16 Marzo 2021

Nullità del lodo arbitrale per omessa riassunzione

Un recente giudizio arbitrale che abbiamo portato a termine ci ha dato modo di approfondire gli effetti dell’omessa riassunzione del giudizio nel passaggio dal giudizio ordinario a quello arbitrale già introdotto.
Il caso, ricorrente nella pratica, era stato la quasi contestuale introduzione della domanda in sede arbitrale e la richiesta ed l’emissione di un decreto ingiuntivo, che è stato opposto, andando a realizzare la simultanea pendenza di due giudizi.
Nell’ipotesi nella quale la riassunzione venga disposta dal giudice ordinario, mentre quello arbitrale prosegue, pone il tema se l’omessa riassunzione comporti effetti nel giudizio arbitrale.
A primo avviso si sarebbe portati a dire che la riassunzione diventa non necessaria pendendo già il giudizio arbitrale, ma con questo approfondimento arriviamo invece ad altra conclusione che sarebbe la nullità del lodo.
L’art. 829, co 1. n. 8 c.p.c. stabilisce la nullità per contraddittorietà con la sentenza del Tribunale inter partes, passata in giudicato quando vi sia stato il difetto di riassunzione con violazione di principio costituzionale per la preclusione della conservazione degli effetti processuali e sostanziali delle domande. Il capo del lodo impugnato, consistente nel non avere dato conto del principio costituzionale interpretativo degli effetti dell’art. 50 cod. proc. civ., norma che dispone la riassunzione dei giudizi ordinari nel giudizio arbitrale “già in corso” di contro alla regola consueta di giudizio arbitrale introdotto dopo la sentenza sulla competenza dell’A.G.O.
Solo apparentemente potrebbe sembrare indifferente il giudizio che si è svolto a seguito dell’opposizione a decreto ingiuntivo nel quale l’attore in opposizione ha eccepito l’incompetenza del Giudice Ordinario adito, che ha dichiarato la litispendenza e ha affermato la competenza del Collegio Arbitrale. Intervenuta la sentenza in pendenza del giudizio arbitrale, il convenuto nel giudizio arbitrale ha effettuato la produzione della sentenza del tribunale assieme alla comparsa conclusionale, a giudizio ancora in corso. La sentenza (Tr. Torino, sez. 1° civ. 20 novembre 2019, n. 5410, Giudice dott. Luca Martinat) disponeva di “assegnare alle parti termine di tre mesi dalla comunicazione della presente sentenza per la riassunzione avanti il Collegio arbitrale”. Essendo stata comunicata la sentenza con il deposito assieme alla comparsa conclusionale avversaria, la riassunzione non è stata operata dalle parti, come non è stata impugnata la sentenza che è ora passata in giudicato nello speciale termine lungo di un anno oltre a sospensione feriale ex art. 828, co. 2° cod. proc. civ., per difetto di notifica (scaduto il 21 dicembre 2020). Ci domandiamo quali siano gli effetti della mancata riassunzione, che il Giudice aveva già considerato quando scriveva: “in conseguenza della declaratoria di incompetenza deve quindi essere fissato un termine per la riassunzione della causa avanti il Collegio arbitrale (per quanto le parti abbiano già iniziato il giudizio arbitrale)”, richiamando la sentenza della Corte Costituzionale secondo cui: “è costituzionalmente illegittimo l’art. 819 ter co. 2) cod. proc. civ., nella parte in cui esclude l’applicabilità, ai rapporti tra arbitrato e processo, di regole corrispondenti all’art. 50 cod. proc. civ.. Infatti se il legislatore, nell’esercizio della propria discrezionalità in materia, struttura l’ordinamento processuale in maniera tale da configurare l’arbitrato come una modalità di risoluzione della controversia alternativa a quella giudiziale, è necessario che l’ordinamento giuridico preveda anche misure idonee ad evitare che tale scelta abbia ricadute negative per i diritti oggetto delle controversie stesse. Una di queste misure è sicuramente quella diretta a conservare gli effetti sostanziali e processuali prodotti dalla domanda proposta davanti al giudice o all’arbitro incompetenti, la cui necessità ai sensi dell’art. 24 Cost. sembra porsi alla stessa maniera, tanto se la parte abbia errato nello scegliere tra AGO e giudice speciale, quanto se essa abbia sbagliato nello scegliere tra giudice e arbitro. Invece la norma censurata (art. 819, co. 2 c.p.c.), non consentendo l’applicabilità dell’art. 50 cod. proc. civ., impedisce che la causa possa proseguire avanti all’arbitro o al giudice competenti e, conseguentemente, preclude la conservazione degli effetti processuali e sostanziali della domanda”.
