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20 Luglio 2013

La nuova sentenza nel giudizio civile e la conciliazione “obbligatoria”

Di cosa si tratta

Il c.d. “Decreto Fare” del 21 giugno 2013, n. 69 è intervenuto con l’art. 79 prevedendo la semplificazione della sentenza che il giudice deve fare in un processo civile e con l’art. 77 introducendo l’obbligo di formulare una proposta di definizione.
La semplificazione si otterrebbe con la modifica dell’art. 118 delle Disposizioni per l’attuazione cod. proc. civ., e la motivazione della sentenza consisterebbe in una “concisa ?esposizione dei fatti decisivi e dei principi di diritto su cui la? decisione è fondata… ovvero mediante rinvio a contenuti specifici degli scritti? difensivi o di altri atti di causa”.
Se pensiamo che in un prossimo futuro gli atti dei difensori verranno messi a disposizione del giudice con invio in forma telematica, la disposizione dà ingresso al “copia-incolla”, che può anche essere un sistema pratico per illustrare, sintetizzando, quanto esposto e condiviso dal giudice.
Fuori da questa ipotesi, se la disposizione invita alla sintesi, è vero che il giudice per compiere il suo lavoro non si sottrae alle argomentazioni, ma nella norma esisteva già prima “concisamente”.
Nel caso di pronuncia “secondo equità a richiesta di parte” dovranno essere esposte le ragioni di equità sulle? quali la pronuncia è fondata.
Altra “Riformetta” è compiuta dall’art. 77 sulla “Conciliazione giudiziale. Con l’introduzione dell’art. 185-bis; al giudice è demandato il compito di formulare una proposta di conciliazione.
Il giudice dovrà? alla prima udienza, ovvero sino a quando non è esaurita l’istruzione,? formulare alle parti una proposta transattiva o conciliativa. Per formulare una proposta è necessario che le parti siano presenti all’udienza e forse senza introdurre un “bis” era sufficiente cambiare l’art. 185 cod. proc. civ, che già prevedeva una comparizione personale delle parti, che avveniva però “in caso di richiesta congiunta delle parti”.
L’idea non è nuova e già era prevista dall’art. 420 cod. proc. civ. per le cause di lavoro il cui primo comma era stato sostituito dall’art. 31, co. 4, L. 4 novembre 2010, n. 183, prevedendo che ”Nell’udienza fissata per la discussione della causa il giudice interroga liberamente le parti presenti, tenta la conciliazione della lite e formula alle parti una proposta transattiva. La mancata comparizione personale delle parti, o il rifiuto della proposta transattiva del giudice, senza giustificato motivo, costituiscono comportamento valutabile dal giudice ai fini del giudizio”.
L’introduzione generalizzata del mezzo ora comporta che il ?rifiuto della proposta transattiva o conciliativa del giudice, senza? giustificato motivo, costituisce “comportamento valutabile dal giudice ?ai fini del giudizio.”; altra conseguente modifica quindi fa il legislatore all’art. 420 cod. proc. civ., prevedendo ?al 1° comma, primo periodo, dopo la parola ?”transattiva” l’aggiunta delle parole “o conciliativa”; allo stesso ?comma, secondo periodo, dopo la parola “transattiva” sono aggiunte le ?parole “o conciliativa”.
Con grande sintesi ci viene da dire “attenzione a dire di no al giudice”.
Sulla immediata applicabilità esistono già provvedimenti giudiziali. L’art. 185-bis c.p.c., che prevede il potere del giudice di rivolgere alle parti proposte conciliative, è norma direttamente applicabile ai processi pendenti in applicazione del principio tempus regit actum: infatti, l’art. 77 del D.L. 69/2013 non contempla disposizioni transitorie e il regime di efficacia temporale discende dalla norma all’art 86, per la quale il decreto entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione.
Ma quale è il momento in cui questo potere si esaurisce e soprattutto per i processi pendenti?
Riteniamo che il giudice sia tenuto alla proposta conciliativa transattiva nella fase della prima udienza o nella fase dell’istruzione, ma non quando l’istruttoria sia esaurita. L’interpretazione proposta discende dalla interpretazione letterale, in quanto l’espressione “sino a quando è esaurita l’istruzione” indica come limite dell’attività del giudice di formulare i contenuti della transazione o della conciliazione quello della fase istruttoria.
