fini fiscali e cioè «In caso di concordato di risanamento, di accordo di ristrutturazione dei debiti omologato ai sensi dell’art. 182-bis del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, ovvero di un piano attestato ai sensi dell’art. 67, 3° co., lettera d), del citato regio decreto n. 267 del 1942, pubblicato nel registro delle imprese, o di procedure estere a queste equivalenti, la riduzione dei debiti dell’impresa non costituisce sopravvenienza attiva per la parte che eccede le perdite, pregresse e di periodo, di cui all’art. 84, senza considerare il limite dell’ottanta per cento, la deduzione di periodo e l’eccedenza relativa all’aiuto alla crescita economica di cui all’art. 1, co. 4, del D.L. 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, e gli interessi passivi e gli oneri finanziari assimilati di cui al co. 4 dell’art. 96 del presente testo unico».
Disposizione quanto mai opportuna per non aggravare situazioni già difficili ed alleviare gli effetti della tassazione.

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