Categorie approfondimento: Voluntary disclosure
12 Dicembre 2014

I periodi di imposta “sanabili” con la voluntary disclosure

Di cosa si tratta

Un tema di sicura importanza nell’ambito della procedura di voluntary disclosure è quello relativo ai periodi di imposta da considerare, cioè gli anni per cui sono “sanabili” le attività di natura finanziaria non dichiarate.
Il che equivale anche a stabilire quale sarà il costo dell’operazione, visto che per ciascun periodo non dichiarato occorrerà versare le relative imposte e le sanzioni ridotte stabilite dalla disciplina della collaborazione volontaria.
Per quanto concerne le attività costituite o detenute all’estero, prevede la norma (art. 5-quinquies, comma I, lettera a) che occorre presentare la documentazione relativa a investimenti e attività di natura finanziaria “relativamente a tutti i periodi di imposta per i quali, alla data di presentazione della richiesta, non sono scaduti i termini per l’accertamento o la contestazione della violazione degli obblighi di dichiarazione di cui all’art. 4, comma 1”.
In tema di termini per l’accertamento, nel caso di omessa dichiarazione, l’avviso può essere notificato fino al 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui la dichiarazione doveva essere presentata.
Quindi questo è il periodo “ordinario” considerato in sede di voluntary disclosure per le attività detenute all’estero, quando vi sia violazione degli obblighi di dichiarazione.
Si ricorda che nel caso in cui le attività siano detenute all’estero in un Paese a fiscalità agevolata (c.d. paesi in black list), la normativa italiana (D.L. 78/2009, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2009, n. 102) prevede il raddoppio dei termini per l’accertamento.
Tuttavia, per queste ipotesi di attività detenute in Paesi black list, la nuova disciplina sulla voluntary disclosure stabilisce che, ai soli fini della procedura di collaborazione volontaria, non si applica il raddoppio dei termini “qualora ricorrano congiuntamente le condizioni previste dall’articolo 5-quinquies, commi 4, primo periodo, lettera c), 5 e 7” del decreto.
Vediamo quindi quali sono le tre condizioni previste.
L’art. 5-quinquies, comma 4, lettera c) prevede che l’autore della violazione debba rilasciare all’intermediario finanziario presso cui le attività sono detenute l’autorizzazione a trasmettere alle autorità finanziarie italiane richiedenti tutti i dati concernenti le attività oggetto di collaborazione volontaria; l’autore della violazione deve allegare copia di tale autorizzazione, controfirmata dall’intermediario estero, alla richiesta di collaborazione. Questo al fine di consentire l’accesso dell’autorità italiana direttamente alle informazioni e ai documenti detenuti dall’intermediario, senza quindi un transito di tali documenti per mano dell’autore della violazione.
L’art. 5-quinquies, comma 5, prevede (come seconda condizione) che qualora l’autore trasferisca, successivamente alla presentazione della richiesta, le attività oggetto di voluntary disclosure presso un altro intermediario localizzato fuori dall’Italia, anche in questo caso debba essere rilasciata analoga autorizzazione all’accesso da parte dell’autorità finanziarie italiane presso il nuovo intermediario.
Risulta invece poco comprensibile il richiamo all’art. 5-quinquies, comma 7, quale “terza condizione” da soddisfare affinché non si raddoppino i termini di accertamento. Tale comma, infatti, riguarda aspetti sanzionatori, salvo che il richiamo si indenda riferito alla sola parte in cui si dice: “se le attività oggetto della collaborazione volontaria erano o sono detenute in Stati che stipulino con l’Italia, entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, accordi che consentano un effettivo scambio di informazioni”.
Se sono soddisfatte congiuntamente le tre condizioni, pertanto, non vi è ripresa a tassazione per i 10 anni (più l’anno della dichiarazione) antecedenti, bensì solo per 5 periodi di imposta successivi a quelli in cui si sarebbe dovuta presentare la dichiarazione: letto “a ritroso”, nella prospettiva della disclosure, a far data dalla richiesta si considerano quindi solo i sei periodi di imposta antecedenti.
Per la c.d. voluntary interna l’art. 1, comma III, lettera a, prevede che occorre presentare la documentazione relativa a tutti i periodi di imposta per i quali, alla data di presentazione della richiesta, non sono scaduti i termini per l’accertamento di cui al d.P.R. 600/1973 e al d.P.R. 633/1972.
In particolare, in questo caso i termini di riferimento specificamente richiamati sono quelli di cui all’art. 43 d.P.R. 600/1973 in materia di imposte sui redditi e all’art. 57 d.P.R. 633/1972 in materia di IVA, i quali prevedono in maniera speculare quale termine per l’accertamento il periodo di 4 anni successivi a quello in cui è stata presentata la dichiarazione (comma I) oppure il periodo dei 5 anni successivi, nel caso di omessa dichiarazione.
Va rilevato, inoltre, che il comma terzo di entrambi gli articoli indicati prevede il raddoppio dei termini di accertamento “in caso di violazione che comporta obbligo di denuncia ai sensi dell’art. 331 c.p.p. per uno dei reati previsti nel d. lgs. 10 marzo 2000, n. 74”, recante la disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto (c.d. reati tributari). In pratica, se scatta il penale, la norma prevede il raddoppio dei termini di accertamento, il che significa un raddoppio del periodo da sanare in sede di voluntary disclosure, con un effetto sostanziale sul costo dell’operazione.

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