Al deposito della sentenza, importante perché riconosceva la competenza a giudicare all’arbitrato, che attestava che “le parti confermano l’inizio dell’arbitrato”, già in corso, nessun rilievo ha compiuto l’Ufficio, al quale pure era demandato il compito, trattandosi di una ipotesi di nullità del lodo, il non avere provveduto a riassumere il giudizio ordinario avanti il collegio arbitrale. Il Tribunale ha ricordato che le operazioni che deve compiere il Giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo sulla base della ”competenza funzionale ed inderogabile”, consistono: a. nella declaratoria della incompetenza, b. nella declaratoria della nullità del decreto, c. nella revoca del decreto, d. nella fissazione di un termine perentorio entro il quale le parti “debbono”, riassumere la causa davanti all’arbitro competente.
Consegue che la revoca del decreto debba essere pronunciata perché il decreto non può rimanere in vita quando il giudizio passa avanti a un Arbitro, che neppure potrebbe adottare un tale provvedimento con il lodo. Dalla successione di questi elementi il Tribunale ha affermato che ”deve quindi essere fissato un termine per la riassunzione della causa avanti al Collegio arbitrale (per quanto le parti abbiano già iniziato il giudizio arbitrale)” alla luce della pronunzia della Corte (19 luglio 2013, n. 223)
Per quanto illustravamo sulla necessità della riassunzione, l’effetto dell’omissione va a realizzare la “nullità” del lodo per la mancanza di un elemento costituzionalmente previsto e ora introdotto anche per i casi di sentenze antecedenti il lodo in corso.
La Corte ha pronunziato l’illegittimità costituzionale dell’art. 819, ter, co. 2° cod. proc. civ. nella parte in cui esclude l’applicabilità ai rapporti tra arbitrato e processo ordinario di disposizioni corrispondenti all’art. 50 cod. proc. civ.
Se l’arbitrato è una modalità di risoluzione delle controversie alternativa a quella giudiziale, l’ordinamento deve prevedere anche misure che siano in grado di evitare che la scelta produca effetti negativi per i diritti oggetto delle controverse. Una delle misure mancanti è stata quella diretta a conservare gli effetti processuali e sostanziali che la domanda all’organo incompetente caducherebbe, necessità che è paladina del fondamento ai sensi dell’art. 24 C. Cost.. La norma dichiarata illegittima, non consentendo l’applicazione dell’art. 50 cod. proc. civ., impedisce che la causa prosegua davanti all’arbitro o al giudice competenti e preclude quindi la conservazione degli effetti richiamati.
Se il giudizio fosse stato riassunto, avremmo avuto un momento nel quale sarebbe stato possibile rivisitare e focalizzare le domande avanti gli arbitri, coordinando le conclusioni di due sedi diverse, sospensione che invece non vi è stata perché il procedimento arbitrale, già in corso, è proseguito. Non vi è stata quindi possibilità di raccordo dei giudizi attraverso la riassunzione e, finito il giudizio ordinario, è proseguito quello arbitrale, con indifferenza sulla necessità di raccordo che tra i due giudizi come prescrive la Corte Costituzionale, rappresentando altrimenti una preclusione alla conservazione degli effetti procedurali e sostanziali delle domande.
L’incardinamento delle posizioni definitive avrebbe dovuto avvenire con la riassunzione del giudizio ordinario avanti il Collegio, che è mancato, per potere precisare le domande ed eccezioni, che non era possibile realizzare nella fase arbitrale, in quanto il giudizio ordinario vedeva già l’udienza di discussione per precisazione della conclusioni e con immediato deposito successivo della sentenza.

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