Diversamente interpretando la norma si arriverebbe all’assurdo che, arrivati alla fase decisoria, il giudice con il dettaglio del contenuto di quanto propone si avvicina ad esprimere quanto subito farebbe con la decisione, quando infatti non ci sarà più altro materiale da acquisire per la decisione.
Sul tema della proposta conciliativa del giudice esiste già del Tribunale di Milano, sez. X civ. un’ordinanza del 4 luglio 2013 dr.ssa Amida Simonetti. Il Giudice, a scioglimento della riserva assunta all’udienza del 2 luglio 2013, al fine di valutare se procedere, in applicazione dell’art. 185 bis c,p,c, introdotto dal D.L. n. 69/2013, formulando alle parti una proposta transattiva o conciliativa, osservava che la disposizione è applicabile in forza del principio tempus regit actum ai processi in corso e, al presente processo, pendente dal 22 maggio 2012; infatti l’art. 77 del D.L. n. 69/2013 non contempla disposizioni transitorie e il regime di efficacia temporale discende dalla norma dell’art 86, per cui il decreto entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione (21 giugno 2013 la pubblicazione in GU) (in senso conforme Trib. Milano, sez. IX civ., decreto 26 giugno 2013 (Pres. Canali, rel. Buffone): “L’art. 185-bis c.p.c., che prevede il potere del giudice di rivolgere alle parti proposte conciliative, è norma applicabile ai processi pendenti, vista l’immediata entrata in vigore ex art. 86 del D.L. n. 69/2013 e in applicazione del principio tempus regit actum”.
Ancora rilevava che la norma impone al giudice, a differenza dell’attività che svolge nell’ambito del generale tentativo di conciliazione delle parti ex art. 185 cpc, che si estrinseca nell’attività del giudice di condurre le parti affinché si scambino, nell’ambito della loro autonomia privata, proposta e accettazione di accordi convenzionali transattivi o conciliativi, il potere-dovere di porre in essere una specifica attività consistente nel farsi promotore del contenuto di una ipotesi conciliativa o transattiva.
In considerazione di tale specifica attività richiesta al giudice, la norma deve essere intesa nel senso che l’ufficio è tenuto a tale adempimento nella fase della trattazione (prima udienza) o nella fase dell’istruzione, ma che, esaurita e chiusa l’istruttoria e, quando la causa sia matura per la decisione senza ulteriore attività istruttoria e resti all’ufficio solo stabilire in quale forma ex art. 281 quinquies o sexies cod. proc. civ. debba essere decisa con sentenza, non sussiste per il giudice il potere-dovere di formulare una ipotesi conciliativa o transattiva ai sensi dell’art. 185 bis cod. proc. civ.. Ritiene il giudice che tale significato della norma sia imposto dalla sua interpretazione letterale, in quanto l’espressione “sino a quando è esaurita l’istruzione” indica esplicitamente come limite dell’attività del giudice quello della fase istruttoria; dall’interpretazione logico sistematica, in quanto stabilire il potere-dovere del giudice di formulare, non potendo ciò avvenire se non in termini sufficientemente specifici e dettagliati, alle parti una ipotesi conciliativa o transattiva della controversia, in una fase in cui è già chiusa l’attività istruttoria e non resta che rimettere le parti alla decisione, significherebbe imporre di anticipare, esplicitando il contenuto della ipotesi transattiva/conciliativa, la sua probabile decisione finale, senza che possa sopravvenire alcun nuovo elemento istruttorio utilizzabile per la decisione.
Posto poi che il “Decreto Fare” reintroduce la mediazione e che esistono già “sanzioni” per l’ammissibilità dell’appello e per la reiezione dello stesso, è facile concludere, con i costi attuali del Contributo Unificato, che il legislatore sta facendo di tutto per fare smettere di litigare. Sul piano sociale questo orientamento è utile? È ovviamente inutile rispondere.

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